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venerdì 4 ottobre 2013

C'era una volta un blog, seduto sul sofà (feat. The Social Killed the Blog Star)

La prima testata del blog


C'era una volta un blog, seduto sul sofà, che disse alla sua bella: "Raccontami una storia"
E la storia cominciò.

La storia cominciò, ma poi a un tratto successe che la bella del blog iniziò a perdere le parole.
Una per una: una parola veniva lasciata nello straccio della polvere, una nell'andare a prendere i bimbi a scuola, un'altra in una fine, una quarta al recinto dei cani, la quinta su Instagram, e poi una ancora una parola per un pomeriggio con i figli, e almeno altre dieci su Facebook, una quindicina su Twitter, la trentunesima al bar con le mamme, la trentaduesima e la trentatreesima il primo giorno di scuola, e dalla trentatreesima alla quarantesima a preparare pranzi e cene, la cinquantesima a scrivere, la sessantesima ad ascoltare, e poi ancora altre dieci parole a fare lavatrici, e altre venti a ragionare con se stessa, leggendo quello che intorno a lei tutti opinionavano su Twitter e Facebook, e tante, tante altre parole le perse guardando i suoi figli che crescevano e quello che le accadeva intorno.

E così, la bella del blog rimase pian piano senza parole.
A quel punto, non le rimaneva che canticchiarsi una vecchia canzone: Ho perso le parole/Eppure ce le avevo qua un attimo fa/Dovevo dire cose/Cose che sai, che ti dovevo, che ti dovrei/Ho perso le parole, può darsi che abbia perso solo le mie bugie, si son nascoste bene/Forse però semplicemente non eran mie

Un po' ci era il fatto che la bella, davvero, non trovava il tempo di scrivere. Forse era stato proprio il tempo a portarle via le parole, chi può dirlo. Che la decrescita infelice che tanto bene ci racconta Barbara, ha anche questo inghippo - e potete vedere da voi, come usa bene le parole Barbara.

Poi ci era il fatto che la bella si guardava intorno, ed era perennemente grata ai web e ai social, ma un po' era  anche stordita da questo continuo vociare su tutto e tutto e tutto, e iniziava a chiedersi che peso stessero assumendo le parole, proprio quelle che non trovava più, fino a quando è incappata nel martirio mediatico del Beato Guido il Pastaio, reo di aver pronunciato alcune parole pericolose, quelle parole che oggi sono proprio perse, nel senso che non si sa bene che significato avranno tra un po' di tempo e di certo non si sa che significato hanno oggi  - e la bella non poteva non pensare a quando le parole latine, pian piano, furono svuotate del loro significato e riempite di significati diversi. E invece assisteva a una parodia dell'isteria del Pensiero Unico, da una parte e dall'altra, e pensava proprio che Twitter aiuta le rivoluzioni, se le persone hanno in testa la rivoluzione. Ma - e se le persone invece hanno in testa solo stereotipi e confusione, e neanche più parole da scambiarsi?

E quindi la bella  non era stata una blog star e non sarebbe diventata una social star, questo era poco ma sicuro. Ma il fatto era che c'erano in giro un sacco di parole scritte tanto per scrivere, che non pesavano un quarto di una parola detta per essere vissuta. E forse il problema era tutto lì, lei era troppo presa dalle parole da vivere.

E così la bella aveva in mente delle parole, le erano anche rimaste impigliate nella tastiera, ma poi vide cose come quelle che accadono davanti alle nostre coste, che la lasciarono di nuovo senza parole. E ancora una volta le veniva in mente di grandi movimenti di migranti del passato, che era un tempo in cui così in tanti avevano perso le parole, che sappiamo ben poco di quello che succedeva.

E poi perdeva le parole che le rimanevano ancora da scrivere, perché era tardi e doveva proprio scappare. Era indecisa, se pubblicare questo post o no, e poi schiacciò sul tastino arancione.

E la storia cominciò.

mercoledì 26 giugno 2013

Email Etiquette. Otto basilari regole per lavorare via mail

Nessuno, quindici anni fa, ci aveva detto che un giorno ci saremmo strafatti di email. Perché non ci sarebbe stato più il vicino di scrivania ma un gruppo inconsulto di persone sparpagliate ai quattro angoli dell'ufficio, quando va bene, che lavorano sullo stesso progetto.

Le norme civili della buona educazione ci sono state insegnate, più o meno, fin da piccoli (il risultato di tali insegnamenti vacilla paurosamente quando pranzo e ceno con i miei figli, a dirla tutta)

Nessuno, però, si è preoccupato di farci capire che le buone maniere servono, anche e soprattutto, per iscritto. E quindi, quando tra cent'anni scoveranno in qualche server sperduto nel deserti americano le nostre email, penseranno che eravamo dei veri barbari, verbosi da morire e senza la minima educazione.

E così, dopo centinaia e centinaia di mail scritte e lette, ho pensato di fare sintesi in un post dedicato alla Email Etiquette, argomento forse un po' vecchiotto ma (a giudicare da quel che leggo) largamente attuale. Inizio io.

1.Salutate (lo fate, quando incontrate una persona?)
Non è necessario iniziare sempre una mail con "Carissimo" e "Gentilissimo" (termini abusati soprattutto in quegli ambienti in cui ci si accoltella a piè sospinto alle spalle, facendo finta di essere tutti buoni). Basta "Ciao", o (se si è molto incavolati) anche solo il nome della persona alla quale è indirizzata la mail (ti faccio capire che sono incavolato ma mantengo il giusto contegno). La stessa cosa vale in chiusura: quando ve ne andate da un posto, lasciate tutti senza dire niente? La mail è una conversazione, e come tale va gestita.

