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mercoledì 26 giugno 2013

Email Etiquette. Otto basilari regole per lavorare via mail

Nessuno, quindici anni fa, ci aveva detto che un giorno ci saremmo strafatti di email. Perché non ci sarebbe stato più il vicino di scrivania ma un gruppo inconsulto di persone sparpagliate ai quattro angoli dell'ufficio, quando va bene, che lavorano sullo stesso progetto.

Le norme civili della buona educazione ci sono state insegnate, più o meno, fin da piccoli (il risultato di tali insegnamenti vacilla paurosamente quando pranzo e ceno con i miei figli, a dirla tutta)

Nessuno, però, si è preoccupato di farci capire che le buone maniere servono, anche e soprattutto, per iscritto. E quindi, quando tra cent'anni scoveranno in qualche server sperduto nel deserti americano le nostre email, penseranno che eravamo dei veri barbari, verbosi da morire e senza la minima educazione.

E così, dopo centinaia e centinaia di mail scritte e lette, ho pensato di fare sintesi in un post dedicato alla Email Etiquette, argomento forse un po' vecchiotto ma (a giudicare da quel che leggo) largamente attuale. Inizio io.

1.Salutate (lo fate, quando incontrate una persona?)
Non è necessario iniziare sempre una mail con "Carissimo" e "Gentilissimo" (termini abusati soprattutto in quegli ambienti in cui ci si accoltella a piè sospinto alle spalle, facendo finta di essere tutti buoni). Basta "Ciao", o (se si è molto incavolati) anche solo il nome della persona alla quale è indirizzata la mail (ti faccio capire che sono incavolato ma mantengo il giusto contegno). La stessa cosa vale in chiusura: quando ve ne andate da un posto, lasciate tutti senza dire niente? La mail è una conversazione, e come tale va gestita.

2. Utilizzate "grazie" e "prego". Fidatevi, non hanno mai ucciso nessuno
Questo rimane in assoluto il punto fondamentale di queste mie imprescindibili riflessioni. Usate la buona educazione, non costa niente. Davvero, è a gratis, credeteci.
E poi, mantenere un tono cordiale, anche se strangolereste chi vi sta scrivendo, aiuta. La buona educazione, in genere, aiuta a superare i differenti punti di vista e permette la convivenza civile. In fondo, pensateci: lavorando via mail potete leggere, iniziare a infuribondirvi, andare in bagno, urlare, e poi risedervi di nuovo al vostro PC e scrivere la mail più gentile e cordiale che vi esca dalla tastiera. In un meeting, non potreste giocarvi questa chance e sareste comunque obbligato a comportavi in un modo socialmente accettabile. Quindi.

3. Imparate a utilizzare i cc. Con parsimonia, e quando serve
L'utilizzo del cc è materia sulla quale si potrebbero scrivere manuali interi di filosofia della condivisione. Non inserite un cc di una persona che non è conosciuta alle altre o che finora non è intervenuta senza spiegare perché l'avete inserita nella conversazione e cosa ci fa lì. Non mettete persone in bcc (triste per chi lo riceve, come essere l'invitato di serie B). Se una mail è indirizzata a voi e a altre 5 persone in cc, rispondete a tutti, non solo al mittente (lo so, ogni tanto scappa. Ma stateci attenti)

4. Dalla mail al telefono, e ritorno
Esplicitate a tutto il gruppo di lavoro se ci sono state delle decisioni prese altrove (al telefono, o un altro meeting, o alla macchinetta del caffè).

5. Precisione, brevità
Le mail non sono il luogo di un comizio o di riflessioni filosofiche, devono essere uno strumento operativo. Inoltre, essere concisi e precisi non esclude il punto 2.
Se dovete scrivere una mail molto lunga, andate per punti (se la mail è indirizzata ai "Carissimi" e "Gentilissimi", scusatevi previamente per la sintesi ma spiegate che è per amore di chiarezza, e tutti si sentiranno estremamente ragguardati)

6. L'ironia. Usatela, ma solo con le persone fidate
Ve lo dice una che usa l'ironia troppo spesso. Purtroppo, il mondo è pieno di gente che scarseggia di senso dell'ironia e tende a prendersi molto sul serio. Usate l'ironia solo dalla quarta mail in poi, e solo con chi avete capito che vi capisce. Altrimenti, sono dolori.

7. Non cazziate una persona via mail, davanti a tutti
I panni sporchi si lavano in famiglia, e possibilmente a voce. Assistere a scenate via mail è quanto di più pietoso possa succedere (per quelli che leggono, intendo), quasi quanto vedere una coppia che litiga alla cena di Natale. Ci sono luoghi e momenti più appropriati.
Se qualcuno tenta di mettervi in difficoltà via mail davanti a tutto il gruppo di lavoro, risolvete la cosa in privato (anche via mail, ma in privato)

8. Firmatevi
Dopo il "grazie" e il "ciao" dei punti 1 e 2, mettete una cavolo di firma. Soprattutto se scrivere dall'account info@salacippa.it o segreteria@losoio.it, non è detto che chi vi legge, anche se è un plausibile collega, sia a conoscenza della vostra identità. Alla prima mail ci si firma con il nome completo (ed eventualmente il cognome, se scrivere a sconosciuti molto formali), nelle mail successive potete mettere la vostra amata sigla. Non fate sì che le persone vi rispondano chiedendosi "Chissà chi cavolo è".

Voci mancanti cercasi, per davvero,
Grazie, ciao
Lorenza


lunedì 20 maggio 2013

Una barchetta in mezzo al mar (sono i post)

Mi piace quando i post vanno da soli, come se tu avessi costruito una barchetta di legnetti e l'avessi messa in acqua, e poi lei va da sola al largo, portata dalla corrente.

Questo è un po' quello che è successo con il post di Maggio su Genitoricrescono.
Parliamo di conciliazione come questione di famiglia, e non di pari opportunità.

Join the debate!

martedì 30 aprile 2013

Vacanze scolastiche: ho fatto i conti, e qualche considerazione


Dicono che arriverà l'estate.
Al di là di ogni previsione metereologica, abbiamo tuttavia la certezza che la scuola italiana chiuderà i battenti il prossimo 7 Giugno e li riaprirà intorno all'11 settembre (come sapete, le date di riapertura delle scuole nel nostro Paese variano a seconda delle Regioni).

Calendario alla mano, fanno, in settimane di vacanza:
3 a Giugno
4 a Luglio 
5 ad Agosto 
1,5 a Settembre 
per un totale di 13,5 settimane
per un totale di 94,5 giorni continuativi di vacanze scolastiche.

94,5.Giorni.Di vacanza.Di fila.

Considerato che il lavoratore medio italiano dipendente usufruisce di 3 o al massimo 4 settimane di ferie, rimangono 10 settimane scoperte.

10.Settimane.

