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lunedì 20 maggio 2013

Una barchetta in mezzo al mar (sono i post)

Mi piace quando i post vanno da soli, come se tu avessi costruito una barchetta di legnetti e l'avessi messa in acqua, e poi lei va da sola al largo, portata dalla corrente.

Questo è un po' quello che è successo con il post di Maggio su Genitoricrescono.
Parliamo di conciliazione come questione di famiglia, e non di pari opportunità.

Join the debate!

lunedì 18 febbraio 2013

Cinderella Mood e la sapienza della quasi quarantenne


Il buon proposito per il 2013 consisteva nel pubblicare un post alla settimana, su questo blog, che non parlasse dei fatti miei e che possibilmente ripresentasse qualche ragione per tenere in piedi questo blog con un po' di dignità (e ok, non iniziamo subito a divagare su cosa si intenda per dignità di un blog).

Bene, oggi è lunedì e non giovedì, io sto scrivendo un post sui fatti miei (e per di più assai lamentoso, nelle intenzioni) e continuo a chiedermi cosa farne di questo spazio, che è pure davvero prezioso e tuttavia così trascurato. Avrei potuto parlare di SMW, di Sanremo, del Papa, del meteorite. E invece no.

Per fortuna che c'era quello che diceva che i buoni propositi sono fatti per essere infranti.
Non ditemi che era il solito Oscar Wilde.

Il buon proposito per il 2013 era, ed è, "SI CAMBIA". 
Cinderella Mood On vorrebbe che arrivasse la Fata Madrina e mi rifacesse nuova, meglio che tre giorni alla spa. La quasi quarantenne in un solo mese di 2013 ha visto porte chiudersi e aprirsi, e poi richiudersi, con una velocità impressionante. Poi ci sono le porte che lasciano sempre uno spiffero. La quasi quarantenne sa che non ci si può fare nuovi da un momento all'altro, ed è piena di gratitudine verso le persone che aprono porte nuove, e che la stimano.

Cinderella Mood On vorrebbe che il Principe Azzurro arrivasse e la liberasse da tutta la fatica di questi tempi. La quasi quarantenne sa che i Principi Azzurri non esistono, e che nessuno farà le cose per lei al suo posto. Quindi, bando alle ciance e rimbocchiamoci le maniche.

Cinderella Mood On dice che bisogna essere umili, passare lo strofinaccio e stare zitti, e aspettare il momento giusto facendo buon viso a cattivo gioco, e che la forza sia con te. La quasi quarantenne, invecchiando, diventa sempre meno tollerante e sempre più irriverente, e ogni tanto sospira davanti all'immaginetta di Darth Vader, sognando di diventare cattiva come lui - il lato oscuro della forza ha un fascino pazzesco, si sa.

Cinderella Mood On e la quasi quarantenne litigano incessantemente da un mese a questa parte.
A parte il disturbo bipolare ormai pubblicamente dichiarato, la sottoscritta non sa più che pesci pigliare, in mezzo a queste due. 

Possiamo sperare solo nei topini, che anche i saldi sono finiti, nel frattempo.

L'immagine viene da Flickr

giovedì 31 gennaio 2013

Liberiamo una ricetta: timballo di riso della Nonna

Per #liberericette ho pensato di liberare una ricetta che non esiste, una ricetta che non ho trovato mai su nessun libro di cucina, di cui non ho le dosi precise, semplicemente perché è una di quelle ricette di famiglia, che impari dalla mamma perché la mamma la fa, ma non sai neanche dove l'abbia trovata lei.


E dunque, ecco a voi il Timballo di riso della nonna

Ingredienti per 4 persone:
8 manciate di riso (noi le misuriamo così, 2 manciate di riso a testa, ma belle colme)
1 cipolla
2 cucchiai di olio di oliva
100 g di pancetta a dadini
1 confezione di wurstel
1 scodella di piselli
1/2 bottiglia di passata di pomodoro
burro e parmigiano grattuggiato q.b.


Preparazione:
Fate soffriggere la cipolla nell'olio, aggiungete i piselli e fate rosolare. Quando i piselli iniziano a prendere la cottura, aggiungete la pancetta a cubetti, tagliate a rondelline i wurstel e aggiungete. Fate rosolare cinque minuti, poi aggiungete la passata di pomodoro. Coprite, abbassate la fiamma e fate cuocere a fuoco lento per circa 30 minuti. Nel frattempo bollite in riso in abbondante acqua salata (15 minuti circa, controllate il tempo di cottura che varia a seconda del riso). Fate scaldare il forno a 180°. Scolate il riso, conditelo con il sugo e versatelo in una pirofila precedentemente imburrata. Completate aggiungendo dei fiocchetti di burro e abbondante parmigiano grattuggiato. Passate in forno per 30 minuti circa, fino a quando la superficie del riso non sia gratinata. Sfornate e servite

Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia.Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web. 

#Liberericette è una bellissima cucina virtuale sul web. E dato che mangiare da soli è cosa triste, ringrazio Chiara e Lucia per averci proposto di condividere le nostre ricette anche con la mensa dei rifugiati del Centro Astalli.
Potete farlo anche voi, se volete.

lunedì 22 ottobre 2012

Al lupo, al lupo! Prima Puntata. Il caso omeopatia

Illustrazione di Barbara Vagnozzi

Tempo fa sono stata invitata, insieme ad altre mamme, a trascorrere una mattina in Boiron, l'azienda che produce medicinali omeopatici. Resoconti dettagliati e/o riflessioni sulla mattinata sono qui, qui, qui e ancora qui. E sicuramente su altri blog che in questo momento sto dimenticando.

Senonché, ancora prima di esprimere il mio (fondamentale, direi) pensiero sulla vicenda, sono incappata in un post piuttosto feroce di CosmicMummy. Senza nemmeno aver proferito una sillaba, quindi, sono stata classificata come un'"ingenua". Raccontando l'accaduto, a cena, ho dato il là a una vivace discussione tra la sottoscritta e una fisica che fa ricerca applicata. Le argomentazioni portate dalla mia amica erano perfettamente coerenti con lo standard scientifico di riferimento: la diluizione è eccessiva, è solo zucchero, l'omeopatia non cura niente di serio che possa essere definito malattia. Ergo, è inutile. Quindi, dannosa. Perché poi le persone ingenue (mumble... Dove l'ho già sentito, recentemente, questo termine?) pensano di poter curare i tumori con l'omeopatia, come quello là, ve lo ricordate (come caspita si chiamava?!?). Nessuna evidenza scientifica.

Questo atteggiamento mainstream mi ha fatto molto riflettere, perché a parer mio contiene al proprio interno una serie di assunti errati, e di verità che vengono date per negate.