2. Utilizzate "grazie" e "prego". Fidatevi, non hanno mai ucciso nessuno
Questo rimane in assoluto il punto fondamentale di queste mie imprescindibili riflessioni. Usate la buona educazione, non costa niente. Davvero, è a gratis, credeteci.
E poi, mantenere un tono cordiale, anche se strangolereste chi vi sta scrivendo, aiuta. La buona educazione, in genere, aiuta a superare i differenti punti di vista e permette la convivenza civile. In fondo, pensateci: lavorando via mail potete leggere, iniziare a infuribondirvi, andare in bagno, urlare, e poi risedervi di nuovo al vostro PC e scrivere la mail più gentile e cordiale che vi esca dalla tastiera. In un meeting, non potreste giocarvi questa chance e sareste comunque obbligato a comportavi in un modo socialmente accettabile. Quindi.

3. Imparate a utilizzare i cc. Con parsimonia, e quando serve
L'utilizzo del cc è materia sulla quale si potrebbero scrivere manuali interi di filosofia della condivisione. Non inserite un cc di una persona che non è conosciuta alle altre o che finora non è intervenuta senza spiegare perché l'avete inserita nella conversazione e cosa ci fa lì. Non mettete persone in bcc (triste per chi lo riceve, come essere l'invitato di serie B). Se una mail è indirizzata a voi e a altre 5 persone in cc, rispondete a tutti, non solo al mittente (lo so, ogni tanto scappa. Ma stateci attenti)

4. Dalla mail al telefono, e ritorno
Esplicitate a tutto il gruppo di lavoro se ci sono state delle decisioni prese altrove (al telefono, o un altro meeting, o alla macchinetta del caffè).

5. Precisione, brevità
Le mail non sono il luogo di un comizio o di riflessioni filosofiche, devono essere uno strumento operativo. Inoltre, essere concisi e precisi non esclude il punto 2.
Se dovete scrivere una mail molto lunga, andate per punti (se la mail è indirizzata ai "Carissimi" e "Gentilissimi", scusatevi previamente per la sintesi ma spiegate che è per amore di chiarezza, e tutti si sentiranno estremamente ragguardati)

6. L'ironia. Usatela, ma solo con le persone fidate
Ve lo dice una che usa l'ironia troppo spesso. Purtroppo, il mondo è pieno di gente che scarseggia di senso dell'ironia e tende a prendersi molto sul serio. Usate l'ironia solo dalla quarta mail in poi, e solo con chi avete capito che vi capisce. Altrimenti, sono dolori.

7. Non cazziate una persona via mail, davanti a tutti
I panni sporchi si lavano in famiglia, e possibilmente a voce. Assistere a scenate via mail è quanto di più pietoso possa succedere (per quelli che leggono, intendo), quasi quanto vedere una coppia che litiga alla cena di Natale. Ci sono luoghi e momenti più appropriati.
Se qualcuno tenta di mettervi in difficoltà via mail davanti a tutto il gruppo di lavoro, risolvete la cosa in privato (anche via mail, ma in privato)

8. Firmatevi
Dopo il "grazie" e il "ciao" dei punti 1 e 2, mettete una cavolo di firma. Soprattutto se scrivere dall'account info@salacippa.it o segreteria@losoio.it, non è detto che chi vi legge, anche se è un plausibile collega, sia a conoscenza della vostra identità. Alla prima mail ci si firma con il nome completo (ed eventualmente il cognome, se scrivere a sconosciuti molto formali), nelle mail successive potete mettere la vostra amata sigla. Non fate sì che le persone vi rispondano chiedendosi "Chissà chi cavolo è".

Voci mancanti cercasi, per davvero,
Grazie, ciao
Lorenza


venerdì 18 gennaio 2013

Storia di Effe, la donna che la Fornero voleva salvare con la sua riforma


Oltre alla tua categoria 'incasellabile', a quella delle 'placide madri di famiglia' e a quella delle 'impareggiabili madri-manager', ce n’è almeno un’altra, anch’essa enormemente sfigata, quelle delle 'libere professioniste' – senza tredicesima, senza ferie, senza malattia – ma che lavorano come dipendenti – leggi: obbligo d'ufficio e d’orario, e che quindi non hanno nessuno degli aspetti positivi di entrambe le categorie, ma la somma di tutti gli aspetti negativi di entrambe, e che, ultima fantastica news, dopo aver faticato con orari folli, si sentono dire che il proprio già misero stipendio verrà ridotto del 20% per gennaio febbraio marzo e poi si vedrà, ma ovviamente l’orario NON verrà minimamente ridotto, anzi (e che non hanno ancora visto una parte di stipendio arretrato). Vabbè, era tanto per sfogarsi adesso e non ammorbarvi stasera... Effe.
Effe è una libera professionista a tutti gli effetti, una di quelle che hanno un albo professionale al quale essere iscritte (mica come la sottoscritta). Effe è una sintesi di tutto quello che la Fornero voleva salvare con la sua riforma: è una donna, è una madre alla quale non è riconosciuto nessun diritto di conciliazione, è una finta partita iva, ha pochissime tutele. E' lei, quella da salvare. Quella da far assumere a tempo indeterminato. Quella che si arrabbia perché il collega maschio fa il cavolo che gli pare, e i capi non gli dicono nulla, e se invece lei va a dire: "Devo stare a casa, ho il bambino malato", i capi le dicono: "Sai che c'è? Stai a casa per sempre".