Non esiste una statistica di quanto queste 10 settimane continuative di vacanze scolastiche costino, in termini reali, alle famiglie italiane tra campi estivi, campi sportivi, vacanze natura e via andare - né esistono dati su cosa succederebbe se i nonni entrassero in subitaneo e irrevocabile sciopero.

Magari, forse, semplicemente, i bambini invaderebbero le strade mandando il traffico in tilt e ricordando i passanti distratti e nervosi di queste città, che esistono anche loro.

Non esistono, peraltro, statistiche di quanto costino ai comuni le strutture e i corsi estivi (anche in questo caso, con un'ampia variabilità di investimento da comune a comune), né quanto in più costerebbero alla pubblica amministrazione, soprattutto nel Nord Italia, se non ci fossero gli oratori feriali, per i quali molti comuni non sborsano neanche un centesimo. Non esistono statistiche di quante aule diventino una fornace al primo caldo, e di quanti uffici di direttori scolastici siano climatizzati.

Questa serie di "non esistono" non è per puntare il dito contro nella solita guerra di tutti contro tutti, e alla fine nessuno ha la responsabilità di niente. Ma per far riflettere su come vengano disperse le risorse in un unico caos generalizzato, senza affondare il dito nella piaga delle pari opportunità nel nostro paese (perché sì, le pari opportunità sarà bene iniziare a farle valere anche per i bambini, o no?)

Il calendario scolastico è un'invenzione del 1599, e quello italiano è, tranne alcune operazioni di make-up, immutato da quasi quarant'anni (sì, quarant'anni fa le scuole iniziavano a Ottobre invece che a Settembre e non esistevano le vacanze a carnevale). Non importa se il mondo è cambiato, la scuola italiana rimane ferma e immobile. Una vera istituzione, di quelle granitiche, proprio, che lascia ancora il tempo ai suoi studenti, d'estate, di andare a lavorare nei campi (perché così è stato concepito, il calendario scolastico italiano).

Che poi finirà, avanti di questo passo, che la scuola italiana riformerà il calendario quando saremo ormai ritornati a essere una società contadina.

Faccio una proposta politicamente scorretta: baratto i vecchi programmi ministeriali spariti dalla circolazione - sì, quei programmi un po' nozionistici in chiave back to basics, quelli pensati per sottrarre le persone dall'analfabetismo e insegnare loro che vivevamo in un Paese che dovevamo amare chiamato Italia, in cui si imparavano le date in storia e i fiumi e i monti e i settori economici in geografia e l'analisi grammaticale in italiano e si sfiancavano i poveri studenti di operazioni con il riporto, mi riprendo anche tutta la retorica dell'impero romano e del Risorgimento e Pascoli e Carducci - con un nuovo calendario scolastico che metta una vacanza alla fine del quadrimestre, che li tenga sui banchi fino alla fine di Giugno, che gli faccia fare qualche giorno in più a Pasqua.

Non un calendario che li lega al banco per sempre. Ma un calendario diverso, diversamente gestibile sia dalle famiglie sia dagli studenti, un calendario insomma che ci tolga almeno da questa emergenza nazionale. L'emergenza delle vacanze scolastiche.

Ma forse è solo un'emergenza di alcuni. Voi che ne dite?

venerdì 12 aprile 2013

lunedì 18 marzo 2013

Cinderella goes on sabbatical. Appena ha finito il bucato



Novembre 2012
Umida serata milanese, sedute a un tavolino su un marciapiede molto milanese, mangiando bagel (molto milanesi anche quelli?).
Momento di ritrito sfogo personale.

"Mi prendo un anno sabbatico"
"Sei matta?!? Poi non riesci più a tornare a lavorare"
"Mh... Direi proprio di sì, hai ragione."

Marzo 2013
Nevoso pomeriggio milanese, a casa con due figli malati, a leggere le mail del lunedì.
Mail da un'antica collega statunitense, ritornata in patria

"Hi Lorenza,

Early last year I embarked on a six-month sabbatical that included intense training in everything from yoga and meditation to ukelele and kiteboarding.

Through that experience I gained a deeper appreciation for how experts and coaches run their businesses, and ultimately arrived at the concept for my new professional pursuit"

No, ma parliamone.

Soprattutto di come l'ukulele e il kitesurf possano imprimere una svolta alla propria vita professionale.
E ti chiedi perché dall'altra parte dell'Oceano prendersi un sabbatico o rimanere un anno senza lavoro causa maternità non pregiudichi inevitabilmente la possibilità di rientrare nel mondo del lavoro. 

Delle ultime frontiere del marketing.
Alla seconda lettura hai già capito che ti ha preso per i fondelli. E tu, che eri quella che voleva prendersi un anno sabbatico, ci sei cascata come una pera.

E del fatto che per il corso di yoga potrei anche attrezzarmi.Appena finisco di lucidare i corrimani in ottone delle scale e di fare il bucato delle sorellastre, che alle feste si sporcano sempre.

La foto è da Ignite Light

venerdì 1 marzo 2013

Lezioni da Cinderella Mood: due o tre cose sul ritrito "investire su se stessi"


Scrivere quello che si pensa e si prova è un mestiere pericoloso, ma è un mestiere che aiuta la riflessione. E dunque, ripensando non solo lungamente al Cinderella Mood, ma anche ad Effe, mi sono accorta che hanno un tratto in comune, ed è il tratto per cui detestiamo profondamente Cenerentola - non perché è giovane, e bionda, e ha un paio di scarpe fenomenali - no, la detestiamo perché è una che "ha centrato l'obiettivo" - cosa che, evidentemente, né Effe né la sottoscritta sentono di essere riuscite a fare.

Tecnicamente, si chiama ottenere un successo.

Lascio alla psicanalisi femminile la riflessione sul fatto che Cenerentola si è aggiudicata il Principe Azzurro, l'unico del Regno, giacché la merce Principe Azzurro scarseggia, sconfiggendo le due orribili sorellastre.

Riflettendo su Cinderella Mood, ha iniziato a frullarmi ossessivamente in testa questo mantra: "Investire su se stessi, Investire su se stessi, Investire su se stessi"

Il concetto "investire su se stessi" è un po' come quello di "essere imprenditori di se stessi", fa molto vetero-anni Ottanta. Il successo, la carriera, quelle cose lì. Cose che oggi, per buona parte di noi, suonano proprio come la musica dei Duran Duran, le spalline e le felpe della Best Company: bellissime, ma vestigia di un glorioso passato che difficilmente indosseremo nuovamente (ecco, colgo l'occasione per lanciare un appello ai signori Naj Oleari, le nostre figlie stanno crescendo e volete che noi mamme non acconsentiamo all'acquisto di una di quelle meravigliose borse? E' giunto il momento, sappiatelo).

Comunque.