1. L'omeopatia non cura niente di serio. Vero. Nessuno (mi auguro) tra chi si occupa di omeopatia ha mai affermato il contrario. Con l'omeopatia NON curiamo i tumori, non curiamo la broncopolmonite, non curiamo un sacco di cose. Ma curiamo la tosse, contribuiamo ad alzare le difese immunitarie, alleviamo il mal di pancia dei dentini che crescono o del pomeriggio che arrivano a casa da scuola con quel mal di pancia lì, che non è niente, curiamo gli occhi arrossati, tentiamo di rendere meno fastidiose le punture di zanzara e non so cos'altro perché la mia esperienza si ferma qui. Ho scoperto che con l'omeopatia è possibile aiutare nell'allattamento (e sa il Cielo quanto sia fatico allattare, ma no, non si può dire), nel combattere la nausea da chemio, e altre amenità del genere. La scienza non le considera malattie? Non mi scompongo. D'altronde io sono quella convinta che l'influenza ti viene quando glielo permetti tu, e che la psicoterapia può essere un'alleata nella cura dei tumori. Ma mi piacerebbe sapere allora qual è la definizione scientifica di malattia. Davvero.

2. L'omeopatia è inutile, quindi dannosa, quindi non bisogna parlarne. Più o meno, quello che accade nel nostro Paese. E così arriviamo al motivo per il quale ho intitolato questo post "Al lupo! Al lupo! Prima puntata". Perché in questo post, e nel successivo, affronterò alcune riflessioni innescate dal docu-film Al Quaeda! Al Quaeda! che, come sapete, ho visto la scorsa settimana. Nel libro e nel docu-film vengono ricostruiti i processi di delegittimazione che portano alla diffamazione di un soggetto: nel film c'è un esempio di delegittimazione condotto anche (persino!) attraverso il programma TV Le Velone, e non dico altro. Siamo abituati a considerare la delegittimazione, o la diffamazione, come un attacco esplicito, diretto, a viso scoperto. Ho capito che invece, molto più frequentemente, la delegittimazione sui mezzi di comunicazione non passa solo attraverso le notizie del telegiornale, o i titoloni della prima pagina del quotidiano, ma attraverso la costruzione variegata di un pensiero mainstream nei servizi di cronaca "minore" (chiamiamola così, anche se chi guarda certa TV non si nutre di altro), al programma d'intrattenimento, alla battuta nello show serale, al post anonimo, all'attacco del signor Nessuno. Ne ho dedotto che la vera capacità critica nell'utilizzo e nel consumo dei media, allora, non sta tanto nel soffermarsi sui contenuti ("Sei a favore a contro l'omeopatia?!?" "E' scientifica o no?!?") ma sulla de-costruzione del pensiero corrente, del pensiero mainstream. Qui, come ovunque. (E comunque qui vale la regola: funziona, la uso. Non funziona, cambio. Io che non ho interessi da difendere, non vedo dove stia il problema e la paura.)

2. La medicina è una scienza. Io non so quando la medicina sia diventata una scienza, dato che per molti secoli è stata un'arte. Ma su questo concetto di "medicina come scienza" vorrei soffermarmi due secondi. Perché, in proposito, ho una grossa domanda che mi frulla in testa da quando sono stata coinvolta in questa vicenda di mamme ingenue che pensano di scroccare il pranzo alla Boiron e poi farla franca.
E la mia domanda è proprio questa: la medicina è una scienza - una scienza esatta? O, meglio, come può la medicina essere una scienza esatta, quando lo stesso standard ottiene effetti differenti su due pazienti diversi? E' uno dei due pazienti che è "sbagliato"? Avendo vissuto sulla mia pelle l'incapacità, da parte dei medici, di affrontare il fallimento dei propri sforzi, e l'incapacità di accompagnare una persona verso la fine della propria vita, invece che accanirsi contro la malattia, questa domanda mi frulla in testa da un bel po', ma solo ora ho avuto l'occasione di tirarla fuori. Quindi, cari amici medici e non, fatevi sotto. Che io una risposta la cerco davvero.

venerdì 21 settembre 2012

A tavola ci si diverte [Memento]

Non so voi.
Da queste parti, capitano periodi in cui le cene si trasformano in un campo di battaglia.
"Junior stai diritto"
"Mamma, ma ti avevo detto la pasta in bianco, ecco io non magio"
"Piccoletta, mangi quello che c'è"
"Nooooooooooooooo"
"Junior non sbattere la bocca"
"Io voglio il muesli"
"Mangia la pasta e poi ti dò il muesli. Junior, ti ho detto di star diritto"
"Uffffa mamma sei cattiva"
"Sì sono cattivissima, JUNIOR STAI DIRITTO"
"Posso mangiarne solo metà?"
"No, tutta"

E via di questo passo. Quello appena trascorso, complice il faticoso ritorno-a-Milano-senza-scuola-con-clima-tropicale, era uno di quei periodi. Per cui, quando da FattoreMamma mi è arrivato l'invito alla Cena Babybel A tavola non si gioca ma ci si diverte ho pensato che forse anche io avrei visto la luce in fondo al tunnel. O, quantomeno, avrei passato una serata piacevole, invece che in assetto da cena belligerante.

E infatti così è stato.
I bambini si sono divertiti a giocare e creare con la cera rossa che ricopre i formaggini Babybel, con risultati molto diversi da bambino a bambino, secondo le attitudini e gli interessi personali. Però non attacchiamo con la solita storia del genere, eh.

Pallina da calcio Babybel 

Fiori, bimbe bionde e occhi verdi

Mentre i bimbi erano impegnati a giocare e creare, le mamme se la chiacchieravano e si cimentavano nell'Italian Contest Babybel, con la creazione di un piatto divertente. Non so voi. Questo esercizio per me è stato una forma di training autogeno per ricordare che una cena degenera in guerra nel momento in cui è la mamma che sbatacchia la pasta nel piatto in modo inconsulto e che si siede a tavola sperando che il supplizio finisca il prima possibile. Che la cura nel cibo è sempre giusta, e sempre possibile, anche quando si hanno dieci minuti per preparare un piatto a base di verdure e formaggini.

Questa è la mia creazione (che volete fare, come vedete la riflessione è ampia e approfondita ma le capacità manuali sono quello che sono), che non regge il confronto con quella della vincitrice, l'impareggiabile Lucia, seguita da Sara e da Veronica. Ma, a guardarlo bene... Vi ricorda qualcuno?

Nun me somijia manco pe' niente

lunedì 11 giugno 2012

Di #mammacheblog, cibo per la mente e sfide tecnologiche


In pillole
Incontrare facce belle e donne che combattono con il futuro in tasca, nonostante il futuro.

Ammirare il lavoro di Jolanda Restano e di FattoreMamma, e ancora una volta ritrovarsi a pensare che la bravura non è casuale ma è il risultato di una somma precisa: talento+passione+impegno.

Scappare a comperare una lavatrice, che si è rotta dieci giorni fa e la Grande Nonna ha minacciato di tagliarci il lavaggio panni, quando ha saputo che invece di essere al Centro Commerciale eravamo al Quanta Village.