E, ovviamente, Effe a casa non può rimanere - che non è che si mettono via i risparmi, a fare la parte di quella che deve essere salvata dalla Fornero.

Mentre Effe ed io, acquattate in cucina, parlavamo di questo suo sfogo, marito-di-Effe è arrivato, ha annusato l'aria e ha esclamato: "Ma Effe, tu ti devi mettere in testa una cosa. Tu non sei una libera professionista. Tu sei un fornitore".

Ho chiesto a marito-di-Effe di declinare la definizione di fornitore e lui, annusata l'aria, ci ha lasciato con questa definizione: "Il fornitore è colui che abitualmente fornisce o provvede alla consegna di merce a negozi, a un'azienda o a privati, quindi la differenza tra socio/dipendente e fornitore è che sei l'ultimo nella scala dei pagamenti e sei sacrificabile in quanto fuori dall'azienda." Quindi siamo rimaste tutte due a guardarci con un bel punto di domanda sopra la testa.

Perché la situazione è più o meno questa. C'è la la Fornero che con la sua riforma vuole salvare tutte le donne come Effe facendole assumere a tempo indeterminato. E c'è la realtà di un lavoro che va proprio nella direzione opposta, in cui ci sono sempre meno lavoratori e sempre più fornitori, pagabili o meno, rinnovabili o meno, bistrattabili o meno. Insomma, sempre più Effe da salvare.

E dato che la Fornero non è stata in grado di salvare Effe, io mi chiedo chi può salvarla - o, meglio, mi chiedo in quale modo lei, "da sola", possa salvarsi. E le risposte non ammesse sono: emigrare, trovare un amante milionario, vincere alla lotteria.

La foto è di Lissy

giovedì 13 dicembre 2012

Piano_C, la terza via c'è


A volte uno si sente sfigato, e invece è soltanto un pioniere.

Cristoforo Colombo, quando ha capito di non essere arrivato in Cina, avrà passato almeno cinque minuti della sua vita a dirsi "Belin, che sfiga".

Quando sono rimasta senza lavoro dopo la prima maternità, e pure dopo la seconda, nel vortice di aerosol, pappe e passeggini, ciucci e pannolini, mi sono data ben di più che della sfigata (fate voi le dosi, aggiungete a piacere, che si sa che l'autostima di una donna, italiana per di più, a cavallo del Nuovo Millennio non può certo essere paragonabile a quella di un maschio vissuto nel XV secolo).

Ma ho sempre lavorato. Mi sono ritrovata a seguire un percorso lavorativo a tornanti, con una collaborazione libera dal sacro vincolo dell'orario d'ufficio. E mentre tutti avevano giorni lavorativi, e ferie, e tredicesime, io avevo una scrivania mobile (prima in camera, poi in ingresso, infine in soggiorno, con una geografia variabile come i cambiamenti delle stanze di casa), contratti sempre diversi, un'identità indefinita.
Una che metteva insieme tutto: casa, lavoro, pomeriggi con i figli, serate a lavorare.
Precaria, libera professionista, cosa sarò? Boh. Forse, solo un casino.

Mentre macinavo chilometri, ricevute dell'asilo nido, tate peggio di mine vaganti, lavatrici, pomeriggi al parco, cene preparate a scapicollo, intorno a me vedevo un mondo che era solo un aut aut: placide madri di famiglia dedite esclusivamente ai loro pargoli, e impareggiabili madri-manager con un lavoro full-time, nonni full-time e Tata for Dummies in tasca.

Non è stato facile, per tanti motivi, ma (mi rendo conto ora) anche perché ero sola.

Poi sono successe delle cose. E, in ordine cronologico:
1. Ho aperto un blog. E ho scoperto che l'Italia è piena di imprenditrici e libere professioniste che a) sono state cacciate dal loro posto di lavoro dopo la maternità; b) hanno lasciato per esasperazione il loro posto di lavoro dopo la maternità; c) si sono rotte del lavoro che facevano e hanno lasciato il loro posto di lavoro investendo tempo e vita in altro.
Beninteso, per me una donna che sceglie di lasciare un'azienda, anche per i più sacrosanti motivi, è sempre una sconfitta. Ma di questo ne parliamo un'altra volta.

2. E' iniziata la crisi. E adesso ci sentiamo tutti precari (tiè).
Anche se, non dimentichiamocelo, continua a esserci una buona differenza retributiva tra sentirsi precario ed essere precario.

3. A Milano hanno iniziato a nascere gli spazi di co-working.
Non ci sono mai andata. Il primo era troppo scomodo per me, il secondo troppo macchinoso, il terzo è stato avviato in un anno che è stato un bagno di sangue, e ancora adesso mi chiedo come ho fatto a pagare le tasse, quell'anno lì.

Poi è nato Piano_C, che è un co-working per le mamme - per le donne (e per i papà accompagnati dai bambini). E' un luogo con 12 postazioni di lavoro e sale riunioni che propone uno spazio e servizi di accudimento per bambini 0-3 (non è un asilo nido, non è un tempo per famiglie, boh, non si sa come definirlo, chissà come mai, forse solo perché è una "cosa" innovativa). Quando l'ho visto, davvero, mi si è aperto il cuore. E non solo perché è un bel posto.

Ma perché è proprio quella cosa lì, che serve, alle madri: uno spazio per professioniste che sono in una fase di ridefinizione della loro vita, uno spazio in cui naturalmente incontrarsi, confrontarsi, scambiare idee e professionalità e prospettive, senza il sopracciglio alzato del giovane nerd (che palle questa, una madre!) o l'affanno del professionista (una madre, e pretende pure di rubarmi il lavoro, ma pensa te). Uno spazio in cui la flessibilità oraria del servizio di cura è vera, e non presunta.

