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martedì 25 marzo 2014

La verità, vi prego, sui figli cresciuti



"Papi, è un'ora che cerco quel fumetto di Carl Barks e non lo trovo"
"Prova a guardare nel database"

Ti girerai pensando che è un dialogo da fantascienza tra una bimba di otto anni e suo padre. E invece no, è sabato mattina e sono proprio loro, padre e figlia, che ti danno la misura di quanto squinternata possa essere la tua esistenza in una casa dove esiste un database di fumetti (ma mancano molte altre cose che a te sembrerebbero più importanti).

Chiederai a tuo figlio di andarsi a comperare da solo, in cartoleria, i fogli da disegno già squadrati. E lui, imperterrito, starà lì ad aspettarti sulla soglia della cartoleria fino a quando non hai posteggiato la macchina e sei scesa. Ti incazzerai da morire, e tornati in macchina lui ti dirà: "Mamma, lo sai che sono timido" e tu gli urlerai che anche tu sei timida, ma che bisogna imparare a stare al mondo.

Ti parlerà di mafia per cento volte e la centesima volta gli chiederai: "Ma cos'è la mafia?", pensando che lui si sia costruito tutta una mitologia, e invece ti risponde: "E' un'organizzazione che fa attività come quelle legali, ma in modo illegale", e rimarrai così, di sasso.

Quella che a tre anni voleva solo vestirsi di rosa ti dirà che lei non si sposa, perché non ha tempo: deve mettere in piedi la sua fattoria. Nel frattempo, ovviamente, nell'armadio non c'è più alcuna traccia di rosa.

Ti romperanno l'anima perché non concepiscono di stare in casa senza amici un pomeriggio: e sarà tutto un "Mamma, posso invitare....?" fin dalle 8 del mattino... E se tu non risponderai perché ti sei persa la risposta cercando di sgusciare nel traffico mattutino alla rotonda, aspetteranno cinque minuti e poi: "Mamma, posso invitare...?".

Faranno finta di non sentire quando parli loro, infinite volte. Avranno i loro segreti, ti sfiniranno con la loro rivalità perché non si picchieranno più, ma si insulteranno con la rara maestria degli scaricatori di porto. Ripeterai loro le stesse cose, infinite volte. Penserai che sono dei menefreghisti viziati del cavolo. Colpa tua, ti dirai.

Inizierai, più spesso di quanto tu creda, a pensare "Sembro mia madre", e il pensiero ti rovinerà l'intera giornata, che tu lo faccia alle otto e venticinque della mattina come alle sette di sera. Ma il colpo di grazia arriverà proprio da loro, quando ti diranno "Sembri la nonna". E te lo diranno, prima o poi.

Diranno "Odio la pallavolo" a un povero genitore pallavolista che per fortuna in quel momento è seduto, e un mese dopo te li ritroverai a palleggiare per casa, contro il mobile in perfetta traiettoria con l'unico lampadario di vetro di tutta la magione.

Ma, su tutte, capirai che dieci anni fa ti raccontarono una grande balla, quando ti videro con le occhiaie e la faccia di una madre a tempo pieno e ti dissero di goderteli da piccoli, che con i figli cresciuti, allora sì che avresti avuto tempo per te. Per fare un corso di cucito, andare al cinema o anche solo scrivere un blog.

venerdì 1 marzo 2013

Lezioni da Cinderella Mood: due o tre cose sul ritrito "investire su se stessi"


Scrivere quello che si pensa e si prova è un mestiere pericoloso, ma è un mestiere che aiuta la riflessione. E dunque, ripensando non solo lungamente al Cinderella Mood, ma anche ad Effe, mi sono accorta che hanno un tratto in comune, ed è il tratto per cui detestiamo profondamente Cenerentola - non perché è giovane, e bionda, e ha un paio di scarpe fenomenali - no, la detestiamo perché è una che "ha centrato l'obiettivo" - cosa che, evidentemente, né Effe né la sottoscritta sentono di essere riuscite a fare.

Tecnicamente, si chiama ottenere un successo.

Lascio alla psicanalisi femminile la riflessione sul fatto che Cenerentola si è aggiudicata il Principe Azzurro, l'unico del Regno, giacché la merce Principe Azzurro scarseggia, sconfiggendo le due orribili sorellastre.

Riflettendo su Cinderella Mood, ha iniziato a frullarmi ossessivamente in testa questo mantra: "Investire su se stessi, Investire su se stessi, Investire su se stessi"

Il concetto "investire su se stessi" è un po' come quello di "essere imprenditori di se stessi", fa molto vetero-anni Ottanta. Il successo, la carriera, quelle cose lì. Cose che oggi, per buona parte di noi, suonano proprio come la musica dei Duran Duran, le spalline e le felpe della Best Company: bellissime, ma vestigia di un glorioso passato che difficilmente indosseremo nuovamente (ecco, colgo l'occasione per lanciare un appello ai signori Naj Oleari, le nostre figlie stanno crescendo e volete che noi mamme non acconsentiamo all'acquisto di una di quelle meravigliose borse? E' giunto il momento, sappiatelo).