In inglese
Outstanding Luigi Centenaro, pacato e dritto al punto. Vero cibo per la mente, le sue parole.

Wasting il capitale umano presente ai MomTalk farebbe crollare qualsiasi spread. Se fosse usato tutto, e bene.

Mobilizing che mammablog vuoi essere, se uno smartphone non ce l'hai. Per cui si ringrazia ancora una volta Vodafone per avere il mio smartphone in assistenza da 3 settimane, senza sapere quando lo riavrò indietro. Per dire che una mammablogger americana, come minimo, avrebbe già denunciato la compagnia telefonica per danno professionale, o saprebbe almeno a quale numero inviare un fax. E noi siamo qui a domandarci se il mammyblogging ha una sua dignità. Per dire.


giovedì 31 maggio 2012

Ma dov'è finita


Qualcuno si chiede, e mi chiede, dove sono finita.

Oggi sono su GenitoriCrescono, e parliamo di scuola.

E il prossimo 9 Giugno mi trovate pure qui:




Una presenzialista pazzesca.

lunedì 27 febbraio 2012

Di mattoncini rosa. E tanto altro ancora

A Natale la sottoscritta e l'Ing. si sono trovati a fronteggiare una questione oltremodo seria: Piccoletta ha deciso di ritagliarsi il proprio personale spazio nell'Universo del Mattoncino ma, dato che tale Universo è già stato occupato dal fratello, peraltro in modo alquanto trasversale, era necessario puntare su qualcosa del tutto originale.

Proprio in quei giorni arrivava la notizia dell'imminente uscita di un Lego fatto apposta per le bambine.


Un Lego per bambine?!?

Apriti cielo. La Somma Inventrice degli omini gialli che travalicavano qualsiasi genere, razza, religione, la paladina del "tutto uguale, tutti uguali", fa un prodotto per bambine con i mattoncini rosa.

Che le profezie dei Maya stiano per avverarsi?

Inizio con il pippone genderistico e i dove andremo a finire di questo passo, l'Ing. temporeggia:
"Aspetta almeno di vederlo, prima di giudicare".

Giusto. E così, per una fortunata serie di coincidenze e dato che ormai sono una mamma-blogger-markettara***, ho potuto davvero vedere Lego Friends in anteprima, tutta sola con Piccoletta, che Junior lapidario si è rifiutato di prendere parte a un simile consesso: "Robe da femmine", ha commentato sprezzante.




Piccoletta è stata completamente risucchiata nel vortice dei mattoncini rosa, fucsia, bianchi, verdi e celesti: ha montato Lego per due ore filate, seduta accanto a un bimbo dai riccioli biondi e gli occhi azzurri, riemergendo con la sua costruzione realizzata senza intrusioni dei super-esperti maschi di casa, felice come se fosse stata Brunelleschi: "Sfiiineeeeeente, mamma!", mi ha detto al termine dell'opera. Io mi sono goduta il pomeriggio con mia figlia e ho incastrato mattoncini.


Pink Stinks (soprattutto nel marketing)
Nuovi colori, alcuni molto belli (il celeste e il verde-Kermit) e nuove minifig, unico vero motivo di allarme nel Lego-pensiero del nostro Ing.: le ho scrutate per bene, con occhio attento e indagatore sugli stereotipi di genere. E. "Deliziose", come dice Piccoletta, niente a che vedere con le Winx o con quello che vediamo in TV da queste parti. Sono bambine, sono pulite. Fine.
E se la Somma Inventrice dell'indifferenziato fosse ancora più avanti, e fosse già andata oltre la cultura del genere e la riappropriazione delle differenza, maschile/femminile, giallo/rosa/marrone, e della parità nella differenza, e noi non ce ne fossimo accorti?
E poi, e questa è sicuramente la caratteristica più importante per un giocattolo, è un Lego giocabile da matti, esattamente come tutti gli altri. Anzi, a dir la verità è un po' più nuovo: dopo due ore passate a montare questi mattoncini, guardi sul catalogo Lego City e ti sembra un prodotto inesorabilmente marchiato Anni Settanta.

E' vero, la comunicazione ha voluto sottolineare più la differenza (Nuovo!! Lego per bambine!!, che fa tanto Donnee!! E' arrivato l'arrotino!!) che la continuità con le altre serie in commercio. Tanto più che esistono molte serie adatte ANCHE alle bambine: la fattoria, i cavalieri, la casa, il castello... Purtroppo sono tutte serie un po' dimenticate che io, se fossi il sig. Lego e volessi a tutti i costi conquistare il mercato delle bambine, potenzierei fuor da ogni dubbio. Senza dire che è per bambine, senza per forza fare i mattoncini rosa, così per una volta valorizziamo il prodotto e non la comunicazione.

Perché, e questa è una riflessione maturata in anni e anni di scatole di Lego montate, quello che ha fatto la differenza è stata la capacità di narrazione di queste costruzioni: le serie che sono andate meglio in assoluto sono quelle che si sono appoggiate sulle grandi narrazioni. Ed è lo sforzo che i giochi belli e originali devono fare, oggi come cinquant'anni fa (ma oggi in modo diverso, e oggi è più difficile perché i bambini sono molto sofisticati, sotto questo punto di vista): saper raccontare una storia ai bambini, al di là del gioco stesso. Lego Friends, almeno, ci prova e prova a promuovere anche una visione che non è per forza epica, ma è molto quotidiana: collaborazione, iniziativa, essere utili alla città.

Robe da femmine
"Junior, ma se ci inventassimo un Lego Friends da maschi?"
"Mhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh"
"Dai, che lavori possiamo mettere?"
"Inventore scienziato astrofisico la palestra di ginnastica il giornale l'officina delle macchine..."

E quello che volete voi.
Io voglio una redazione di giornale con un direttore bimba.


***Di mammedimarketing
Proprio mentre avevo nel taschino questo post la polemica sulle mamme-blogger-vendute-al-marketing rinfocolava sul blog di Loredana Lipperini, con tanto di De profundis sulla capacità critica e/o innovativa di noialtre (già solo su questo assunto si potrebbero scrivere dieci post, per quanto mi riguarda). Per conto mio, ho avuto la possibilità di sperimentare e vi racconto quello che ho visto con le mie riflessioni appiccicate a margine, né più né meno di quando vi racconto dei marciapiedi di Milano o sparo a zero sulle compagnie telefoniche. Ai miei dieci lettori, l'ardua sentenza.

martedì 12 aprile 2011

La scuola che vorrei è una #scuolaitaliana


Per questo post volevo fare una cosa fichissima, e soprattutto non volevo scrivere io - perché può ragionevolmente scrivere qualcosa di davvero sensato una che inizia un post con "Per questo post volevo fare una cosa fichissima"? No.