Un ghetto? Io credo che da lì le mamme non usciranno con una ricetta per il brodo di verdure in più, ma con idee in più su se stesse, sui propri obiettivi professionali, e anche (perdonate il parolone) nuove possibilità di business. Perché, lasciatemelo dire che sono un'esperta, si possono avere un sacco di (ottime) idee di business: il problema è trovare persone competenti con le quali realizzarle (o almeno provarci), queste idee.

Perché è proprio una cosa, che serve alle mamme libere professioniste: incontrarsi, e investire su di sé, mettersi insieme per credere nelle proprie idee. E non preoccuparsi se nessuno riesce a incasellarle, e neanche loro ci riescono.Che vuol dire che sono delle pioniere, ma sarà bene che lo capiscano subito, e non ci impieghino dieci anni come la sottoscritta.

lunedì 23 luglio 2012

Scenari dell'estate sospesa

@The Metapicture


Scenario I
L'umanità si è ravveduta.
Io ho avuto il mio (stra-meritato e stra-dovuto, diciamocelo) contratto a tempo indeterminato, faccio il mio (stra-desiderato) dottorato di ricerca, frequento il club degli Amici d'Europa, l'Ing. ha avuto la sua promozione, abbiamo una casa per la quale nessuno ci chiederà più "Ma non avete bisogno di una stanza in più?!?", ho una tata meravigliosa che Mary Poppins le fa un baffo, e Cenerentola non sapeva lavare i pavimenti, al confronti. Junior si avvia come un piccolo boy-scout verso le scuole medie, fa dieci sport e legge dieci libri al mese, Piccoletta ha capito finalmente perché non le faccio vedere "Non Può Essere", coltiva rapporti sereni ed equilibrati con le sue compagne e amiche, è convinta che prima o poi avrà una fattoria.

Scenario II
Il meteorite è caduto.
Sono disoccupata. Abbiamo ricominciato a coltivare il pezzettino di terra che costituiva l'orto del nonno, che però produce pomodori a settembre e cavoli a marzo, essendo esposto a Nord e circondato da alberi. Abbiamo una capra (per il latte) e le galline (per le uova). Taglio e cucio scamiciati in lana cotta per piccoletta, io che mi ero esibita al massimo in onerosissimi punti croce per le sacchette dell'asilo, per i pantaloni di Junior non ho ancora capito bene come fare. Lo Stato Italiano non paga più gli stipendi alle maestre, e le scuole a settembre non hanno riaperto: studiamo a casa, tutti insieme, la mattina. Cucino biscotti, perché quelli confezionati sono troppo cari. Viviamo tutti a casa della Grande Nonna, che dà di matto per la presenza simultanea del cane, della capra e delle galline, tutti esseri animali puzzolenti e altamente indesiderati, ma che non può fare altrimenti perché è rimasta senza pensione. La casa di Milano è chiusa e sfitta. Con lo stipendio dell'Ing. paghiamo la luce, l'acqua, il gas, il riscaldamento e la connessione a Internet, da dove scarico le lezioni online per i bimbi e le istruzioni per coltivare l'orto (sulle capre non si trova granché).

Passano i giorni, Scenario I e Scenario II si sovrappongono nella mia mente senza sosta: ricevo una mail con un invito, ecco Scenario I, pago la spesa al supermercato sottocasa, ecco Scenario II. C'è da dire però che Scenario II mi accompagna più volentieri, in questa fine di luglio. E quindi, già che ci siamo, datemi qualche buon consiglio su come allevare una capra.

martedì 20 marzo 2012

Il cinquantenne e l'Articolo 18


Alla macchinetta del caffè.
E voi lo sapete che alla macchinetta del caffé si raccolgono le confessioni più scabrose.

"Perché, vedi..."
E abbassa la voce, mi si fa vicino.
Tendo le orecchie.
"Il problema, con l'art. 18, secondo me, è questo."
Tentenna.
"Dimmi", lo rassicuro.

Figuriamoci se mi lascio scappare la confessione alla macchinetta del caffè.

"... Che se per le aziende diventa più vantaggioso far lavorare giovani e donne, quando tu hai lavorato vent'anni e sei diventato uno che costa, ti licenziano. Sai, io ormai... Mi danno una buonuscita, tiro a campare qualche anno, e poi vado in pensione. Ma se uno [maschio, italico, ndr] a quarant'anni, dopo vent'anni che lavora - e tu lo sai che gli scatti sono in base all'anzianità - si ritrova senza lavoro? Cosa fa?"

"Mah, secondo me se uno ha lavorato bene un'azienda non lo licenza... Sarebbe un costo troppo elevato perdere un lavoratore specializzato per doverne formare un altro" (ammesso e non concesso che sia specializzato, ma sorvoliamo su questo tasto dolente)

"Eh ma se una donna o un giovane costano meno... Questo qui cosa fa?"

Non dico nulla, niente pipponi (e ne avrei a iosa, tutto quello che può frullare nella testa di una precaria alla quale è capitato anche di sentirsi dire "Ah ma lei ha cambiato un sacco di lavori").

Penso solo: eccolo lì, stanato nel suo santuario, il maschio cinquantenne. Quello che ha lavorato tutta la vita, senza lazzi, senza frizzi, ha assolto il suo compito senza troppo trasporto, barando il minimo sindacale, allungando solo un po' le pause alla macchina del caffè e senza neanche un giorno di finta malattia. Una vita fatta di poche ma concrete, solide certezze: la scrivania, il pc, gli scatti di carriera che negli ultimi anni sono diventati sempre più un miraggio, messe paurosamente in bilico.