Comunque.

Investire su se stessi è un concetto che, mentre passi lo straccio sul pavimento o fai la parte di quella che deve essere salvata dalla Fornero, ti fa anche un po' incazzare, a dirla tutta. Eppure, è lì che Cenerentola frega tutte le altre. E' nel momento in cui dice alla Fata Madrina: "Ma io volevo andare al ballo e non ho il vestito adatto. E poi mi serve la carrozza. E poi i cavalli". E va al ballo, anche se è in ritardo pazzesco e quante altre avrebbero detto: "No, ma ormai cosa vi vado a fare, è troppo tardi"

Cenerentola aveva ben chiaro dove voleva andare, e cosa le serviva per arrivarci.
Quante di noi possono dire altrettanto di se stesse?

(Ok, abbiamo cresciuto i bambini, abbiamo appena spatellato/svezzato/curatolabronchite-lavaricella-ipidocchi-eanchelostreptococco/lavorato//cambiatocasa/cambiatoscuola/cambiatotrelavori/ecc. Siamo nella situazione di Effe, in cui dobbiamo lavorare, senza poter fare troppa filosofia, siamo in una situazione avvilente, il nostro lavoro non viene riconosciuto.)

Cenerentola insegna che c'è sempre tempo, se sai dove vuoi - e non dove devi - andare.

(Il prossimo post lo dedichiamo alla dialettica tra dovere e volere o alla resilienza delle donne?!?)

Poi c'è l'altro aspetto vetero-anni Ottanta del concetto "investire su se stessi", che è il successo. Un concetto che oggi va forse un po' rivisto, insieme al linguaggio, in chiave un po' più minimalista, come si addice ai tempi. Pensa in grande e muoviti nel piccolo, mi verrebbe da dire. E arriva a fine mese.

Per cui, come esercizio pratico mi è piaciuto questo articolo su PinkDNA (che va spogliato di tutti gli orpelli vetero-anniOttanta, appunto), e come bigino non posso che segnalare nuovamente la sezione di Coaching di VereMamme, che è una vera miniera per la riflessione e di cui dobbiamo ringraziare Flavia.

Se avete altre segnalazioni sono le benvenute, perché l'argomento ha iniziato ad intrigarmi!

giovedì 13 dicembre 2012

Piano_C, la terza via c'è


A volte uno si sente sfigato, e invece è soltanto un pioniere.

Cristoforo Colombo, quando ha capito di non essere arrivato in Cina, avrà passato almeno cinque minuti della sua vita a dirsi "Belin, che sfiga".

Quando sono rimasta senza lavoro dopo la prima maternità, e pure dopo la seconda, nel vortice di aerosol, pappe e passeggini, ciucci e pannolini, mi sono data ben di più che della sfigata (fate voi le dosi, aggiungete a piacere, che si sa che l'autostima di una donna, italiana per di più, a cavallo del Nuovo Millennio non può certo essere paragonabile a quella di un maschio vissuto nel XV secolo).

Ma ho sempre lavorato. Mi sono ritrovata a seguire un percorso lavorativo a tornanti, con una collaborazione libera dal sacro vincolo dell'orario d'ufficio. E mentre tutti avevano giorni lavorativi, e ferie, e tredicesime, io avevo una scrivania mobile (prima in camera, poi in ingresso, infine in soggiorno, con una geografia variabile come i cambiamenti delle stanze di casa), contratti sempre diversi, un'identità indefinita.
Una che metteva insieme tutto: casa, lavoro, pomeriggi con i figli, serate a lavorare.
Precaria, libera professionista, cosa sarò? Boh. Forse, solo un casino.

Mentre macinavo chilometri, ricevute dell'asilo nido, tate peggio di mine vaganti, lavatrici, pomeriggi al parco, cene preparate a scapicollo, intorno a me vedevo un mondo che era solo un aut aut: placide madri di famiglia dedite esclusivamente ai loro pargoli, e impareggiabili madri-manager con un lavoro full-time, nonni full-time e Tata for Dummies in tasca.

Non è stato facile, per tanti motivi, ma (mi rendo conto ora) anche perché ero sola.

Poi sono successe delle cose. E, in ordine cronologico:
1. Ho aperto un blog. E ho scoperto che l'Italia è piena di imprenditrici e libere professioniste che a) sono state cacciate dal loro posto di lavoro dopo la maternità; b) hanno lasciato per esasperazione il loro posto di lavoro dopo la maternità; c) si sono rotte del lavoro che facevano e hanno lasciato il loro posto di lavoro investendo tempo e vita in altro.
Beninteso, per me una donna che sceglie di lasciare un'azienda, anche per i più sacrosanti motivi, è sempre una sconfitta. Ma di questo ne parliamo un'altra volta.