Però non ce l'ho fatta (ma non ve la svelo, sia mai che poi riesca a farla, chissà quando) e quindi devo necessariamente smettere i panni della scema di guerra e vestire quelli della persona seria che porta il suo modesto contributo a un dibattito sulla scuola. Non sarà il contributo di un esperto di scuola, ma di un genitore che ormai vi ha trascorso qualche anno, diciamo di un genitore che legge qua e là e che per professione ogni tanto sorvola il tema. Anzi, ora che ci penso anche di un genitore che ha insegnato per un anno o poco più, una vita fa. E di un genitore che si fa sempre molte domande, senza dover per forza avere in tasca la soluzione.

Vado per macro-temi, un po' schematicamente. E cito liberamente da Togliamo il disturbo, il saggio di Paola Mastrocola edito da Guanda (da leggere)

INSEGNANTI - GENITORI- ALUNNI. Per dire che la scuola è fatta di persone e ognuno di costoro dovrebbe sinceramente farsi un esame di coscienza, in particolare le prime due categorie (perché, oggettivamente, gli alunni sono coloro che tristemente sguazzano in questa situazione). Diciamo che il tutto si potrebbe riassumere con un parolone poco usato in Italia di questi tempi: RESPONSABILITA'. Non voglio entrare negli infiniti cahiers des doléances che gli insegnanti stendono sui genitori, e che i genitori stendono (con ragioni uguali e opposte) sugli insegnanti. Il problema è che qui nessuno si prende più la responsabilità di fare il proprio dovere. Oltre ad esserci un tasso di conflittualità altissimo: è in corso una Guerra Fredda, una sorta di muro contro muro nel quale gli insegnanti mirano ad estromettere i genitori dalla scuola, e i genitori si guardano bene dal trovare forme collaborative di partecipazione. Anche solo la capacità di chiarirsi i reciproci obiettivi aiuterebbe, credo. Il che presuppone avere insegnanti così bravi e motivati e genitori così adulti da avere obiettivi che pendono sulle teste dei loro figli e alunni. Il che presuppone anche avere insegnanti che parlano con i genitori (cosa assai rara, per la mia esperienza) e che parlano con i genitori senza pensare che il giorno dopo arriverà la minaccia di denuncia. Il che presuppone avere modelli condivisi che non siano calciatori e veline (su questo tema ricordo un bellissimo articolo di Marco Rossi-Doria). Insomma, detto un po' mielosamente bisogna ricostruire un'alleanza. Ma prima bisogna avere in mente quale è lo scopo. Bisogna che le associazioni dei genitori non diventino il club esclusivo del "noi che siamo i genitori bravi che si danno da fare". Bisogna che i genitori, per esempio, chiedano che le prove INVALSI vengano pubblicate, istituto per istituto, per sapere quali sono i punteggi per ogni istituto: questo, almeno, potrebbe essere un minimo criterio oggettivo per poter scegliere una scuola. Bisogna che gli insegnanti decidano cosa vogliono: stipendi bassi, infornate che neanche l'Arca di Noè, lamentele infinite e quattro mesi di vacanza l'anno, o un altro sistema? Perché queste cose bisogna dirsele, prima o poi.
E poi ci sono loro, quelli che fanno le verifiche con le schede a crocette, che non sanno più studiare (pare) che studiano le tabelline per un anno e bastano tre mesi per fare piazza pulita. Come se niente fosse. Ecco, loro sono diversi da noi, altrimenti non sarebbero quelli nuovi. Loro vanno aiutati a studiare. A stare lì e a rileggere tre volte una pagina. Loro che tutto "eh mamma ma questo è facile" e che pensano che una volta che hai afferrato vagamente un concetto, allora hai studiato. E' una tortura inutile? E' un passaggio necessario? Rischiamo l'estinzione delle coscienze? Non lo so. So solo che far studiare 'sti ottenni è una tortura (non solo per loro, ma anche per noi) (ma in casa mia vige il metodo-meccanico, della serie: "Non hai voglia di studiare? Vai a riparare le macchine del meccanico sotto casa, rimarrai ignorante e tutti ti fregheranno". Sentita ripetere ai miei fratelli dagli 8 ai 18 anni, uscita dalla mia bocca davanti a mio figlio che mi guardava terrorizzato perché noi, per fortuna, il meccanico sotto casa ce l'abbiamo ancora)

PROGRAMMI. Io non so chi abbia messo mano ai programmi ministeriali delle elementari (perché di quelli, per ora, posso parlare). Ma che alle elementari debba essere insegnata la grammatica italiana, a scrivere in italiano e a far di conto non sembra più così scontato. Mio figlio è in terza elementare e non ha MAI fatto un pensierino (OK, sarà stato particolarmente sfortunato). Obietto solo che per insegnare le suddette materie per prima cosa è necessario disporre di insegnanti che le conoscano. Il che, anche, non è scontato. Infine, alle elementari ormai si fa DI TUTTO: manca solo la reintroduzione dell'ora di ricamo e poi siamo a posto. I bambini stanno a scuola il doppio delle ore e imparano la metà delle cose NECESSARIE (la grammatica, la matematica e a scrivere in italiano). Le medie, che già erano sconclusionate 20 anni fa, sono diventate un guazzabuglio di nuove materie (tra cui una seconda lingua insegnata per due ore settimanali, spiegatemene voi il senso).
E arriviamo al programma di storia e geografia, la vera chicca della scuola che avanza, la spina nel fianco per una che si è laureata in storia di. Storia: in terza elementare un anno sulla preistoria, in quarta gli egizi, in quinta i romani, in prima media il Medioevo e via andare. Io vorrei vedere in faccia la persona che ha avuto questa genialissima pensata: uno che non capisce che la storia si studia in un MODO e con un METODO alle elementari, un altro MODO e un altro METODO alle Medie e un altro ancora al liceo, pagherei oro per poterci parlare. Per capire cosa ha in testa. Per chiedergli: "Ma perché?!?". Geografia: un anno passato a studiare IL fiume, IL mare, LA pianura... Complicatissimo: complicatissimo per bambini di 8 anni che non hanno ancora le capacità di astrazione per capire davvero la differenza tra una baia e un golfo. E che in compenso se dico "il Po" o "le Alpi" mi guardano come se venissi da Marte.
Cosa vorrei come genitore dalla scuola? Che insegni NOZIONI e METODO ai loro figli. Che insegni dove sta la Toscana e dove la Sicilia (anzi, non dimentichiamo che mio figlio NON SA che esiste una Toscana e una Sicilia), che insegni a leggere e a scrivere in italiano. Magari anche in inglese, ma prima in italiano (difficile, senza l'analisi grammaticale e logica, imparare una qualsiasi altra lingua).
Poi c'è la questione Internet e la questione dei Barbari (altra citazione, questa volta da Baricco, altro bel saggio che parla di scuola): ma qui sposo la tesi della Mastrocola, che ridetta a modo mio fa: se uno sa leggere Dante sa usare Internet, ma il contrario non si dà (lei predilige Torquato Tasso, a dire il vero). Quindi, che la scuola insegni a leggere Dante e a conoscere a menadito le tre leggi della termodinamica e la dimostrazione del teorema di Pitagora. E a Internet ci pensiamo insieme, semmai (ecco, Internet poi è proprio una di quelle materie in cui i genitori andrebbero formati molto di più dei bambini, e invece nisba - pensiamo a quanti bambini stanno su PC senza filtri e senza controllo).