Da chi, per "colpa" di chi? Per colpa di un'orda di trentenni senza lavoro e di donne assatanate, ai quali l'abolizione dell'art. 18 aprirà possibilità insperate.

Sorrido, e scuoto la testa.
Solo nel nostro Paese poteva verificarsi l'assurda equazione, nella mente di tanti lavoratori, grazie a tanta stampa e a qualche ministro compiacente, tra l'abolizione dell'articolo 18 e la questione lavorativa dei giovani e delle donne.

Ma siamo davvero convinti che la sola abolizione dell'art. 18 farà sì che il cinquantenne venga buttato fuori a calci nel sedere, e vengano stesi tappeti rossi al ventitreenne? E siamo sicuri che per la sola imposizione dell'abolizione dell'art. 18 con annesso congedo obbligatorio di paternità, la mente dell'imprenditore brianzolo improvvisamente si apra all'illuminazione, e inizi a considerare il genio femminile come apporto imprescindibile alla sua missione di imprenditore nel mondo (o diciamo almeno fino a Bergamo)?

Personalmente, non ne sono così sicura. Ma la cosa importante, intanto, è farlo credere al cinquantenne, fargli capire che tutte le sue certezze in fondo non sono così certe, in questa isteria collettiva intorno a una riforma che aspetta di essere fatta da quasi vent'anni, intorno a una questione di lavoro delle madri che rimane aperta (con o senza articolo 18): perché in fondo, anche al cinquantenne dobbiamo far capire chi sono i veri nemici.

Che, altrimenti, "non so come resisterò/senza un nemico intorno"  (e a chi indovina la citazione, difficilie, menzione d'onore)

giovedì 8 marzo 2012

Me and Mrs. Banks (8 marzo Reloaded)



Veri soldati in gonnella siam.
Del voto alle donne gli alfieri siam.
Ci piace l'uomo preso a tu per tu,
ma al governo lo troviamo alquanto scemo.

Lacci e catene noi spezzerem
e tutte unite combatterem.
Noi siam le forze del lavoro
e cantiamo tutte in coro:
Marciam! Suffragette, a noi!

Non puoi arrestarci o maschio
son finiti i tempi tuoi.
E' un solo grido unanime: Femmine, a noi!
Ben presto anche in politica seguire ci dovrai,
se il voto ancor ci neghi,
per te saranno guai!
Siam pronte al peggio,
anche a morire ormai.
Chi per il voto muor, vissuto è assai.
Femmine, a noi!

Ah! Lacci e catene noi spezzerem
se tutte unite combatterem.
Noi siam le forze del lavoro
e cantiamo tutte in coro:
Marciam! Marciam! Marciam!
Suffragette, a noi!

Non posso fare a meno di pensare, quando vedo questa scena, che Mrs. Banks aveva una tata fissa e due domestiche che si occupavano di casa e figli mentre lei era altrove, a fare la suffragetta. E che alle sue tate, certe idee non passavano neanche per l'anticamera del cervello.

Mi chiedo sempre se sia un privilegio poter combattere per i diritti, propri ed eventualmente altrui (e qui apro parentesi sul neo-femminismo di ritorno di alcune donne che lavorano e che combattono affinché altre donne possano stare a casa a curare i propri figli, che ci vedo qualcosa di perverso in tutto ciò), e quando vedo questa scena non so mai darmi una risposta.

martedì 31 gennaio 2012

Prima i bambini. Post di una mamma indignata





Trovo incredibile che si ricordi il mio nome. Ma forse è perché sono una delle poche presenze, nella sua vita lavorativa, al di sotto dei settant'anni. Sbaglia a farmi le impegnative per gli esami. Sgrana i suoi occhioni e mi chiede: "Allora cosa facciamo, prendiamo l'antibiotico, cosa dice?". Parla lentamente, sottovoce, e ogni volta mi chiedo come faccia ad avere tutti quei figli. Ha appena imbiancato lo studio, con un trompe-l'oeil che avrà si e no quarant'anni, e due balconcini al terzo piano a strapiombo sul cortile interno.

Intessiamo strampalate conversazioni mattutine al telefono, una più addormentata dell'altra. E' stata l'unica a dirmi, una volta: "Ah ma già che lei è una mamma normale", concedendomi di andarle a fare visita. Sa usare la segreteria telefonica come pochi altri, da lei ho imparato che esiste il prefestivo, fa visite lampo ma ha l'occhio lungo, le sue diagnosi telefoniche sono per lo più azzeccate, e ogni volta mi chiede se abbiamo fatto la cura con il Biomunil o con l'Immunomix. E' appassionata di montagna e di Lego. Ogni tanto mi fa solennemente incazzare. Ha uno studio al piano terreno con un sacco di aggeggi colorati.

E' in discussione un decreto legge per togliere il pediatra ai bambini al di sopra dei sette anni, che possono agevolmente essere curati dal medico di base.

Non affannatevi a cercare la notizia sulle prime pagine dei giornali online, prima vengono i finti tagli agli stipendi dei parlamentari e poi l'ondata di freddo che ci sta per colpire. Trovate però già qui una mezza smentita

Già me lo immagino: "Allora signora cosa facciamo, gli diamo l'antibiotico oppure no? E poi se volesse provare questa cura... Ma nooooo che bisogno c'è di portarlo dalla specialista, signora"

Toglieteci la scuola, toglieteci il pediatra.
Toglieteci la possibilità di avere un lavoro stabile e decentemente retribuito.
E non venite a raccontarci che siamo noi che non lo vogliamo.
Chiedeteci se i nostri figli andranno all'Università.
E poi chiedeteci che università troveranno.