2. E' iniziata la crisi. E adesso ci sentiamo tutti precari (tiè).
Anche se, non dimentichiamocelo, continua a esserci una buona differenza retributiva tra sentirsi precario ed essere precario.

3. A Milano hanno iniziato a nascere gli spazi di co-working.
Non ci sono mai andata. Il primo era troppo scomodo per me, il secondo troppo macchinoso, il terzo è stato avviato in un anno che è stato un bagno di sangue, e ancora adesso mi chiedo come ho fatto a pagare le tasse, quell'anno lì.

Poi è nato Piano_C, che è un co-working per le mamme - per le donne (e per i papà accompagnati dai bambini). E' un luogo con 12 postazioni di lavoro e sale riunioni che propone uno spazio e servizi di accudimento per bambini 0-3 (non è un asilo nido, non è un tempo per famiglie, boh, non si sa come definirlo, chissà come mai, forse solo perché è una "cosa" innovativa). Quando l'ho visto, davvero, mi si è aperto il cuore. E non solo perché è un bel posto.

Ma perché è proprio quella cosa lì, che serve, alle madri: uno spazio per professioniste che sono in una fase di ridefinizione della loro vita, uno spazio in cui naturalmente incontrarsi, confrontarsi, scambiare idee e professionalità e prospettive, senza il sopracciglio alzato del giovane nerd (che palle questa, una madre!) o l'affanno del professionista (una madre, e pretende pure di rubarmi il lavoro, ma pensa te). Uno spazio in cui la flessibilità oraria del servizio di cura è vera, e non presunta.

Un ghetto? Io credo che da lì le mamme non usciranno con una ricetta per il brodo di verdure in più, ma con idee in più su se stesse, sui propri obiettivi professionali, e anche (perdonate il parolone) nuove possibilità di business. Perché, lasciatemelo dire che sono un'esperta, si possono avere un sacco di (ottime) idee di business: il problema è trovare persone competenti con le quali realizzarle (o almeno provarci), queste idee.

Perché è proprio una cosa, che serve alle mamme libere professioniste: incontrarsi, e investire su di sé, mettersi insieme per credere nelle proprie idee. E non preoccuparsi se nessuno riesce a incasellarle, e neanche loro ci riescono.Che vuol dire che sono delle pioniere, ma sarà bene che lo capiscano subito, e non ci impieghino dieci anni come la sottoscritta.

giovedì 8 marzo 2012

Me and Mrs. Banks (8 marzo Reloaded)



Veri soldati in gonnella siam.
Del voto alle donne gli alfieri siam.
Ci piace l'uomo preso a tu per tu,
ma al governo lo troviamo alquanto scemo.

Lacci e catene noi spezzerem
e tutte unite combatterem.
Noi siam le forze del lavoro
e cantiamo tutte in coro:
Marciam! Suffragette, a noi!

Non puoi arrestarci o maschio
son finiti i tempi tuoi.
E' un solo grido unanime: Femmine, a noi!
Ben presto anche in politica seguire ci dovrai,
se il voto ancor ci neghi,
per te saranno guai!
Siam pronte al peggio,
anche a morire ormai.
Chi per il voto muor, vissuto è assai.
Femmine, a noi!

Ah! Lacci e catene noi spezzerem
se tutte unite combatterem.
Noi siam le forze del lavoro
e cantiamo tutte in coro:
Marciam! Marciam! Marciam!
Suffragette, a noi!

Non posso fare a meno di pensare, quando vedo questa scena, che Mrs. Banks aveva una tata fissa e due domestiche che si occupavano di casa e figli mentre lei era altrove, a fare la suffragetta. E che alle sue tate, certe idee non passavano neanche per l'anticamera del cervello.

Mi chiedo sempre se sia un privilegio poter combattere per i diritti, propri ed eventualmente altrui (e qui apro parentesi sul neo-femminismo di ritorno di alcune donne che lavorano e che combattono affinché altre donne possano stare a casa a curare i propri figli, che ci vedo qualcosa di perverso in tutto ciò), e quando vedo questa scena non so mai darmi una risposta.

lunedì 4 luglio 2011

Tra mammità e buon senso


E così, con le unghie e con i denti, abbiamo strappato alla settimana e al lavoro e ai figli altri due giorni solo per noi, e per i nostri dieci anni insieme che fanno un tempo per riappropriarsi dell'essere in due, partendo pensando che in fondo, forse, i bambini potevamo portarli con noi e che in fondo, la prossima volta, li porteremo. Sbagliato: sono stati due giorni stupendi su un'isola senza macchine con l'aria profumata di pino e di mirto, il mare azzurro che scopri in tante calette nascoste, le strade sterrate, la luce calda del tramonto in una piazza piena di terra e di nulla. E alla fine ci siamo detti che sì, i bimbi li porteremo in questo posto meraviglioso, ma avevamo davvero bisogno di stare noi due.