Investire su se stessi è un concetto che, mentre passi lo straccio sul pavimento o fai la parte di quella che deve essere salvata dalla Fornero, ti fa anche un po' incazzare, a dirla tutta. Eppure, è lì che Cenerentola frega tutte le altre. E' nel momento in cui dice alla Fata Madrina: "Ma io volevo andare al ballo e non ho il vestito adatto. E poi mi serve la carrozza. E poi i cavalli". E va al ballo, anche se è in ritardo pazzesco e quante altre avrebbero detto: "No, ma ormai cosa vi vado a fare, è troppo tardi"

Cenerentola aveva ben chiaro dove voleva andare, e cosa le serviva per arrivarci.
Quante di noi possono dire altrettanto di se stesse?

(Ok, abbiamo cresciuto i bambini, abbiamo appena spatellato/svezzato/curatolabronchite-lavaricella-ipidocchi-eanchelostreptococco/lavorato//cambiatocasa/cambiatoscuola/cambiatotrelavori/ecc. Siamo nella situazione di Effe, in cui dobbiamo lavorare, senza poter fare troppa filosofia, siamo in una situazione avvilente, il nostro lavoro non viene riconosciuto.)

Cenerentola insegna che c'è sempre tempo, se sai dove vuoi - e non dove devi - andare.

(Il prossimo post lo dedichiamo alla dialettica tra dovere e volere o alla resilienza delle donne?!?)

Poi c'è l'altro aspetto vetero-anni Ottanta del concetto "investire su se stessi", che è il successo. Un concetto che oggi va forse un po' rivisto, insieme al linguaggio, in chiave un po' più minimalista, come si addice ai tempi. Pensa in grande e muoviti nel piccolo, mi verrebbe da dire. E arriva a fine mese.

Per cui, come esercizio pratico mi è piaciuto questo articolo su PinkDNA (che va spogliato di tutti gli orpelli vetero-anniOttanta, appunto), e come bigino non posso che segnalare nuovamente la sezione di Coaching di VereMamme, che è una vera miniera per la riflessione e di cui dobbiamo ringraziare Flavia.

Se avete altre segnalazioni sono le benvenute, perché l'argomento ha iniziato ad intrigarmi!

venerdì 18 gennaio 2013

Storia di Effe, la donna che la Fornero voleva salvare con la sua riforma


Oltre alla tua categoria 'incasellabile', a quella delle 'placide madri di famiglia' e a quella delle 'impareggiabili madri-manager', ce n’è almeno un’altra, anch’essa enormemente sfigata, quelle delle 'libere professioniste' – senza tredicesima, senza ferie, senza malattia – ma che lavorano come dipendenti – leggi: obbligo d'ufficio e d’orario, e che quindi non hanno nessuno degli aspetti positivi di entrambe le categorie, ma la somma di tutti gli aspetti negativi di entrambe, e che, ultima fantastica news, dopo aver faticato con orari folli, si sentono dire che il proprio già misero stipendio verrà ridotto del 20% per gennaio febbraio marzo e poi si vedrà, ma ovviamente l’orario NON verrà minimamente ridotto, anzi (e che non hanno ancora visto una parte di stipendio arretrato). Vabbè, era tanto per sfogarsi adesso e non ammorbarvi stasera... Effe.
Effe è una libera professionista a tutti gli effetti, una di quelle che hanno un albo professionale al quale essere iscritte (mica come la sottoscritta). Effe è una sintesi di tutto quello che la Fornero voleva salvare con la sua riforma: è una donna, è una madre alla quale non è riconosciuto nessun diritto di conciliazione, è una finta partita iva, ha pochissime tutele. E' lei, quella da salvare. Quella da far assumere a tempo indeterminato. Quella che si arrabbia perché il collega maschio fa il cavolo che gli pare, e i capi non gli dicono nulla, e se invece lei va a dire: "Devo stare a casa, ho il bambino malato", i capi le dicono: "Sai che c'è? Stai a casa per sempre".

E, ovviamente, Effe a casa non può rimanere - che non è che si mettono via i risparmi, a fare la parte di quella che deve essere salvata dalla Fornero.

Mentre Effe ed io, acquattate in cucina, parlavamo di questo suo sfogo, marito-di-Effe è arrivato, ha annusato l'aria e ha esclamato: "Ma Effe, tu ti devi mettere in testa una cosa. Tu non sei una libera professionista. Tu sei un fornitore".

Ho chiesto a marito-di-Effe di declinare la definizione di fornitore e lui, annusata l'aria, ci ha lasciato con questa definizione: "Il fornitore è colui che abitualmente fornisce o provvede alla consegna di merce a negozi, a un'azienda o a privati, quindi la differenza tra socio/dipendente e fornitore è che sei l'ultimo nella scala dei pagamenti e sei sacrificabile in quanto fuori dall'azienda." Quindi siamo rimaste tutte due a guardarci con un bel punto di domanda sopra la testa.

Perché la situazione è più o meno questa. C'è la la Fornero che con la sua riforma vuole salvare tutte le donne come Effe facendole assumere a tempo indeterminato. E c'è la realtà di un lavoro che va proprio nella direzione opposta, in cui ci sono sempre meno lavoratori e sempre più fornitori, pagabili o meno, rinnovabili o meno, bistrattabili o meno. Insomma, sempre più Effe da salvare.

E dato che la Fornero non è stata in grado di salvare Effe, io mi chiedo chi può salvarla - o, meglio, mi chiedo in quale modo lei, "da sola", possa salvarsi. E le risposte non ammesse sono: emigrare, trovare un amante milionario, vincere alla lotteria.

La foto è di Lissy

giovedì 13 dicembre 2012

Piano_C, la terza via c'è


A volte uno si sente sfigato, e invece è soltanto un pioniere.

Cristoforo Colombo, quando ha capito di non essere arrivato in Cina, avrà passato almeno cinque minuti della sua vita a dirsi "Belin, che sfiga".

Quando sono rimasta senza lavoro dopo la prima maternità, e pure dopo la seconda, nel vortice di aerosol, pappe e passeggini, ciucci e pannolini, mi sono data ben di più che della sfigata (fate voi le dosi, aggiungete a piacere, che si sa che l'autostima di una donna, italiana per di più, a cavallo del Nuovo Millennio non può certo essere paragonabile a quella di un maschio vissuto nel XV secolo).

Ma ho sempre lavorato. Mi sono ritrovata a seguire un percorso lavorativo a tornanti, con una collaborazione libera dal sacro vincolo dell'orario d'ufficio. E mentre tutti avevano giorni lavorativi, e ferie, e tredicesime, io avevo una scrivania mobile (prima in camera, poi in ingresso, infine in soggiorno, con una geografia variabile come i cambiamenti delle stanze di casa), contratti sempre diversi, un'identità indefinita.
Una che metteva insieme tutto: casa, lavoro, pomeriggi con i figli, serate a lavorare.
Precaria, libera professionista, cosa sarò? Boh. Forse, solo un casino.