E poi non chiedetevi come mai in Italia non si fanno (quasi) più figli, ma chi sono quelle pazze che ancora mettono al mondo dei figli nel nostro Paese.

sabato 13 novembre 2010

La paranza, è una danza, che si impara nella latitanza...


Dopo quindici giorni di latitanza (e non solo dal blog, ma anche da casa), il minimo che puoi promettere a tua figlia è: "Sì tesoro, ti prometto che venerdì esci all'una, e nel pomeriggio andiamo all'Ikea a prendere tutte le candele profumate che vuoi". Nel frattempo ti sei completamente persa i passaggi attraverso i quali tua figlia cinquenne formula esplicita richiesta di andare all'Ikea a prendere le candele profumate, ma insomma, non è il caso di sottilizzare.

Giovedì mi chiama la persona con cui ho un impegno fissato per venerdì mattina.
"Scusa ma venerdì non riesco ad arrivare per la riunione alle 9:30. Possiamo fare nel pomeriggio?"
"Ehm... Veramente... Mi spiace, ma nel pomeriggio proprio non posso. Facciamo pranzo e riunione fino alle 3? Dopo, davvero, ho un impegno IMPROROGABILE"
"Va bene dai, per pranzo allora"

Giovedì compaio gloriosamente a prendere i miei figli, entrambi impegnati alla stessa ora in palestra fino alle 6 del pomeriggio (e non vi dico l'ansia di arrivare tardi!). Piccoletta mi vede, mi si getta al collo con un "Maaammmaaaaaaa" stile Anna dai Capelli Rossi e dopo pochi minuti, non so come, mentre aspettiamo che Piccolo Ing. finisca la lezione di scherma, scivoliamo di nuovo sul pericoloso discorso della gita all'Ikea a prendere le candele profumate.

"Allora, viene a prenderti la nonna all'una e poi la mamma arriva, accompagniamo Piccolo Ing. alla festa e noi andiamo a fare shopping"
"MAMMMMMAAAAAAAA MI AVEVI PROMESSO CHE VENIVI TU A PRENDERMI ALL'UNA!!!!!!!" e inizia un pianto dirotto, tipo Rémi posseduto.

Me la prendo in braccio e cerco di consolarla, con un interlocutorio "Vediamo, dai" che in genere con l'altro funziona ma che con lei non fa altro che peggiorare la situazione.

Piccoletta strilla come una iena, casomai qualcuno degli astanti non avesse inteso bene che: "MA TU MI AVEVI PROMESSO CHE VENIVI A PRENDERMI E ADESSO NON VIENI PIU'UUUUUUUUUUUUUUUUUUUU!! ME L'AVEVI PROMEEEEEEESSOOOOOOOOOOOO".

Cincischio in coccole, mentre penso che non è vero che le avevo promesso che sarei andata io: le avevo promesso che sarebbe uscita all'una, ma questa è evidentemente una sottigliezza che Piccoletta non può cogliere.

Ci provo, mi sforzo, ma non riesco davvero a sentirmi in colpa. Dovrei?
Sto solo cercando di tenere tutti insieme, e poi il mio mantra è: "Vedrai che l'anno prossimo non sarà più così, sarò disoccupata"
Anche, se lo ammetto, in quel momento avrei preferito essere sull'isola di Ponza.


lunedì 21 dicembre 2009

Specchio, specchio delle mie brame, qual è il Blackberry per la precaria del reame?


C'era una volta una mamma precaria.

La mamma precaria stava con un cellulare da 30 €. Prima, stava con un cellulare riciclato dalla suocera.

Voi penserete che questa mamma precaria sia una donna di facili costumi, ma vi sbagliate. Erano sempre loro, i celluari da quattro soldi, che la lasciavano.

Un'estate, si innamorò di un iPhone: era affascinante, non si era mai visto in giro qualcosa simile a lui, quando lo vide era appena sbarcato dagli Stati Uniti e le sembrò bellissimo. Lui le sorrise, e lei rimase incantata. Purtroppo, fu una passione destinata a finire ben presto: lei non poteva permetterselo, e lui se ne andò con il bagnino dell'ultima spiaggia.

Poi comparve lui, il Blackberry. All'inizio lo guardò con sufficienza: che sarà mai? Poi capì che, se lo avesse baciato, si sarebbe trasformato in un bellissimo principe azzurro. Lui sì che era solido, affidabile, senza fronzoli, era lo smartphone da sposare.

Triste e sconsolata, la mamma precaria sedeva davanti al suo PC, meditando sul suo triste destino professionale: quando mai si è vista una precaria con il Blackberry? Ma, all'improvviso, arrivò una mail. Con una proposta di lavoro seria per il 2010.

La mamma precaria, allora, iniziò nuovamente a sperare.

Non aveva scarpette da lasciare in giro (la mamma precaria è attualmente sprovvista di scarpe con il tacco, la poverina, e pensa che prima di conquistare un Blackberry sarebbe meglio ripartire dai fondamentali), e così iniziò ad addentrarsi, scalza, nella giungla delle tariffe.

Alberi di TIM, TIM Flexi, TIMMaxxi, liane Vodafone, succosi frutti H3G: la poverina cercò una mappa, qualche riferimento. Lei non era molto portata per queste cose: aveva da 10 anni una tariffa che non esisteva più, e spendeva davvero poco, in telefonia.