Ma così, prima di partire ho fatto domanda (fuori termine) per una Summer School in Toscana. Una cosa che mi interessa e mi intriga, quelle mail che mandi sopprapensiero pensando: "Ma figurati...". Mi hanno preso. E così la Grande Nonna, che in prima battuta aveva accolto la richiesta di babysitteraggio ambulante, a mente lucida si è tirata indietro chiedendosi come avrebbe mai potuto gestire i bimbi in una landa a lei sconosciuta. E io mi struggo all'idea di iniziare un'altra settimana nomade durante la quale lascerò di nuovo i bimbi da una nonna. E questa volta ok, almeno c'è papà. Ma così tante notti lontano da casa, weekend compreso, non sono mai stata.

Inutile dire che l'Ing. già assapora un altro weekend rubato all'Ultima Spiaggia, invece di dover correre dietro a quella squinternata di sua moglie fino in Toscana per recuperare i figli, e quindi a colazione mi guarda e mi dice: "Io non capisco, ma che senso ha? Hai questa opportunità, sfruttala"

Mi vengono un sacco di dubbi: ne varrà davvero la pena? Devo rinunciare? Vado? E' giusto? E se poi non mi serve a niente? E se poi...

Insomma, lo strazio della mammitudine non ha fine: quando non lavoravo pativo di tutto quel tempo (mal) speso con i miei bimbi piccolissimi e pensavo a cosa ne sarebbe stato di me, adesso mi inquieto per queste assenze prolungate e mi chiedo cosa ne sarà dei miei figli e di me, in questa precarietà che assume varie forme di upgrading mai scontate. Forse, verso la loro adolescenza, arriveremo a un equilibrio. Forse. Intanto, rubo il copy a qualcuno, ma in un vario gioco di specchi mi sento anche una mamma un po' cattiva.

giovedì 24 febbraio 2011

La madre, il sacrificio




Quanto ha sacrificato alla famiglia per il suo lavoro?
«Sacrificio è una parola che non conosco».
Allora mettiamola così: quanto ha sofferto la famiglia per il suo lavoro?
«Alle donne è sempre associato il sacrificio... Mia figlia è andata presto ad abitare a Roma, forse per sfuggire alla mia presenza un po' forte. Io ho divorziato e oggi abbiamo delle famiglie un po' fuori dal costume: forse per questo siamo più unite di chiunque altro. Boh!».

Gae Aulenti in un'intervista al Corriere della Sera, 21 Febbraio 2011.

mercoledì 19 gennaio 2011

L'intellettuale e l'empirica: parametri educativi a confronto

Il post di oggi di M di Ms mi dà lo spunto per un post che volevo scrivere da un sacco di tempo, e che è una riflessione semiseria sulle grandi domande dei bimbi e sulla grande differenza che ogni bimbo porta con sé.

Mio figlio, l'intellettuale.
Mio figlio, all'asilo nido, era stato ribattezzato dalla sua maestra "l'intellettuale della classe": un bimbo silenzioso, tranquillo, che arrivava, andava a prendere i libri e si metteva a "leggere". Al secondo anno di asilo, avendo un nonno in cielo (mio padre), ha iniziato a domandarsi e a domandarci cosa volesse dire, e dove stava poi 'sto benedetto cielo dove stava il nonno. A cinque anni ha passato un anno a elaborare il concetto di infinito. Per lui l'"oltrecielo" (comunemente detto Paradiso) è, come dire, un "dato di fatto": non ne ha mai posto in questione l'esistenza, così come l'esistenza di Dio o il fatto che Gesù fosse figlio di Dio. Insomma, quei concetti religiosi fondamentali che abbiamo deciso di trasmettergli, insieme all'educazione religiosa che abbiamo scelto per lui.

Mia figlia, l'empirica.
Una delle massime disperazioni di mia figlia è di essere la più piccola, perché sarà anche l'ultima a morire (abbiamo cercato di spiegarle che non è così matematico, ma non c'è verso). Un giorno mi ha chiesto dove fosse il nonno. "In cielo", le ho risposto, pensando che la risposta potesse essere sufficiente, come era stato per il primogenito. Niente da fare, 'sto benedetto cielo oltre il cielo proprio non lo capiva. "E come faccio a vederlo?" "Non si vede" "Ma se non si vede come fai a sentirlo, il nonno?" "Lo senti qui", e le ho indicato ilo cuore. Si è messa a strillare come una forsennata "Noooooooonnnnnno" all'altezza del mio sterno. Eravamo in un ristorante. Che in Chiesa ci sia Gesù è pura fantascienza, per lei. E l'ultima volta ha avuto da ridire sulla raccolta delle offerte durante la Messa ("Ma se noi diamo i soldi a loro poi noi rimaniamo senza soldi e loro si prendono tutti i soldi"... Come darle torto?). Stiamo leggendo un libro su Ulisse, e giusto ieri sera mi ha chiesto che fine hanno fatto Zeus e compagnia bella. Sono morti? Ma non erano dèi? (su questo punto ho avuto non poche difficoltà, lo ammetto).