Mentre macinavo chilometri, ricevute dell'asilo nido, tate peggio di mine vaganti, lavatrici, pomeriggi al parco, cene preparate a scapicollo, intorno a me vedevo un mondo che era solo un aut aut: placide madri di famiglia dedite esclusivamente ai loro pargoli, e impareggiabili madri-manager con un lavoro full-time, nonni full-time e Tata for Dummies in tasca.

Non è stato facile, per tanti motivi, ma (mi rendo conto ora) anche perché ero sola.

Poi sono successe delle cose. E, in ordine cronologico:
1. Ho aperto un blog. E ho scoperto che l'Italia è piena di imprenditrici e libere professioniste che a) sono state cacciate dal loro posto di lavoro dopo la maternità; b) hanno lasciato per esasperazione il loro posto di lavoro dopo la maternità; c) si sono rotte del lavoro che facevano e hanno lasciato il loro posto di lavoro investendo tempo e vita in altro.
Beninteso, per me una donna che sceglie di lasciare un'azienda, anche per i più sacrosanti motivi, è sempre una sconfitta. Ma di questo ne parliamo un'altra volta.

2. E' iniziata la crisi. E adesso ci sentiamo tutti precari (tiè).
Anche se, non dimentichiamocelo, continua a esserci una buona differenza retributiva tra sentirsi precario ed essere precario.

3. A Milano hanno iniziato a nascere gli spazi di co-working.
Non ci sono mai andata. Il primo era troppo scomodo per me, il secondo troppo macchinoso, il terzo è stato avviato in un anno che è stato un bagno di sangue, e ancora adesso mi chiedo come ho fatto a pagare le tasse, quell'anno lì.

Poi è nato Piano_C, che è un co-working per le mamme - per le donne (e per i papà accompagnati dai bambini). E' un luogo con 12 postazioni di lavoro e sale riunioni che propone uno spazio e servizi di accudimento per bambini 0-3 (non è un asilo nido, non è un tempo per famiglie, boh, non si sa come definirlo, chissà come mai, forse solo perché è una "cosa" innovativa). Quando l'ho visto, davvero, mi si è aperto il cuore. E non solo perché è un bel posto.

Ma perché è proprio quella cosa lì, che serve, alle madri: uno spazio per professioniste che sono in una fase di ridefinizione della loro vita, uno spazio in cui naturalmente incontrarsi, confrontarsi, scambiare idee e professionalità e prospettive, senza il sopracciglio alzato del giovane nerd (che palle questa, una madre!) o l'affanno del professionista (una madre, e pretende pure di rubarmi il lavoro, ma pensa te). Uno spazio in cui la flessibilità oraria del servizio di cura è vera, e non presunta.

Un ghetto? Io credo che da lì le mamme non usciranno con una ricetta per il brodo di verdure in più, ma con idee in più su se stesse, sui propri obiettivi professionali, e anche (perdonate il parolone) nuove possibilità di business. Perché, lasciatemelo dire che sono un'esperta, si possono avere un sacco di (ottime) idee di business: il problema è trovare persone competenti con le quali realizzarle (o almeno provarci), queste idee.

Perché è proprio una cosa, che serve alle mamme libere professioniste: incontrarsi, e investire su di sé, mettersi insieme per credere nelle proprie idee. E non preoccuparsi se nessuno riesce a incasellarle, e neanche loro ci riescono.Che vuol dire che sono delle pioniere, ma sarà bene che lo capiscano subito, e non ci impieghino dieci anni come la sottoscritta.

martedì 20 marzo 2012

Il cinquantenne e l'Articolo 18


Alla macchinetta del caffè.
E voi lo sapete che alla macchinetta del caffé si raccolgono le confessioni più scabrose.

"Perché, vedi..."
E abbassa la voce, mi si fa vicino.
Tendo le orecchie.
"Il problema, con l'art. 18, secondo me, è questo."
Tentenna.
"Dimmi", lo rassicuro.

Figuriamoci se mi lascio scappare la confessione alla macchinetta del caffè.

"... Che se per le aziende diventa più vantaggioso far lavorare giovani e donne, quando tu hai lavorato vent'anni e sei diventato uno che costa, ti licenziano. Sai, io ormai... Mi danno una buonuscita, tiro a campare qualche anno, e poi vado in pensione. Ma se uno [maschio, italico, ndr] a quarant'anni, dopo vent'anni che lavora - e tu lo sai che gli scatti sono in base all'anzianità - si ritrova senza lavoro? Cosa fa?"

"Mah, secondo me se uno ha lavorato bene un'azienda non lo licenza... Sarebbe un costo troppo elevato perdere un lavoratore specializzato per doverne formare un altro" (ammesso e non concesso che sia specializzato, ma sorvoliamo su questo tasto dolente)

"Eh ma se una donna o un giovane costano meno... Questo qui cosa fa?"

Non dico nulla, niente pipponi (e ne avrei a iosa, tutto quello che può frullare nella testa di una precaria alla quale è capitato anche di sentirsi dire "Ah ma lei ha cambiato un sacco di lavori").

Penso solo: eccolo lì, stanato nel suo santuario, il maschio cinquantenne. Quello che ha lavorato tutta la vita, senza lazzi, senza frizzi, ha assolto il suo compito senza troppo trasporto, barando il minimo sindacale, allungando solo un po' le pause alla macchina del caffè e senza neanche un giorno di finta malattia. Una vita fatta di poche ma concrete, solide certezze: la scrivania, il pc, gli scatti di carriera che negli ultimi anni sono diventati sempre più un miraggio, messe paurosamente in bilico.

Da chi, per "colpa" di chi? Per colpa di un'orda di trentenni senza lavoro e di donne assatanate, ai quali l'abolizione dell'art. 18 aprirà possibilità insperate.

Sorrido, e scuoto la testa.
Solo nel nostro Paese poteva verificarsi l'assurda equazione, nella mente di tanti lavoratori, grazie a tanta stampa e a qualche ministro compiacente, tra l'abolizione dell'articolo 18 e la questione lavorativa dei giovani e delle donne.

Ma siamo davvero convinti che la sola abolizione dell'art. 18 farà sì che il cinquantenne venga buttato fuori a calci nel sedere, e vengano stesi tappeti rossi al ventitreenne? E siamo sicuri che per la sola imposizione dell'abolizione dell'art. 18 con annesso congedo obbligatorio di paternità, la mente dell'imprenditore brianzolo improvvisamente si apra all'illuminazione, e inizi a considerare il genio femminile come apporto imprescindibile alla sua missione di imprenditore nel mondo (o diciamo almeno fino a Bergamo)?

Personalmente, non ne sono così sicura. Ma la cosa importante, intanto, è farlo credere al cinquantenne, fargli capire che tutte le sue certezze in fondo non sono così certe, in questa isteria collettiva intorno a una riforma che aspetta di essere fatta da quasi vent'anni, intorno a una questione di lavoro delle madri che rimane aperta (con o senza articolo 18): perché in fondo, anche al cinquantenne dobbiamo far capire chi sono i veri nemici.