Ecco, questa è la scuola che vorrei, e domani (oggi per voi che leggete), mentre sarò in treno su e giù tra Milano e Roma, ditemi che non è vero niente. Che tornerò a casa, e che mio figlio mi farà vedere la ricerca sulla Puglia e avrà finito di leggere I ragazzi della Via Pal, invece di Gol.Un'avventura nel pallone, preso dalla biblioteca della scuola.

martedì 5 aprile 2011

Gemelli Diversi


Sperimentare mi intriga, ripetere copioni mi annoia. Credo che sia così per la stragrande maggioranza delle persone (anzi no, mi sono accorta che esiste uno zoccolo duro di persone, forse la stragrande maggioranza chissà, che ha assolutamente bisogno di una scrivania, colleghi sempre uguali, routine ordinarie e vite preordinate. Io non ho una scrivania, non ho colleghi ma mi faccio molti nemici e qualche sincero amico, non ho un lavoro e quando una di quelle suddette persone guardò il mio CV, cinque o sei anni fa, la prima cosa che esclamò fu "Ma lei ha cambiato un sacco di lavori!" - vagliela a spiegare tu, l'antropologia della precaria). Comunque.

Tra gli esperimenti che sto conducendo in questo periodo c'è una cosa che mi porterà allo sdoppiamento definitivo della mia già doppia, tripla, quintupla personalità (non è colpa mia, sia ben chiaro, è l'Oroscopo che è così) ma che mi sta divertendo un sacco. Se volessi dare un nome pomposo alla vicenda, potrei chiamarla così: "Studio comparato dell'utilizzo e dei trend dei social network in Italia: Facebook e Twitter. Esperienze di una che non lavora in Rete" (questo bisogna dirlo sennò gli "esperti della Rete" si incazzano).

Due account che ho aperto insieme, uno con nome e cognome e l'altro con il nome del blog. Massiccio utilizzo iniziale di Facebook. Twitter mah, boh, bah. Probabilmente all'inizio ho pensato di essere troppo vecchia per Twitter, che è sostanzialmente anorcoide nell'impostazione grafica e nel concept. Non riuscivo a coglierne il lato social, davvero. Linkato il blog e via andare, questo era il massimo di social che Twitter poteva ottenere da me, distratta frequent-attrice della Rete.

Nel frattempo sono passati due anni (Oddio no, ne sono passati quasi tre! Questa auto-coscienza mi fa venire un capello bianco in più). E.

Facebook è diventato una sorta di social suq, e lo dico da venditrice di tappeti: blogger che diventano libraie, comunicati stampa, attività commerciali di ogni tipo, iniziative buone ma anche no, pagine e pagine di "cose" e - anche, va bene, sì relazioni social (può una relazione essere non-social? Mah, forse sì. Comunque anche questa cosa fa pensare). La discussione si districa tra una folta foresta di offerte simil-commerciali (tipo andare al mercato con la tua amica pretendendo di fare conversazione tra il pescivendolo che tenta di venderti l'orata a prezzo ribassato e il fruttivendolo che ti rifila nel sacchetto il cestino di fragole-primizia che tu non volevi). Per carità, io sono sempre lì. Conversare, si conversa (meno di prima, mi pare). Diciamo che il paesaggio urbano di Facebook (per noi simil-quarantenni, almeno) è molto cambiato in questo ultimo anno.

E poi c'è Twitter. Dove mi sono ritrovata, per caso, con i post unificati sulle #quoterosa (ecco, poi Twitter ha questa cosa degli hashtag che è meravigliosa, io l'adoro come potrei adorare un oggetto di design, è proprio qualcosa che mi richiama al bello della parola). Quella è stata la scintilla che ha segnato il mio sbarco su quest'altro mondo. Dove per la maggior parte ho contatti che non ho su FB. Dove tutto è davvero pubblico (cosa che un po' mi terrorizza e che costringe a pensare bene a quello che scrivi, soprattutto se sailcielo quando hai inserito i feed di twitter su LinkedIn, e poi ti ritrovi in questo guazzabuglio sociale nel quale quello che pensi lo devi pensare sul serio, e se lo scrivi poi lo devi difendere, e devi pensare alle conseguenze di quello che scrivi, forse anche) e qualsiasi scemenza o genialata appare come sul rullo dell'Ansa. Pure conversazioni con persone che non conosci (anzi no, contatti o anche twitteri. Questa cosa dà da pensare, in effetti, di come una persona si trasformi in twittero ma come questa relazione non sia bi-univoca, non è detto che un twittero si trasformi in una persona).

Comunque l'esperimento più divertente è scrivere la stessa cosa su FB e su Twitter. Quando lo faccio, succede spesso che su uno parte la conversazione, sull'altro rimane lettera morta. Dipende dal network nel quale sono inserita? Dipende da quanti annunci semi-commerciali sono apparsi su FB e quante notizie su Twitter? Mah.

Su Facebook si possono condividere i video, su Twitter è più divertente vedere la TV in modalità social. Su Facebook rimane un residuale concetto di privacy (scusate, mi scappa da ridere a scrivere questa parola ma non me ne vengono in mente altre), su Twitter tutto, ma veramente tutto, goes public. Su Facebook stai in un modo, su Twitter in un altro (se ci vuoi stare intendo dire, perché poi ci sono persone che sono ovunque ma da nessuna parte, eh).

Quello che rimane, dunque, è la capacità di usare in modo diverso mezzi diversi (perché viviamo in un'epoca in cui in tanti sono ancora convinti che si possa usare Internet come si usa un volantino pubblicitario) - è anche quella scintilla che fa scattare una relazione, una presenza - un po' casuale, un po' preordinata, un po' che se uno non ha voglia o non è capace non lo fa comunque.

Perché, diciamocelo: per stare sulla Rete ci vuole un fisico bestiale, è una faticaccia psico-fisica, e ogni tanto uno si chiede se per caso gliel'ha ordinato il medico, e che senso ha. Ma poi, sai quanto uno si diverte, anche.


martedì 12 ottobre 2010

Stop, Stay and Smile (le tre S di me stessa medesima, post fancazzista per ritrovare il sorriso)


Avrei potuto scrivere un post lugubre sulla reputazione dell'Italia all'estero (si sarebbe intitolato "L'ultima volta che sono stata fiera di essere italiana").