Queste differenze mi colpiscono molto, e trovo che siano una sfida molto intrigante soprattutto per me, che condivido l'approccio del primo e mi divertono le domande e le osservazioni della seconda. Non ho risposte per tutto, sebbene in materia filosofico-religiosa mi rendo conto di averne per una buona parte. Quello che più mi spaventa, però, sono i genitori che vogliono decidere per i loro figli in modo ultimativo e senza alcuna capacità di confronto e dialogo (persino con il proprio partner): anche io ho deciso che tipo di educazione impartire ai miei figli, per carità. Ma vorrei che questa educazione fosse rispettosa delle persone che diventeranno, anche (qui lo scrivo e poi nella pratica sicuramente lo negherò) se non dovessi condividere le loro scelte. Quello che vorrei essere, come madre, è essere quella che racconta loro le scelte che ha fatto e le risposte che si è data finora, e se non ha risposte, avere almeno il coraggio di dire "Non lo so". Magari poi me le vado a cercare su un bigino.

P.s. un ringraziamento ufficiale alla Grande Nonna che è a prendere i bimbi, mentre io scrivo questo post. Di L., nel frattempo, si sono completamente perse le tracce nella nebbia della Pianura Padana


martedì 14 settembre 2010

Perché non sono una vera mamma milanese


14 Settembre 2009, Grande Piscina Milanese.
"Buongiorno, volevo iscrivere mio figlio al corso di nuoto"
"Che giorno? Quanti anni ha? Ha fatto già la preiscrizione, vero?"
"Veramente no"
La segretaria in polo azzurra alza gli occhi dal modulo e mi guarda con occhio indagatore, tra lo sdegno e lo stupore, due occhi che chiedono: Scusi, ma lei dove crede di essere?
"Signora, ma lei crede di trovare posto ADESSO?"
"Scusi, ma quando si fanno le iscrizioni al corso di nuoto?"
"A Maggio, Giugno... Ormai non c'è più posto"
"Neanche al sabato alle 7 di mattina? Neanche il mercoledì alle 23? Neanche...?"
"NO, niente"
"Ah, va bene, grazie, buongiorno"
" 'Giorno"

9 Settembre 2010, ore 9:30 verso Scuola.
"Devo andare a prenotare i libri per Beatrice"
"ARGHCAVOLOILIBRI!!! Vengo anch'io!"
Mamma G ed io arriviamo davanti alla saracinesca abbassata dell'Infame Cartoleria, la osservo con sguardo truce.
"Aprirà alle 10", sospiro.
"Allora vado a fare la spesa e poi torno"
"Io passo nel pomeriggio"
"Ciao Mamma G"
"Ciao, Lorenza"

Secondo voi, sono passata?

14 Settembre 2010, ore 9:15, verso Scuola
Pedalo speranzosa verso l'Infame Cartoleria con le cedole per i libri in borsa.

La fila di mamme abbronzate arriva fin sul marciapiede della via, il che non mi fa ben sperare. "Ehm, scusate, voi dovete prendere i libri, vero? Ecco, io li devo prenotare, posso passare? .... Grazie.... Grazie.... "

Mi faccio largo tra la folla silenziosa fin dentro il bugigattolo.

Osservo rapita una mamma che sta facendo la spesa per il figlio:
"Dunque questa cartelletta ha lo spessore di 1 cm e mezzo, però sì, questa effettivamente è più funzionale con gli elastici così, no mi dia questa... Aspetti che controllo di aver preso tutto..."

Ok, è il mio momento: "Scusi, mentre la signora controlla, volevo chiedere: Io devo prenotare i libri di testo"

L'ho detto.

Il proprietario della cartoleria mi guarda con quello sguardo che ormai conosco bene, quello del Scusi, ma lei dove crede di essere?

"Prenotare i libri... ADESSO? Ma signora mia, non arriveranno prima di settimana prossima!!" alzando gli occhi al cielo.

Sento su di me lo sguardo di disapprovazione dell'intero stuolo di madri veramente milanesi che il 10 giugno avevano già prenotato tutti i libri di testo, e che ora sono pazientemente in coda per il resto della mattina, per ritirarli. Il futuro scolastico di mio figlio minacciato da una madre inconsapevole ed inadempiente.