Che, altrimenti, "non so come resisterò/senza un nemico intorno"  (e a chi indovina la citazione, difficilie, menzione d'onore)

mercoledì 7 settembre 2011

Mal di pancia

"Ma e quindi mamma, oggi parti?"
"Sì Piccoletta"
"Ma potresti anche fare così. Chiami i signori e gli dici che hai mal di pancia, o la febbre, o qualcos'altro, e che non puoi andare. Fa niente se non è vero"
"Ma Piccoletta, se tu dovessi andare a scuola potresti fare una cosa del genere?"
"..."
"..."

Piccoletta va in prima elementare, e forse certe cose è bene chiarirle fin da subito.

E niente paura, per un incastro eccezionale di treni questo mal di pancia durerà meno di 24 ore (ma non si capisce come mai questo mail di pancia sia venuto proprio ora).

martedì 30 agosto 2011

Ricominciare


"Basta Ing., ho preso una decisione. Basta andare in giro come una trottola, sono stufa."
"Va bene, basta che non lo fai per me"
"Certo che no, lo faccio per i miei figli."

Venerdì
"Ing., mi avrebbero confermato quella cosa che era in ballo ad Ancona, il 7 settembre."

Ieri
"Ing., ho vinto una gita a Trento all'inizio di ottobre."

Oggi
"Ing, veramente a metà settembre dovrei andare a Verona... Però è nel weekend... Se volete venire anche voi... A vedere il balcone di Romeo e Giulietta..."

L'Ing. non favella, il che non è un buon segno.
Soprattutto perché, nel frattempo, è arrivato Macchia.

Ma di come si arriva a prendere la decisione di regalare alla propria figlia, per il suo sesto compleanno, un cane - questo ve lo racconto la prossima volta.

martedì 19 luglio 2011

Domande imbarazzanti

No, per dirvi che comunque la Summer School della Fondazione ForTes sulla comunicazione nel Terzo Settore è stata davvero interessante. Mi sono divertita a fare, come al solito, quella che non c'entra niente.

Ho dovuto rispondere infinite volte alla domanda più imbarazzante che mi si possa fare: "Che lavoro fai?".

Perché non ho risposte pre-confezionate tipo: "Ufficio Stampa del CSV di vattelapesca", "Coordinamento della Comunicazione Interna dei Circoli ARCI Toscana", "Misericordia di San Casciano" (ah LA Misericordia... Non ho capito cosa sia ma ho scoperto che in Toscana è una potenza), Fondazione TuttiBelli.

"Seguo alcuni progetti, mi occupo saltuariamente di conciliazione famiglia-lavoro, sto sul Web per passione e per lavoro". Luuuuuuuunga, a metà avevo già perso il mio interlocutore.

"Lavoro come freelance su alcuni progetti e mi occupo di comunicazione web". Complicato, risultato: sguardo da pesce lesso.

"Faccio la ricercatrice, o almeno dovrei, e la blogger". Ah, ok. Ma che c'entrano?

"Sto seguendo un progetto per il Forum delle Famiglie". Semina il panico e il sospetto. Un modo per tenere lontani gli scocciatori.

"Seguo progetti, faccio la blogger". Uhm.

"Faccio la precaria". Depressivo al massimo.

Tra presentazioni formali e informali, ne ho sfoderato una decina. Ogni volta diversa. Pensavo agli amici con i quali ho diviso il tavolo un paio di volte, che ogni volta ne sentivano una diversa. La dissociata della Summer School.

E mai nessuno che mi chiedesse solo come mi chiamo.

lunedì 4 luglio 2011

Tra mammità e buon senso


E così, con le unghie e con i denti, abbiamo strappato alla settimana e al lavoro e ai figli altri due giorni solo per noi, e per i nostri dieci anni insieme che fanno un tempo per riappropriarsi dell'essere in due, partendo pensando che in fondo, forse, i bambini potevamo portarli con noi e che in fondo, la prossima volta, li porteremo. Sbagliato: sono stati due giorni stupendi su un'isola senza macchine con l'aria profumata di pino e di mirto, il mare azzurro che scopri in tante calette nascoste, le strade sterrate, la luce calda del tramonto in una piazza piena di terra e di nulla. E alla fine ci siamo detti che sì, i bimbi li porteremo in questo posto meraviglioso, ma avevamo davvero bisogno di stare noi due.

Ma così, prima di partire ho fatto domanda (fuori termine) per una Summer School in Toscana. Una cosa che mi interessa e mi intriga, quelle mail che mandi sopprapensiero pensando: "Ma figurati...". Mi hanno preso. E così la Grande Nonna, che in prima battuta aveva accolto la richiesta di babysitteraggio ambulante, a mente lucida si è tirata indietro chiedendosi come avrebbe mai potuto gestire i bimbi in una landa a lei sconosciuta. E io mi struggo all'idea di iniziare un'altra settimana nomade durante la quale lascerò di nuovo i bimbi da una nonna. E questa volta ok, almeno c'è papà. Ma così tante notti lontano da casa, weekend compreso, non sono mai stata.

Inutile dire che l'Ing. già assapora un altro weekend rubato all'Ultima Spiaggia, invece di dover correre dietro a quella squinternata di sua moglie fino in Toscana per recuperare i figli, e quindi a colazione mi guarda e mi dice: "Io non capisco, ma che senso ha? Hai questa opportunità, sfruttala"

Mi vengono un sacco di dubbi: ne varrà davvero la pena? Devo rinunciare? Vado? E' giusto? E se poi non mi serve a niente? E se poi...

Insomma, lo strazio della mammitudine non ha fine: quando non lavoravo pativo di tutto quel tempo (mal) speso con i miei bimbi piccolissimi e pensavo a cosa ne sarebbe stato di me, adesso mi inquieto per queste assenze prolungate e mi chiedo cosa ne sarà dei miei figli e di me, in questa precarietà che assume varie forme di upgrading mai scontate. Forse, verso la loro adolescenza, arriveremo a un equilibrio. Forse. Intanto, rubo il copy a qualcuno, ma in un vario gioco di specchi mi sento anche una mamma un po' cattiva.

lunedì 21 febbraio 2011

Quote rosa (e dintorni): rivoluzionare il lavoro?


Questo post a blog unificati nasce da un'idea e uno scambio di vedute su Twitter e in Rete tra Monica Cristina Massola, Stefania Boleso, Lorenza Rebuzzini, Manuela Cervetti, Benedetta Gargiulo, Maria Cimarelli, Paola Liberace e Mariangela Ziller.