Ad un certo punto incontrò il Blackberry Pearl: era il cugino del principe, le disse che era stato fatto apposta per le donne come lei. Lei tirò dritto, e pensò che questi signori non capivano un'acca, delle donne. Lei voleva il suo principe azzurro.

Si perse nella giungla delle tariffe. E iniziò a pensare che forse era meglio tenersi il vecchio cellulare, almeno fino a quando rimaneva fedele, e andare a prendere un paio di scarpe con il tacco, almeno per Natale. Ma in un angolo del suo cuore, continuava a pensare a lui, al B. Bold. E non sapeva il perché.

Ci sono cose che non ti aspetteresti mai, nella vita. Desiderare un Blackberry è una di queste.

lunedì 14 dicembre 2009

La mamma flessibile risponde sempre al telefono


17:45. Con piccoletta aspettiamo che il piccolo esca dalla lezione di scherma nel maleodorante scantinato della ProPatria. La piccoletta guarda, rapita in estasi, un gruppo di liceali che fanno ginnastica artistica.

Squilla il cellulare, è un numero di lavoro.
E' una cosa che devo sbloccare entro domani, un nuovo lavoro, rispondo.

AltroCapodelTelefono, uomo: "Ciao, tutto bene? Mi cercavi?"
Me: "Sì, tutto bene. Dunque, ti cercavo per due cose..."

"MAMMAAAAAAAAAAAA!!!!!!"

AltroCapodelTelefono: "Ah, ma hai una bimba!"
Me: "Ehm... Sì"
Intanto inizio a fare gestacci alla piccoletta: ssshhhhh, vai a vedere le bimbe, adesso no - ormai possiedo tutta una mimica appresa in anni e anni di telefonate con i pupi intorno.
AltroCapodelTelefono: "Quanti anni ha?"
Me: "Quattro"
AltroCapodelTelefono: "Che meravi..."

"Mammaaaaaaaaa MI SCAPPA LA CACCAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA!!!"

AltroCapodelTelefono: "Dai, allora sentiamoci domani"

Domani? Domani quando?
Riunione alle 9:30
Festa a scuola del piccolo alle 11:30
Ritorno a casa con piccolo
Festa a scuola della piccoletta alle 16:30
Tre telefonate da fare (di cui due almeno tre volte, prima di riuscire a parlare con la persona che cerco), varie ed eventuali


Me: "No... ehm... Senti, volevo solo chiederti queste cose, dunque allora ho parlato con C, come d'accordo..." Prendo la piccoletta e ci avviamo in bagno, le slaccio i pantaloni, la faccio sedere, le chiudo la porta, parlo e ascolto quello all'Altro Capo.

La telefonata procede, ma al terzo "No, ma guarda sentiamoci domani" mi accorgo che intorno a me c'è una baraonda pazzesca: cinque atlete decenni in tutini sberluccicanti sono entrate urlando come delle iene nel bagno.

Tengo duro: "Figurati, non c'è problema", non mollo l'osso, arriviamo al punto due mentre pulisco la piccoletta dalla cacca, le tiro su i pantaloni - ma non oso tirare lo sciacquone in diretta telefonica. La piccoletta corre fuori dal bagno con i pantaloni slacciati e io le corro dietro. Appuntamento fissato.

Me: "Allora ci sentiamo domani"
AltroCapodelTelefono:"Ok, a domani, ciao!"
Me: "Ciao!".

Quelli che stanno all'altro capo del telefono si inquietano sempre, per le penose condizioni in cui tu sei messa mentre interloquisci con loro, non importa che tu sia a casa o alla ProPatria: un bimbo a cui scappa la cacca, due fratelli che si menano a sangue, uno che cade e si spacca un sopracciglio, mentre tu sei al telefono per lavoro, lo trovi sempre.

Appena squilla il telefono, si scatena l'inferno. E' una legge matematica, non c'è niente di cui inquietarsi, uomini e donne che sedete in uffici silenziosi ed ovattati.

Fateci questo favore, non metteteci nelle condizioni di doverci preocccupare anche per voi, mentre vi parliamo e con l'unica mano libera tentiamo di soffocare il figlio urlante, mentre con il piede passiamo lo straccio per raccogliere il latte versato. E' tutto sotto controllo.

martedì 20 ottobre 2009

Due o tre cose sui precari in Italia


Qualcuno in Italia si è ricordato che esistono i precari.

E la polemica infuria, come titola oggi il radiogiornale: precari sì, o precari no?

Peccato che il problema non sono "i precari", perché ai precari non fregherebbe un bel nulla di essere tali, se.

Se in Italia non ci fossero gli insider e gli outsider: quelli che stanno dentro un mercato del lavoro iper-tutelato, che non puoi licenziarli, che hanno un sacco di diritti e pochissimi doveri (perché l’Italia è il paese dove chi ha solo diritti e nessun dovere, in genere, fa carriera prima degli altri), e quelli che stanno fuori e non hanno nessuna, nessunissima protezione, solo doveri.

Se il precario non dovesse sfacchinare gomito a gomito con gli indeterminati che non fanno nulla (no, scusate, fanno poco) dalla mattina alla sera (perché secondo me la proporzione precari/fanpochisti, nelle aziende, è direttamente proporzionale: più un azienda non riesce a far lavorare i propri dipendenti, più precari ci sono in quell'azienda). Siccome gli indeterminati non li puoi licenziare, ma nessuno di loro sa fare il lavoro che bisogna fare, perché non prendere uno o due precari? L’Italia è il paese con uno dei più bassi tassi di produttività lavorativa, e i minori investimenti in formazione del personale.