"Scusi, ma la scorsa settimana di mattina lei era chiuso fino alle 10, io devo andare in ufficio (funziona sempre coi milanesi, la mamma lavoratrice disorganizzata impietosisce più degli sgomberi rom. Le astanti iniziano a squadrarmi per verificare se il mio abbigliamento è consono a una che va in ufficio, e chiaramente non lo è)... E vabbe', mio figlio resterà senza libri fino a settimana prossima (mormorio di sottofondo), ma per prenotarli cosa devo fare, devo MANDARLE UN FAX?" (sorrisino dell'unico padre in coda).

Interviene la moglie, che sta contando dieci copertine di colori diversi e battendo lo scontrino: "Ma no, NON SI PREOCCUPI, vedrà che per giovedì o venerdì arrivano, dovrà aspettare un po' di più per quello di inglese".

Lascio nome e cognome del povero piccolo Ing. scritto con l'evidenziatore rosa su un post-it giallo, e saluto timidamente: "Va bene, allora ripasso venerdì. Grazie, buongiorno", mi dileguo attraversando a testa bassa la fila in attesa.

Due minuti che durano un'eternità, ed io ho capito perché non sono una vera mamma milanese. Persino Mamma C, da Roma, si complimenta con se stessa per essere diventata in soli 5 anni una vera mamma milanese che si ricorda di prenotare i libri ed il corso di nuoto a giugno. Chissà mai se anch'io, un giorno, potrò dire altrettanto di me stessa.

domenica 18 aprile 2010

Non è solo un commento ad un vecchio post


Questa mattina ho trovato questo nuovo commento al vecchio post Di mamme e downshifting.

Io sono una figlia che non è cresciuta con la propria madre, perché lavorava. Sempre. Mai ad una recita, mai ad una partita di pallavolo, mai ai colloqui con i professori, mai ad accompagnarmi da qualche parte. A volte non la vedevo per giorni perché tornava tardissimo e io già dormivo. Questo mi ha creato molto vuoto dentro, non poter condividere con lei certe cose ci ha allontanato. Del resto, lei era costretta perché era una mamma single, ma se avesse avuto scelta e avesse preferito la carriera, nel mio cuore non glielo avrei perdonato. Io spero di riuscire a fare downshifting!!
LaStancaSylvie
E' stato un pugno nello stomaco.

Dedicato a tutte le mamme single, e a tutte le mamme che devono lavorare, ma forse non vorrebbero, o solo vorrebbero lavorare un po' meno, e un po' meglio, e con uno stipendio degno di questo nome.

Rimane, lacerante per me, la questione della rappresentanza e del potere delle donne che scelgono di diventare madri.

Infine, dedicato a Sylvie. In bocca al lupo.

giovedì 8 aprile 2010

La vita sociale delle mamme


La vita sociale delle mamme è frenetica: merende a casa con happy-hour mammesco, parco, feste di compleanno, corsi di danza-scherma-disegno-karate-nuoto-inglese-canto-pattinaggio, e poi cene di classe, suddivise, a seconda della rappresentante, in: cene con i padri, o cene senza padri. Prima di Pasqua sono stata ad una deliziosa cenetta di mamme della classe della piccoletta, senza padri e, conseguentemente, senza figli.

Alle 23:30 i camerieri, esausti, ci imploravano di andarcene, che dovevano chiudere.
Noi li abbiamo guardati con sufficienza e abbiamo pensato che "Dove-sarà-finita-la-Milano-che-non dorme-mai", poi abbiamo fatto capannello per un'altra mezz'ora davanti al ristorante.

Ma non è finita qui.
Poi ci sono le amiche, le poche sopravvissute a: singletudine, mammità non coincidenti, mammità coincidenti ma con insuperabili divergenze sulla mammità, mammità scatenanti senso di competizione, traslochi, catastrofi, varie ed eventuali.

E poi ci sono le mamme blogger.
Che, diciamocelo, hanno il loro bel daffare tra MomCamp, cene, incontri ravvicinati del terzo tipo (che Milano è piccola e mica penserai di aprire un blog e non trovare almeno altre due blogger che conoscono quello che conosce tuo marito, in tutte le combinazioni in cui si può declinare la suddetta ipotesi) e inviti di ogni sorta a: cinema, teatro, prova pannolini, prova dolcini, prova cremine.

E così, ecco il prossimo appuntamento: il MomMixer, lunedì 12 Aprile.

Essere mamme è una faticaccia mondana, altroché.
Ma ci divertiamo un sacco, quando incontriamo le mamme giuste, fuori e dentro il web.

Ci vediamo al The Hub in Via Paolo Sarpi?
(Oddio, cosa mi metto?)

martedì 24 novembre 2009

Di leggi e di cultura aziendale (e finiamola qui): il mio part-time vale comunque più del tuo


Ok, basta. Inizio ad annoiarmi da sola ma questa la devo scrivere, a conclusione della riflessione. Il prossimo post sarà una solenne cazzata, perché tutta questa seriosità a Novembre è devastante, anche se ho ben poche cazzate nel taschino, ultimamente. Comunque.