Avrei potuto scrivere un post molto più pensato sulla questione di genere, di cui Genitoricrescono si sta occupando in questo mese.

Avrei infine potuto sbrodolare lungamente su quanto è difficile essere donna a questo mondo, su quanto è difficile stare al mondo tout court, su quanto è difficile continuare ad essere civili con certi pediatri, su quanto è difficile vivere in una città in cui decidono che tre cantieri sotto casa, in fondo, non fanno la differenza per parcheggiare la macchina.

Invece, per fortuna vostra, mi è stato assegnato un HappyPremio da MammaMoglieDonna, che ringrazio DAVVERO TANTO :)  per avermi costretto a guardare le cose da un'angolatura diversa. Dato che il periodo, come si può intuire, non è dei migliori, in questo premio tenterò di rispolvererare la mia migliore fancazzitudine, non aspettatevi niente di serio. Poi, un bel dì, scriverò un post serissimo sulla doppia personalità delle blogger.

Quindi, vi scriverò le 10 cose che, spremendo quel che rimane delle mie meningi, mi piacciono di più.

  1. Leggere un libro sotto il piumone mentre fuori piove
  2. Prendere il sole in faccia senza pensare alle rughe che avanzano
  3. Leggere un libro al Piccolo Ing. accoccolato con la testa sulla mia spalla
  4. Fare shopping con Piccoletta
  5. Fare un regalo piccolo, inaspettato e azzeccato
  6. Fare un regalo grande ad una persona a cui voglio bene
  7. Ridere con l'Ing.
  8. Appassionarmi ad un nuovo progetto
  9. Guardare e ascoltare i miei figli mentre giocano
  10. Guardare un film tutti insieme sul divano di casa

E rilancio il premio a:



Tutte blogger che mi rendono molto Happy (insieme a molte altre, of course, alle quali il premio arriverà di certo molto presto!)


giovedì 29 luglio 2010

Una sera con il mio blog. E buone vacanze


Dicono le statistiche che un blog ha una vita media di 2 anni. Dura mediamente meno di un matrimonio, ma più di una astensione facoltativa per maternità.

Dato che la mia missione di disorganica a vita è sfidare le statistiche, e che il Blog invecchia e supera il traguardo dei due anni, invece di chiuderlo ho rifatto il trucco. Che ne dite?

Rifaccio il trucco, ripenso i contenuti, e non solo quelli del Blog.

Ma siccome è sera d'estate e profumo di gelsomino, vale la pena solo godere del buio e delle stelle cadenti a San Lorenzo, che sono sempre una promessa di nuovi inizi.

Buone vacanze, a chi parte per partire e a chi parte per tornare.

giovedì 8 luglio 2010

Se lo ami, legalo


In questo correre distratto e un po' bislacco, in questa città che sta assumendo sempre più le sembianze della capitale della Lombardistan, una terra dove d'inverno fa -40°C e d'estate +50°C, dove il traffico ruggisce fino al 10 agosto, ed anzi a luglio impazzisce, perché si apre la stagione "sistemazione della viabilità", i bimbi imparano fin da subito che in macchina, all'occorrenza, trascorreranno un po' della loro vita.

Guidare nella jungla cittadina è pericoloso, e anche se rispetti il codice della strada, non è detto che tutti lo facciano.

Prendere la vita come viene non sempre è un bene: se prendere la vita come viene vuol dire anche "Non ti allaccio la cintura, tanto stiamo in macchina dieci minuti".

Dopo un incidente, dopo che ti sei ritrovata una macchina addosso che andava sulla corsia del tram, oltre all'abbonamento al car-sharing rimane la sensazione che potrebbe capitarti qualsiasi cosa, senza che tu neanche te ne accorga. Anche se sei in macchina per una brevissima commissione a due isolati da casa. Anche se è una piazza attraversata mille volte.

Per questo, se lo ami, legalo.

giovedì 8 aprile 2010

La vita sociale delle mamme


La vita sociale delle mamme è frenetica: merende a casa con happy-hour mammesco, parco, feste di compleanno, corsi di danza-scherma-disegno-karate-nuoto-inglese-canto-pattinaggio, e poi cene di classe, suddivise, a seconda della rappresentante, in: cene con i padri, o cene senza padri. Prima di Pasqua sono stata ad una deliziosa cenetta di mamme della classe della piccoletta, senza padri e, conseguentemente, senza figli.

Alle 23:30 i camerieri, esausti, ci imploravano di andarcene, che dovevano chiudere.
Noi li abbiamo guardati con sufficienza e abbiamo pensato che "Dove-sarà-finita-la-Milano-che-non dorme-mai", poi abbiamo fatto capannello per un'altra mezz'ora davanti al ristorante.

Ma non è finita qui.
Poi ci sono le amiche, le poche sopravvissute a: singletudine, mammità non coincidenti, mammità coincidenti ma con insuperabili divergenze sulla mammità, mammità scatenanti senso di competizione, traslochi, catastrofi, varie ed eventuali.

E poi ci sono le mamme blogger.
Che, diciamocelo, hanno il loro bel daffare tra MomCamp, cene, incontri ravvicinati del terzo tipo (che Milano è piccola e mica penserai di aprire un blog e non trovare almeno altre due blogger che conoscono quello che conosce tuo marito, in tutte le combinazioni in cui si può declinare la suddetta ipotesi) e inviti di ogni sorta a: cinema, teatro, prova pannolini, prova dolcini, prova cremine.

E così, ecco il prossimo appuntamento: il MomMixer, lunedì 12 Aprile.

Essere mamme è una faticaccia mondana, altroché.
Ma ci divertiamo un sacco, quando incontriamo le mamme giuste, fuori e dentro il web.

Ci vediamo al The Hub in Via Paolo Sarpi?
(Oddio, cosa mi metto?)

mercoledì 11 novembre 2009

Uno dei tanti post che non ho scritto


Settembre (Ottobre?) 2008, al tempo della Riforma Gelmini.

Premessa: l'Ing. giocava a pallavolo nella squadra dei vecchietti del Gonzaga, una scuola privata di Milano. La maggior parte dei vecchietti pallavolisti è costituita da ex allievi del Gonzaga. A Milano, l'iscrizione al Gonzaga è una specie di eredità che si trasmette con orgoglio di padre in figlio (maschio, generalemte, ma i tempi si sono evoluti per tutti). L'ing., che difende strenuamente e con accanimento la scuola pubblica, era uno dei pochissimi a mandare i figli alla scuola pubblica.

"Ma lo sai che G. mi ha detto che doveva iscrivere il figlio alle elementari al Gonzaga e non c'è più posto? Quest'anno hanno avuto un boom pazzesco di iscrizioni. Tra l'altro, gli altri due vanno già lì e per lui adesso è un bel casino".

Conosco il Gonzaga, e dubito che abbiano davvero rimbalzato il terzo figlio iscritto.