Se precario non fosse uguale a ricattabile, sempre e comunque. E siccome quelli altri, gli indeterminati, non li posso ricattare in nessun modo, con te precario faccio quello che voglio. Posso dirti, per esempio, che non so se ti posso assumere, perché i tuoi figli non vanno alla scuola privata cattolica.

Se il precario, in quanto tale (cioè in quanto costa meno all’azienda), prendesse 3.000 € netti di stipendio al mese potrebbe pagarsi l’assicurazione sanitaria e la pensione integrativa. Dormirebbe sonni tranquilli perché i precari sanno che, se fanno bene il loro lavoro, il contratto sarà rinnovato. Ma se il precario, giacché è tale, è pagato 1.000 € al mese, è difficile che riesca a farsi pure il fondo pensione (non di categoria, e quindi molto più sfavorevole e costoso, peraltro).

Se al precario, per definizione, non toccasse ogni volta ricominciare daccapo. Perché in Italia si ragione ancora a scatti di anzianità, livello (A1, B2, C3… Quadri, chiodi e via dicendo) e se sei precario, ogni volta riparti da zero. E ti può succedere che, dopo aver lavorato per 4 anni con una persona, prima di affidarti un nuovo incarico ti chieda se parli inglese, quando due anni prima avevi scritto un intero documento nella lingua di Sua Maestà. Ma sei precario, si sa.

Se sei precario, non puoi pensare di lasciare il tuo lavoro: perché in Italia, per trovare un altro lavoro, ci si impiega esattamente il triplo che nei paesi dove sono tutti "precari", o comunque il doppio che in tutti gli altri Paesi. Tralasciamo poi il fatto che tu sia donna, in età fertile.

Se sei precario, il sindacato non ti tutela in nessun modo. Non perché non voglia, per carità: ma perché il sindacato è uno strumento del secolo scorso e a te, precario del 2000, non è in grado di dire proprio un bel niente, se non che sono stati firmati degli accordi quinquennali di bilancio, o che l'accordo quadro prevede... E poi il sindacato è troppo occupato a salvare il posto di chi, il posto, ce l’ha e quindi paga il tesserino di iscrizione.

Se hai 35 anni, e ti accusano di essere ancora precario, tu ti dici: "Già, avete ragione. Sarei dovuto scendere in piazza 10 anni fa, non so bene con chi e come, ma sapete com’è... Ero troppo impegnato ad arrabattarmi".

venerdì 23 gennaio 2009

Errata corrige


Sono stata prontamente smentita, al solito. Anche il buon-W. si è ricordato dei precari, ma se qualcuno mi spiega questo messaggio per iniziati, mi fa un favore.


lunedì 1 dicembre 2008

Il burnout del precario


Aggiornamento di stato:
  • Donna Moderna si è ripresa il suo lavoro
  • L'Uomo di Cromagnon è più demotivante del solito (cosa pensare di uno che ti dice: "Almeno vedi un po' di mondo" dopo che una si è smazzata un'andata/ritorno a Roma in giornata?), il 31 dicembre si avvicina, il mio contratto si chiude e quando ci penso inizio a considerare la disoccupazione come un'utile opportunità per togliersi da questa vicenda pirandelliana
  • I web-strozzini (il mio nuovo acquisto lavorativo, un affarone) mi pagheranno i miei 120 € per due mesi di lavoro sa il cielo quando.

Ci penso e mi dico: NON ME NE FREGA NIENTE (veramente non penso proprio così, ma se scrivo le parolacce l'ingegnere si indispone, non è netiquette). Si chiama burnout da precaria.
Nel caso della “Burn-out syndrome” sono stati evidenziati tre categorie di sintomi distinti in “sintomi disemotivi”, “sintomi discondottivi” e “sintomi psico-somatici”. I sintomi del primo gruppo consistono in “resistenza a recarsi sul posto di lavoro”, “apatia e difficoltà di concentrazione”, “preoccupazioni immotivate”, “disagio ed inadeguatezza”, “sensazione d’incapacità”, “irritabilità e nervosismo”, “demotivazione e perdita dell’empatia”, “ostilità verso i colleghi e disinteresse verso il pubblico”, “perdita dell’autostima”, “incapacità a staccarsi mentalmente dalla problematica lavorativa”, ecc. I sintomi del secondo gruppo consistono in “assenteismo”, “trascorre del tempo eccessivo al telefono o in altre occupazione che esulano dal proprio lavoro”, “presenziare passivamente alle riunioni di lavoro senza alcuna partecipazione emotiva”, “perdita dell’autocontrollo con reazioni impulsive violente verso i subalterni e verso il pubblico”, “intenso tabagismo ed assunzione di alcolici e/o di sostanze stupefacenti”, ecc. I sintomi del terzo gruppo consistono in “disfunzioni gastrointestinali (gastrite, colite, stipsi, ecc.)”, “disturbi neurologici (insonnia, incubi notturni, stanchezza, cefalea, emicrania, ecc.)”, “disfunzioni sessuali (impotenza, eiaculazione precoce, perdita della libido, ecc.)”, “malattie cutanee (dermatiti, eczema, acne, erpes, psoriasi, ecc.)”, “disturbi respiratori (asma, dispnee allergiche, ecc.)”, “disturbi cardiocircolatori (cardiopalmo, ipertensione arteriosa, ecc.)” ecc.
Fonte: Fernando Liggio

Grazie al cielo scampo l'alcolismo, la tossicodipendenza, le malattie cutanee, la violenza fisica nei confronti dei miei figli e i problemi sessuali, per il resto sono da manuale.