Dopo uno stralcio di scambi in Rete
"Non basta essere donne per essere candidate, anche questa è strumentalizzazione"
"Mi piacerebbe molto però se chiedendosi 'Chi c'è di bravo?' venissero in mente donne"
"Il punto è: basta questo per introdurre gente a caso (come avverrà in CdA banche) purché donna?"
"Sono sicura che ci siano donne in gamba pronte per assumere ruoli importanti. Come far avere la chance?" "Sempre più mi è chiaro che non si tratta di part-time o di conciliazione: che bisogna rivoluzionare il lavoro, nulla di meno"
"Rivoluzionare il lavoro!! E' l'unica. Ma partendo dalle donne (dalle mamme!), non dall'imitazione degli uomini"
(seguendo su Twitter l'hashtag #rivoluzionareillavoro troverete alcune tracce di frasi che ci hanno fatto riflettere...). 
Abbiamo pensato di scrivere sugli argomenti delle reali opportunità per le donne nel mondo professionale, come rivoluzionare l'organizzazione attuale del lavoro e la legge attualmente in discussione sulle quote rosa nei CdA.

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Questo post è, come potete facilmente intuire, il seguito di quello precedente. Se il mio post dello scorso giovedì era scritto sull'onda della discussione, questo post nasce dallo scambio su Twitter, da un po' di ricerche, da qualche scoperta (poco bella) e da una presa di posizione.

E' in discussione al Senato la proposta di legge "cosiddetta" sulle quote rosa: il Disegno di Legge 2482  porta in realtà il nome di battesimo di: "Modifiche al testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria (...) concernenti la parità di accesso agli organi di amministrazione e di controllo delle società quotate in mercati regolamentati". Tiè - vuoi mettere, come sono più nobili i nomi di battesimo.

"Il genere meno rappresentato deve ottenere almeno un terzo degli amministratori eletti", dice il testo del DdL, pena la decadenza immediata dell'intero CdA - cosa che fin da subito ha sollevato qualche perplessità tra gli Amminisitratori Delegati delle banche, che hanno dovuto affrontare l'evento con sorrisi di circostanza e compite dichiarazioni sull'estremo ritardo in cui l'Italia versa nella parità di genere.

Non si dice, non si fa n.1:
Se le donne al lavoro sono un "male necessario" (come ritiene la stragrande maggioranza degli uomini in Italia, peccato che su questa cosa non si possa fare un sondaggio), le donne nei CdA sono una vera e propria sciagura. O no?


Non si dice, non si fa n.2:
Le quote rosa sono un po' come pagare le tasse, in Italia: va benissimo, ma se lo fai tu va meglio


Così al Senato sono stati presentati 53 emendamenti (52 PdL e 1 IdV) e lo scorso 16 Febbraio Confindustria, ABI e ANIA hanno pubblicamente chiesto di rivedere il testo di legge, introducendo una maggiore gradualità e rendendolo meno coercitivo (decadenza immediata del CdA in caso non sia presente il 30% delle donne).

Ora, su questo passaggio desidererei fermarmi due secondi.

Non si dice, non si fa n.3:
Per amore di gossip vi dico che le signore dell'AIDDA si sono (giustamente) incazzate.


Credo che questa presa di posizione congiunta delle associazioni imprenditoriali, bancarie e assicurative dovrebbe far riflettere tutte le donne sulla qualità e possibilità dell'essere rappresentate, eventualmente promosse e casomai difese, nel mondo imprenditoriale e bancario - credo che debba farci seriamente riflettere sul fatto che allora, se le quote rosa spaventano così tanto, se creano queste reazioni così estreme e un po' scomposte, allora c'è una possibilità vera che possano cambiare qualcosa che finora è stato difeso con le unghie e con i denti. Allora c'è qualcosa che è stato difeso con le unghie e con i denti.

Non si dice, non si fa n.4:
Attendiamo comunque con ansia di conoscere il Marcegaglia-pensiero, in proposito.


Non sono mai stata una pasionaria delle quote rosa: non ho mai creduto che avrebbero cambiato dall'oggi al domani il mondo del lavoro, né tanto meno evitato il butta-fuori delle donne che decidono di fare un figlio (sappiamo tutti che una donna può essere molto peggio di un uomo, in questo campo), o provocato un uragano di part-time.

Ma, devo essere sincera, il fuoco di fila aperto contro le quote rosa mi ha fatto molto riflettere. Mi sono convinta così che, nel 2011, in un Paese con il tasso di occupazione femminile come quello dell'Italia, questa legge minuscola e semplice (persino io l'ho capita, leggendola) rappresenta una reale possibilità - quantomeno, la possibilità di sovvertire delle logiche del potere talmente cristallizzate da temere anche solo che una piccola crepa possa creare un enorme terremoto - quantomeno la possibilità per le donne di affermare apertamente che sì, echeppalle, il potere lo vogliamo pure noi.

Non si dice, non si fa n. 5:
Perché lo vogliamo, il potere, siamo sicure? O stiamo bene così?


Si dice spesso che le donne non siano capaci di fare massa critica, di organizzarsi tra di loro, di sponsorizzarsi a vicenda e questa è, in definitiva, una delle ragioni per le quali non fanno carriera all'interno delle aziende. Mai verità fu più sacrosanta. Ma forse anche questa verità appartiene al tempo passato. Forse le donne stanno iniziando a capire e carpire le logiche della collaborazione e del fare lobbying - e forse questo post ne è un piccolo esempio.

In questo ultimo anno mi è capitato di assistere a lunghe discussioni sulla differenza e sull'efficacia dei cambiamenti top-down (i cambiamenti "dall'alto", come quelli imposti da questa legge, per esempio) sia per quelli bottom-up (come il necessario aumento delle donne che lavorano, senza dover per forza diventare amministratore delegato, ma che costituirebbero una base per realizzare quei cambiamenti tanto necessari nel mondo del lavoro). A me sembra che questa [delle quote rosa, della partecipazione delle donne al mercato del lavoro] sia la classica situazione nella quale entrambi i cambiamenti sono necessari: per avere donne davvero preparate ad entrare nei CdA è necessario avere una "massa critica" di donne che lavorano. Per avere una "massa critica" di donne che lavorano è necessario cambiare regole e cultura, e questo lo possono fare solo le persone che hanno il potere (e il coraggio) di farlo.

Per salvare questa legge calata dall'alto, Lella Golfo e Alessia Mosca (le due prime firmatarie del DdL) hanno chiesto un aiuto "dal basso": fare pressione con un'email al presidente del Senato e al presidente della Commissione Finanze per chiederne l'approvazione del DdL. La trovate sul sito di Alessia Mosca.

Non sarà una rivoluzione del lavoro, ma servirà a rivoluzionare il lavoro.

P.S. E' stato anche detto che non ci sono donne abbastanza preparate da entrare nei CdA. La Fondazione Belisario ha preparato un database con oltre 1000 curricula eccellenti al femminile. Che so, nel caso Corrado Passera o Cesare Geronzi ne avessero bisogno.

sabato 13 novembre 2010

La paranza, è una danza, che si impara nella latitanza...