Paola propone di estendere il part-time per legge alle madri lavoratrici, con incentivi di varia natura. Come per la Legge 53 (nella quale peraltro sono stanziati fondi per la flessibilità che sono sempre stati allocati con estrema difficoltà), a parer mio questa cosa rischia di essere un boomerang: come fai ad "obbligare" un'azienda a concedere il part-time alle donne? (è una domanda vera, eh, me lo chiedo sul serio).

Tempo fa feci una ricerca sulla conciliazione famiglia-lavoro in alcune Grandi Aziende della Ricca Città del Nord. Interviste in profondità.

Intervistai alcune madri rientrate dalla maternità: facevano part-time, benedicendo il Cielo di questa portentosa opportunità concessa loro. Una di loro lavorava abitualmente anche da casa, la sera, quando il figlio dormiva: si portava avanti leggendo le email, così il giorno dopo arrivava in ufficio sapendo già cosa doveva fare. In azienda nessuno sapeva che lei lavorava anche di sera: perché se dici telelavoro hai detto quasi una parolaccia, perché è sconveniente farlo sapere, perché temeva che le togliessero il part-time...

Intervistai un sindacalista, perché quando vai nelle aziende a fare queste cose un sindacalista e un Grande Manager che deve controllare quello che chiedi ai dipendenti, te lo ritrovi sempre tra i piedi - e raramente hanno qualche esperienza di conciliazione da raccontarti. Chiesi al sindacalista: "Ma secondo lei il 3% di part-time fissato dal contratto nazionale è sufficiente?" "Certo, mi rispose lui. In fondo, in un team di 10 persone si tratta di 3 o 4 persone, mi sembra più che sufficiente". Al sindacalista avrei voluto rispondere che 3 o 4 persone in un team di 10 fanno il 30%, di part-time, ma non ero lì per far polemiche.

Poi uscii a pranzo con una cara amica single e senza figli, che passò mezz'ora buona a lamentarsi delle colleghe madri: tutte con il part-time, nessuna che poteva fermarsi a fare turni serali (forniscono un servizio fino alle 22, mi sembra), che stavano a casa quando i figli erano malati, quando c'era sciopero, quando nevicava...

Poi intervistai il giovane padre di famiglia. Il quale, ad un certo punto, si scagliò contro le donne che facevano ancora il part-time, pur avendo figli grandicelli. Erano atteggiamenti assistenzialistici che mortificavano le donne e non permettevano alle donne con figli piccoli (nella fattispecie, sua moglie) di ottenere il part-time.

Poi intervistai la giovane mamma che faceva part-time: e mi disse che in effetti era un problema, avere un part-time così rigido, c'erano giorni in cui doveva uscire pur non avendo finito il lavoro, e giorni in cui era in ufficio a far nulla.

Poi intervistai un uomo di 50 anni che aveva chiesto una specie di part-time verticale, per dedicarsi alla Grande Causa Umanitaria. Dopo un lungo sproloquio sul fatto che nel suo lavoro non è importante la quantità di tempo che si sta in ufficio, ma la capacità di creare, e quella non dipende dalle ore che si sta in azienda. Che potersi dedicare alla Grande Causa Umanitaria lo rendeva più contento e più attivo sul lavoro, anche se stava in ufficio meno ore. Alla fine dell'intervista (che le cose più interessanti vengono sempre fuori all'ultimo) mi raccontò che una sua collaboratrice, con un bimbo piccolo, aveva chiesto il part-time. Non le era stato concesso, e lei aveva traslocato in un'altra azienda più family-friendly, diciamo così. Lui rimpiangeva (a parole) la collaboratrice, ma mi guardò dicendo: "Ma capisce?!? Aveva chiesto il part-time PER SEMPRE!!!".

Vi lascio a riflettere sul per sempre, e sul fatto che siamo davvero il Paese dei 100 campanili dove il mio part-time vale sempre e comunque più del tuo, e dove non esiste una cultura condivisa sulle politiche di conciliazione. E (ma questo non lo dico io) qui si continua a ragionare in termini di tempo, e non di obiettivi.

giovedì 12 novembre 2009

Di mamme e downshifting


Ho letto un libro molto interessante, Adesso Basta! Lasciare il lavoro e cambiare vita: filosofia e strategia di chi ce l'ha fatta. L'autore di questo libro dal titolo wertmulleriano è Simone Perotti, che in una vita precedente faceva il manager. Poi "ha fatto downshifting", che sembra un'altra di quelle cose fighe in inglese che fanno i milanesi.

Invece Simone ha fatto una cosa molto poco milanese, ha mandato tutto all'aria: lavoro, carriera, prestigio sociale. Una cosa di cui un milanese vero non si capacita. Ora vive di mare e di lavoro delle sue mani. E scrive.