Ma per dire che la notizia di oggi del Corriere Milano, da queste parti circola da un anno. E per dire che se mamma fosse un po' meno noiosa, scriverebbe post più interessanti in tempo utile.

A seguire, i post che ho nel taschino da almeno una settimana:
mamme e downshifting
genitori, scuola e sussidiarietà,
quello che le coppie non si dicono


Ne scriverò, prima o poi. Quando avrò capito come pagare l'F24.

mercoledì 28 ottobre 2009

Di premi e ignoranza crassa


Non sono mai stata brava a fare i discorsi di ringraziamento, e quando qualcuno mi fa un complimento mi imbarazzo sempre molto, devo essere sincera. E mi stupisco, sempre molto, con la faccia di quella che si guarda in giro e pensa: "Davvero? Io?!?!"

Ma mi commuovo sempre molto quando qualcuno mi fa partecipe del suo mondo, o trascorre del tempo su questo blog e se lo ricorda pure.

Per cui ringrazio davvero Silvietta, Clara e Rosita per il premio-francobollo.





E rilancio a:

MAQ

Vale

BStevens

M di MS

il Prof

Non ho Valentina

Chiara N..

Con licenza di rifare il francobollo, per chi traffica di colori e illustrazione.

Ci ho messo un po' a capire cosa significasse il bollo. E quindi mi sorge spontanea una domanda: è portoghese?!? e perché in portoghese?!?

mercoledì 2 settembre 2009

The Honest Scrap Award



NonhoValentina mi ha passato il testimone dell'Honest Scrap Award, lanciato da Mamma Cattiva, e con molta gioia lo rilancio. Ho dovuto pensarci un po' su, perché in questo momento di caos i neuroni, evidentemente, sono ancora in vacanza. Ma ecco 10 cose di me.

  1. Sono un'instabile: se penso a me 10 anni fa, stento a riconoscermi. Ho cambiato idea su tutto, o quasi.

  2. Sono un'intollerante: le mie intolleranze alimentari includono quasi tutto ciò che si mangia, dallo zucchero bianco, al frumento, al vino (sic).

  3. Mai avuto l'istinto materno. Mai sdilinquita davanti a un neonato, neanche da mamma.

  4. Sempre avuto un diario. La mia Smemoranda dell'ultimo anno del liceo è durata 15 anni, dovrei buttarla. Non ne ho il coraggio.

  5. Mai pensato di aprire un blog.

  6. Sempre pensato che il cielo stellato è ordinato. Parlatene con un ingegnere: vi dirà che è disordinato e inizierà a fare strani discorsi sull'entropia dell'universo.

  7. Mi rilassa guardare il mare.

  8. Mi stressano le vacanze estive a Milano con i bambini e io che dovrei lavorare a casa.

  9. Da quando sono mamma, mi sento sempre un po' in colpa: capisco di aver commesso molti sbagli, e di commetterne in continuazione.

  10. Da quando sono mamma, ho capito che non si può sempre dare la colpa di tutto alla mamma: per quanto pessima possa essere stata la tua mamma, ha fatto quello che ha potuto.


Ora, il passaggio di testimone:
a Lanterna de Il mignolo con il Prof
a Maq di Io sono leggendo
a Manager di Me Stessa
al Presti di Le vie del Prestipino
a Mi sono pensata addosso
a MammacheFatica!

martedì 7 luglio 2009

C'è del buono in Style Piccoli. Di etica, marketing e gabelle



Ieri ho trovato nella casella della posta Style Piccoli.

Cos'è Style (prontuario per chi non legge il Corriere della Sera). Style è un magazine del Corriere, un mensile-maschile di target decisamente alto, direi il più snob della categoria (in confronto GQ sembra roba da carrettieri): in sole 100 paginone patinate, ti dimostra che se non porti al polso un orologio da 20.000 €, non sei nessuno. La prima volta Style uscì come allegato gratuito . La seconda volta era a pagamento, "a libera scelta". La terza, è diventato un supplemento "obbligatorio", a pagamento: se l'ultimo venerdì del mese vuoi comprare il Corriere, ti becchi anche Style - oppure lo paghi e per protesta lo lasci all'edicolante, come mi è capitato di vedere.

Ora c'è Style Piccoli, dedicato ai bimbi e alle loro mamme.


Scarto l'involucro di plastica, e trovo una sagoma per fare una scatolina, un salvadanaio, firmata Tiffany (sì, quello della colazione, ovvero la gioielleria).

C'è anche una letterina d'accompagnamento, in cui si spiega alle mamme che il magazine ha pensato ai bambini dell'Abruzzo e che bisogna insegnare ai nostri bimbi a donare. Per cui: i bimbi che metteranno i loro soldini nella scatolina e la porteranno in uno dei negozi Tiffany di Milano, Roma, Bologna e Firenze il 22 settembre, riceveranno in cambio un quaderno, ovviamente firmato Tiffany&Co. Parola di Diamante (!) D'Alessio, direttore, che conclude la sua letterina così: tutto a fin di bene!

E dunque.
Tu vuoi aiutare i bambini dell'Abruzzo.
Va bene, bravo.
Vuoi insegnare ai bambini l'importanza del donare.
Caspita, don Lorenzo Milani ti fa un baffo.
E cosa fai?
Fai fare ai bambini un salvadanaio. Non di quelli, che ne so, del CESVI, di Medecins Sans Frontières, della Croce Rossa, toh. No, di Tiffany.

Non posso fare a meno di immaginarmi il bimbo, che ha messo le sue monetine nel salvadanaio, entrare da Tiffany con la sua scatolina: teche di cristallo, gioielli, arredi raffinati, atmosfera ovattata, commesse con piega perfetta, trucco leggero e tailleur. Che deposita la sua scatolina da Tiffany.

Cosa imparano davvero, i nostri bambini?
Che è bello aiutare i bambini dell'Abruzzo, questi sconosciuti che nessuno vede mai? O piuttosto che Tiffany è un "bel posto"?

Che so. Potevano organizzare una festa, uno spettacolo, la prima di Harry Potter in cinque città. No. Il salvadanaio da portare in gioielleria.

"Mamma, cos'è?"
"E' un salvadanaio, tesoro, di Tiffany"
"E ci metto i miei soldini?"
"Sì"
"E cos'è Tiffany?"
"E' una gioiellieria, un posto dove fanno gioielli bellissimi".

Mi sono davvero arrabbiata: per l'ipocrisia, per la mancanza di senso della realtà, per l'incompetenza e per la sfacciataggine nell'utilizzare tragedie e buona fede e bambini... per cosa, poi? Per farsi dire "bravi"? Per far vedere che "anche noi c'eravamo", perché, si sa, "non puoi non esserci"? Il gioco vale la candela?