Dopo quindici giorni di latitanza (e non solo dal blog, ma anche da casa), il minimo che puoi promettere a tua figlia è: "Sì tesoro, ti prometto che venerdì esci all'una, e nel pomeriggio andiamo all'Ikea a prendere tutte le candele profumate che vuoi". Nel frattempo ti sei completamente persa i passaggi attraverso i quali tua figlia cinquenne formula esplicita richiesta di andare all'Ikea a prendere le candele profumate, ma insomma, non è il caso di sottilizzare.

Giovedì mi chiama la persona con cui ho un impegno fissato per venerdì mattina.
"Scusa ma venerdì non riesco ad arrivare per la riunione alle 9:30. Possiamo fare nel pomeriggio?"
"Ehm... Veramente... Mi spiace, ma nel pomeriggio proprio non posso. Facciamo pranzo e riunione fino alle 3? Dopo, davvero, ho un impegno IMPROROGABILE"
"Va bene dai, per pranzo allora"

Giovedì compaio gloriosamente a prendere i miei figli, entrambi impegnati alla stessa ora in palestra fino alle 6 del pomeriggio (e non vi dico l'ansia di arrivare tardi!). Piccoletta mi vede, mi si getta al collo con un "Maaammmaaaaaaa" stile Anna dai Capelli Rossi e dopo pochi minuti, non so come, mentre aspettiamo che Piccolo Ing. finisca la lezione di scherma, scivoliamo di nuovo sul pericoloso discorso della gita all'Ikea a prendere le candele profumate.

"Allora, viene a prenderti la nonna all'una e poi la mamma arriva, accompagniamo Piccolo Ing. alla festa e noi andiamo a fare shopping"
"MAMMMMMAAAAAAAA MI AVEVI PROMESSO CHE VENIVI TU A PRENDERMI ALL'UNA!!!!!!!" e inizia un pianto dirotto, tipo Rémi posseduto.

Me la prendo in braccio e cerco di consolarla, con un interlocutorio "Vediamo, dai" che in genere con l'altro funziona ma che con lei non fa altro che peggiorare la situazione.

Piccoletta strilla come una iena, casomai qualcuno degli astanti non avesse inteso bene che: "MA TU MI AVEVI PROMESSO CHE VENIVI A PRENDERMI E ADESSO NON VIENI PIU'UUUUUUUUUUUUUUUUUUUU!! ME L'AVEVI PROMEEEEEEESSOOOOOOOOOOOO".

Cincischio in coccole, mentre penso che non è vero che le avevo promesso che sarei andata io: le avevo promesso che sarebbe uscita all'una, ma questa è evidentemente una sottigliezza che Piccoletta non può cogliere.

Ci provo, mi sforzo, ma non riesco davvero a sentirmi in colpa. Dovrei?
Sto solo cercando di tenere tutti insieme, e poi il mio mantra è: "Vedrai che l'anno prossimo non sarà più così, sarò disoccupata"
Anche, se lo ammetto, in quel momento avrei preferito essere sull'isola di Ponza.


mercoledì 21 aprile 2010

Di commento in commento, dritti alle domande esistenziali


Seguendo il thread del post precedente
(ma come parloooooooooo)
ecco cosa tiro fuori dal magico cilindro oggi.

Igraine scrive:
Già. Ed è anche pieno (il mondo, suppongo, ndr) di mamme che vanno per tentativi, ma soprattutto di persone che devono tenere il lavoro che hanno perché non hanno la forza di cambiare o non hanno alternative. E devono guadagnare, anche se non sono realizzate. Che tipo di mamme saranno?
La domanda è intrigante e non può che farmi sorridere. Che tipo di mamme saranno, coloro che non hanno la forza di cambiare?

Da quando ho figli, mi sono messa il cuore in pace: che tipo di madre sarò lo scoprirò quando i miei figli avranno 30 anni, suppergiù. Quindi, occhio e croce, considerando che viviamo in tempi bui, diciamo che mi rimangono ancora 25 anni, per capire che madre sarò.

L'altra cosa che sempre mi colpisce, in questi discorsi, è la passività.
Ho fatto lavori che odiavo. Ho accettato lavori che dovevo accettare per forza.
Ma ho sempre pensato che non era tutto lì, e che comunque c'è sempre una chiave di volta anche per uscire dalle situazioni peggiori. Che anche le situazioni peggiori ti insegnano qualcosa, se tu sai farti insegnare qualcosa su di te, sul mondo, su come funziona.

Quando ho letto La fortuna non esiste (un meraviglioso libro sulla speranza, ma quella che ti guadagni) ad un certo punto Mario Calabresi si sofferma a chiedersi se quello che fa andare avanti nonostante tutto sia fede od ottimismo: non so se sia fede, o ottimismo, o forse incoscienza (perché bisogna essere anche un po' incoscienti, a dirla tutta).

Quando vedo le torme di operai in cassa integrazione con la disperazione nello sguardo, padri di famiglia che non sanno di cosa daranno da mangiare ai propri figli, mi si contorcono le budella.

Intanto, perché vedere un padre disperato fa contorcere le budella.

E poi perché, ogni santa volta, non posso fare a meno di chiedermi:
"Ma questi, sono venuti al mondo per stare alla catena di montaggio? A tutti i costi?!?"
Ma possibile che non ci sia neanche l'idea di un'altra prospettiva, di un'altra possibilità, di un'altra vita?!?
Questo, è quello che mi uccide del sistema: essere convinti che non c'è un'altra prospettiva.


Non lo so. Io il fallimento, come prospettiva ultimativa, non riesco ad accettarlo.
Sarà che sono giovane?
(Eh sì, perché in Italia capita che a 37 anni quasi suonati tu ti senta dire che sei giovane)


Anche per le mamme, in fondo, è così. C'è chi fa la madre martire di marito-lavoro-figli senza altra possibilità. Ma perché non ha neanche l'idea che possa essere altrimenti.
C'è chi cerca un'altra prospettiva, anche se cambiare è difficile, rischioso, ti espone forse al linciaggio e ad un'alta percentuale di fallimenti.

Il problema forse non è solo e non tanto dover lavorare, è non poter cambiare prospettiva.

Non so, voi che ne dite? Cosa rispondiamo ad Igraine?

martedì 9 febbraio 2010

Che poi, sostituirti è un attimo


(Mannaggia, da quando non uso più Explorer e mi sono accorta che la foto della testata è tagliata male, soffro ogni volta che apro il blog, ma non ho davvero tempo di sistemarla)

Succede che in questo periodo io sia abbastanza nelle pesti, con il lavoro: sto lavorando ad un progetto europeo del Settimo Programma Quadro (in qualità di nullasapiente, e faccio fatica pure a fare quello), sto lavorando ad un altro progetto bello ma di cui poi ne riparliamo, insomma... Mamma lavora.

Mamma lavora, la baby-sitter nuova latita, i nonni sono TUTTI in vacanza (fino ad una settimana fa).