Ma siccome non volevo scrivere un post ingiusto su un giornale senza neanche averlo letto, me lo sono sfogliato da cima a fondo: devo essere sincera, ci sono un sacco di informazioni utili (tipo scuole estive a 160 €, il prezzo più alto registrato finora, indirizzi sui villaggi dove tengono a bada i marmocchi, ristoranti, bei servizi (dico sul serio, ndr) di moda bimbi).

A un certo punto, dopo aver notato un servizio fotografico di Costantino Ruspoli (strano che il fotografo non si chiamasse Giuseppe Brambilla) sulle "Belle famiglie italiane", una cosa che farebbe la felicità di molti ma che a me, di primo acchito, fa venire il latte alle ginocchia, a pagina 32 (guarda un po' di fianco c'è una pubblicità di Tiffany!), ho trovato il pensiero forte che cercavo per salvare questo giornale.
... Le bambine esageratamente attratte dalle paillettes dappertutto, dalle Winx sulle scarpe e da una preadolescenza strappona, dovrebbero studiare a scuola il senso filosofico dello stile di Coco Chanel, che non era né bacchettona né timida né priva di grandi amori contrastati, (...), Coco non si è negata mai nulla tranne la tamarraggine (i grassetti sono miei).

Ecco, c'è del buono in questo giornale, bisogna solo cercarlo.
(E poi salvare gli indirizzi, buttare il tutto, scrivere un post e non pensarci più, se possibile, a parte continuare a chiedersi quale sia il senso filosofico dello stile di Chanel da far studiare alle nostre figlie).


lunedì 15 giugno 2009

Tra MomCamp, matrimoni e l'ultima spiaggia (alla quale non farò mai l'abitudine)


PREAMBOLO MAMMESCO
Venerdì sera mammina cara salutava i suoi bimbi e l'ingegnere, in partenza per la Liguria, e chiudendo la porta si chiedeva se avrebbe resistito a stare due notti senza di loro. E si chiedeva come faceva, gli anni scorsi, a lasciare i bimbi per settimane intere dai nonni. Ma tra lavori da finire e magliette da stirare, la nostalgia del distacco è durata ben poco.

TRA MOMCAMP...
Sabato mattina mammina è andata al MomCamp e, come sempre, le è piaciuto molto. Oltre alle mamme blogger che già conosce e ama, ha conosciuto il gruppo di Non ho Valentina, che l'ha divertita e un po' commossa (il perché si capisce all'ultima spiaggia), Paola Sucato che l'ha incantata con la sua presentazione, Maria e Mariagrazia di Working Mothers Italy che l'hanno conquistata. E, per la prima volta dopo qualche tempo, gli ingranaggi del suo cervello hanno ricominciato a funzionare.

... MATRIMONI...
Merito anche delle tre vecchie amiche che mammina ha incontrato al matrimonio di sabato pomeriggio: sebbene mammina si fosse messa in gran spolvero con tanto di tacco e fosse andata al matrimonio priva di accompagnatore, nessun baldo giovine si è avvicinato al gruppetto delle quattro che chiacchieravano fitto fitto. Tra le altre cose, dello shock di sentirsi chiamare "Signora".
Ma vabbe', ormai dobbiamo farcene una ragione: anche per Papi, d'altronde, saremmo già anziane.
E d'altronde mammina, col tacco, non si è concessa neanche alle danze.
L'ingegnere può dormire sonni tranquilli, diciamo.

... E L'ULTIMA SPIAGGIA
Domenica mattina mammina ha preso il taxi, direzione Stazione Centrale: il treno per la Liguria partiva alle 9.05.
"Weekend lungo o viaggio di lavoro?" le chiede il tassista.
"Settimana al mare con bambini e nonni. Quasi peggio che andare a lavorare", ha risposto lei, rettificando poi subito, per rispetto a chi lavora, e a chi un lavoro non ce l'ha.
E così mammina è arrivata in Riviera.

Ora, mammina, prima di conoscere l'ingegnere, non aveva idea di cosa fosse un Bagno.
E per Bagno non intende,
stanza con vasca da bagno e servizi igienici; la vasca da bagno
stessa e, per eufem., locale con i soli servizi igienici andare al bagno,
(eufem.) soddisfare i propri bisogni fisiologici bagno pubblico, locale dove è
possibile fare un bagno a pagamento, oppure solo lavarsi e usare il
gabinetto

bensì
entra in nomi propri di località termali o stabilimenti
balneari: Bagni di Lucca


Lei andava in spiagge dove l'ombrellone te lo dovevi portare, e non dove il bagnino ti chiede se preferisci il lettino a riva o vicino all'ombrellone. Dove nessuno si sentiva obbligato ad essere un socialait, come si dice da queste parti (che mammina, a 40° C e con la massima a 80, dopo aver girato come una scema per mezz'ora a cercare posteggio, ha ben poco di che essere social), e dove nessuno replicava i modelli milanesi di socializzazione. Dove nessuno notava l'aumento della pancia, della cellulite, delle vene varicose e di tutte quelle cose di cui, a 20 anni, mammina era ben lungi dal preoccuparsi, semplicemente perché nessuno la conosceva prima, e nessuno l'avrebbe rivista l'anno dopo, traendone le debite conseguenze. Dove non era la fidanzata/la moglie/la nuora/la mamma di: semplicemente, non era. Il che, le dava una gran libertà di essere.

Mentre mammina pensava tutte queste cose, è arrivata ai Bagni. Ha tirato fuori la sua Eco-bag del MomCamp, ha indossato la magliettina di Non ho Valentina (grazie, ragazze!!), si è fatta forza, e ha inaugurato la stagione estiva alla sua ultima spiaggia. Ma nessuno, purtroppo, le ha chiesto: "MomCamp?!? Sei stata al MomCamp?!?". Sarebbe stato un inizio di stagione alternativo, una cosa che, all'ultima spiaggia, non si può proprio chiedere.

sabato 23 maggio 2009

... E la sventurata se ne andò



... E la sventurata, alle 13:30, se ne andò. Di corsa, pure.

E così non ha potuto pranzare con Chiara e Panz, non ha potuto chiacchierare come avrebbe voluto con Maq, non ha sentito la presentazione di M di MS, né tantomeno quella di Wonderland e di Giuliana, e Flavia senza voce che presentava The Talking Village, non ha potuto rifilare un cv a mammamarsupio e salutare Jolanda che, immagino, alla fine del pomeriggio si sarà finalmente rilassata: il MaM è stato un successo.

Ma mentre tutto questo accadeva, la sventurata era in una torrida palestra puzzolente, senza aver pranzato né bevuto, ad assistere alla festa della scuola del piccolo ingegnere, dove l'ingegnere ha dato sfoggio delle sue doti pallavolistiche nell'immancabile partita genitori vs. insegnanti. Gli insegnanti hanno vinto per 2 set a 0, il piccolo ingegnere ha menato il suo migliore amico, e la piccoletta, non si sa come, ha compiuto la sua opera di distruzione del casco da bici.