Per cui è capitato che l'Ing. abbia passato un paio di pomeriggi con i figli.

Ieri la piccoletta era a casa ammalata. Io dovevo assolutamente andare "in ufficio", e quindi: mattina con NonnaE, pomeriggio con la nuova baby-sitter (vista una volta sola), apparizione della Grande Nonna mossa a compassione dalla sottoscritta.

Perché io, ieri, ho passato mezz'ora buona (non mezz'ora consecutiva, ma comunque) a preoccuparmi dei contraccolpi psicologici che l'essere lasciata sola con una baby-sitter sconosciuta avrebbe causato, nella suddetta piccoletta.

Questa notte, il fatto.
Piccoletta chiama.
IO NON LA SENTO e mi sveglio solo quando l'Ing. si alza.
"Papiiiiii.... vieni a dormire un po' con me?"

Ecco, che poi sostituirti è un attimo.
E tu ti trasformi nella nemesi del peggiore dei padri, che non sente neanche i figli che chiamano di notte.


venerdì 29 gennaio 2010

La mamma è liquida (ma i bimbi no)



"... Allora adesso la mamma sta con te e giochiamo insieme tutto il pomeriggio..."
"Ma solo con me?!?"
"Sì' tesoro"

Per forza, devo tenerti lontana da tuo fratello che sta in cameretta a giocare con il suo amico, sennò finisce che tu rompi e lui ti mena, e ha pure ragione.

"Ma allora senza telefonate e senza computer!"

La mamma sarà pure liquida, ma la piccoletta di certo no.

domenica 17 gennaio 2010

Nightmare (post esorcista)

Aiuto. E' successo di nuovo. Un incubo tremendo.

Ho sognato il Salento, vacanza, lo splendido B&B dove eravamo questa estate. Solo che pioveva, era buio, e c'era una nebbia di quelle che non vedo più da almeno 15 anni. E poi c'era LEI, eravamo ad un incontro in una piccola baita-prefabbricata. Lei è una omertosa, e una presuntuosa snob intellettuale. Una stronza, se non si fosse capito. Una con la quale devo continuare a fare buon viso a cattivo gioco, ma che se potessi impalerei all'istante.

Ok, a questo punto avete scoperto che in me, come nel 99% delle mamme blogger represse, cova una serial killer e che i miei figli sono vivi per miracolo.

Perché io sono una che a prescindere cerca di instaurare un rapporto collaborativo e a smenarci anche del mio, se tutto ciò è a beneficio del risultato. Ma sono anche una che, quando ha perso la pazienda, l'ha persa davvero.

Il problema è che ora Lei viene a trovarmi anche nei sogni.

Mi era successo solo un'altra volta, una vita fa, con la collega M. La collega M. mi si presentò in ufficio con gli occhiali da sole alla Grace Kelly, e mi disse: "Piacere, io vengo dall'ufficio stampa Mediaset". La collega M. era bravissima a tenere le pierre, a differenza della sottoscritta chiaramente, ma aveva dei piccoli problemi con l'elaborazione di una farse comprensibile in lingua italica. Ma la collega M. pensava di scrivere come Leopardi, e la prendeva sul personale, e questo costituì un piccolo problemino. La collega M. ammutinò la redazione cinque giorni prima del nostro matrimonio, e della mia partenza per 3 settimane di viaggio di nozze. Quanti eravamo, in redazione? Due. (La terza avveva ammutinato una settimana prima, era un periodo un po' così).

Per la prima settimana di luna di miele, ogni notte sognavo la collega M. E tutte le mattine, svegliandomi, stramaledicevo prima me e poi lei (o al contrario, a seconda del tipo di incubo).

Uno che fa selezione del personale alzerebbe il sopracciglio e direbbe: "Incapace di gestire i rapporti conflittuali e l'emotività, scartata" (ma poi mi piacerebbe vederlo all'opera, con simili donzelle).

Allora, come e più di adesso, avevo sicuramente ANCHE altri pensieri ed altre angosce da elaborare.
Ma Lei, di notte, non me la voglio proprio più sognare.
Questo post sarà sufficiente per esorcizzare la sua presenza notturna?

lunedì 21 dicembre 2009

Specchio, specchio delle mie brame, qual è il Blackberry per la precaria del reame?


C'era una volta una mamma precaria.

La mamma precaria stava con un cellulare da 30 €. Prima, stava con un cellulare riciclato dalla suocera.

Voi penserete che questa mamma precaria sia una donna di facili costumi, ma vi sbagliate. Erano sempre loro, i celluari da quattro soldi, che la lasciavano.

Un'estate, si innamorò di un iPhone: era affascinante, non si era mai visto in giro qualcosa simile a lui, quando lo vide era appena sbarcato dagli Stati Uniti e le sembrò bellissimo. Lui le sorrise, e lei rimase incantata. Purtroppo, fu una passione destinata a finire ben presto: lei non poteva permetterselo, e lui se ne andò con il bagnino dell'ultima spiaggia.

Poi comparve lui, il Blackberry. All'inizio lo guardò con sufficienza: che sarà mai? Poi capì che, se lo avesse baciato, si sarebbe trasformato in un bellissimo principe azzurro. Lui sì che era solido, affidabile, senza fronzoli, era lo smartphone da sposare.

Triste e sconsolata, la mamma precaria sedeva davanti al suo PC, meditando sul suo triste destino professionale: quando mai si è vista una precaria con il Blackberry? Ma, all'improvviso, arrivò una mail. Con una proposta di lavoro seria per il 2010.

La mamma precaria, allora, iniziò nuovamente a sperare.

Non aveva scarpette da lasciare in giro (la mamma precaria è attualmente sprovvista di scarpe con il tacco, la poverina, e pensa che prima di conquistare un Blackberry sarebbe meglio ripartire dai fondamentali), e così iniziò ad addentrarsi, scalza, nella giungla delle tariffe.

Alberi di TIM, TIM Flexi, TIMMaxxi, liane Vodafone, succosi frutti H3G: la poverina cercò una mappa, qualche riferimento. Lei non era molto portata per queste cose: aveva da 10 anni una tariffa che non esisteva più, e spendeva davvero poco, in telefonia.

Ad un certo punto incontrò il Blackberry Pearl: era il cugino del principe, le disse che era stato fatto apposta per le donne come lei. Lei tirò dritto, e pensò che questi signori non capivano un'acca, delle donne. Lei voleva il suo principe azzurro.

Si perse nella giungla delle tariffe. E iniziò a pensare che forse era meglio tenersi il vecchio cellulare, almeno fino a quando rimaneva fedele, e andare a prendere un paio di scarpe con il tacco, almeno per Natale. Ma in un angolo del suo cuore, continuava a pensare a lui, al B. Bold. E non sapeva il perché.

Ci sono cose che non ti aspetteresti mai, nella vita. Desiderare un Blackberry è una di queste.