Nel suo libro c'è una critica durissima al "lavorare per consumare", al consumismo ma anche al lavorismo forsennato. La cosa interessante è che questa critica non è ideologica o moralistica, ma è una critica strutturale, una critica che viene da uno che "stava nel sistema". Logici e filosofi sanno che non c'è niente di peggio.

Leggerlo, per una che ha rinunciato al suo "posto sicuro" per non dover lasciare la figlia di 4 mesi con la baby-sitter, e alla quale nessuno (ma proprio nessuno, eh) ha detto "brava, hai fatto bene" è stato davvero salutare.

Mi sono vista davanti tutte le donne che hanno lasciato il lavoro, in tutto o in parte, per stare con i propri figli. E ho pensato che tutte queste donne hanno fatto downshifting, con la differenza che non l'hanno fatto per se stesse, ma per qualcun altro molto piccolo. E con la differenza che molte altre donne le avranno guardate storto, che molte compagne dell'università le tratteranno con condiscendenza, che loro stesse si sentiranno a volte "fuori posto", soprattutto in questa città.

Non erano Top Manager, ma vale lo stesso (mi sembra).

Tutte queste donne, in fondo, costituiscono un problema, per il sistema. Sarà per questo che si parla con tanta ossessione del lavoro-delle-donne-e-Pil? No, non è solo per questo, certo, ci sono una marea di problemi correlati (la dipendenza economica, il costo dei figli, la stabilità coniugale ecc ecc ecc ecc ecc). Ma il dubbio, un po' ti viene.

Insomma, tutte queste donne hanno fatto una scelta ben precisa, e forse è ora che sia restituita loro la dignità di questa scelta - il che, a sentire la Trista Ministra Gelimini, non pare proprio - indipendentemente dal fatto che abbiano "un marito che le mantiene" o meno. E' ora che loro stesse si guardino con occhi nuovi e si facciano dire "brava" da tutti quelli che stanno loro intorno.

Così riflettendo, incappo in questo articolo di Gaby Hinsliff, segnalato da Calamity Jane, nel quale la signora si dilunga per pagine e pagine a spiegare i motivi per i quali ha abbandonato il suo meraviglioso, gratificante e all-the-time job (perché quando una lavora sempre, non si può parlare di full-time). E leggevo questo post di Luisa, di cui mi ha molto colpito la rabbia (ha fatto downshifting, Luisa, ma lei non voleva e per la verità non so se possa esistere un downshifting coatto).

E dunque, dopo aver letto Simone, Gaby e Luisa, la domanda che ora mi attanaglia è questa: il lavoro è diventato un disvalore? Perché capite che alla mia etica lombardo-veneta-cattolica, 'sta cosa crea degli scompensi, e seri, anche. E come si cambia, se tutti coloro che se ne accorgono se ne vanno (perché sempre la mia educazione lombardo-veneta-cattolica mi dice che le cose si cambiano davvero solo "da dentro")? Un altro modo di lavorare è davvero possibile?

A queste domande, davvero, non riesco a dare risposta.
E non ho ancora pagato l'F24.

venerdì 6 novembre 2009

Beauty Kids, di mamme e di falso moralismo


Non so se avete sentito la notizia del salone di bellezza per bambini che ha aperto a Milano, in Viale Gorizia, sui Navigli. Continuo a leggere post sdegnati di mamme sdegnate per cotanto lolitismo. E a me, quando tutte (ma proprio tutte, eh) iniziano a battere sulla grancassa dello sdegno e del "dove andremo a finire di questo passo", viene la pecolla.

Mercoledì sera la titolare del salone è stata intervistata su Radio Deejay, a Pinocchio, da La Pina, che ascolto sempre mentre affetto cipolle e zucchine e butto la pasta. Non conosco la titolare di questo centro, non so se sia una gran furbona o una maga del marketing, ma la signora ha detto una cosa.

La signora titolare, che ha dichiarato di aver frequentato il centro sociale lì di fianco e di non essere neanche lei tanto d'accordo su questo gusto kitsch delle nuove generazioni, ha detto semplicemente che hanno iniziato a fare questa cosa perché le mamme che andavano "a farsi belle" non sapevano dove lasciare i figli e le figlie.

Ecco, secondo me questo è il punto. Che una mamma che vuole andare a farsi la piega e la pulizia del viso può andarci solo il sabato mattina, perché durante la settimana lavora, o se non lavora e va al centro estetico, non paga la baby-sitter. E (in ogni modo) non sa dove lasciare il figlio. Poi possiamo stracciarci le vesti e dire che le mamme non devono andare a farsi belle, solo home spa, che fa tanto figo. E che lavorano tutta la settimana, il sabato dovrebbero dedicarsi anima e corpo (appunto) ai figli. E che è immorale spendere soldi per far fare la manicure alla bimba di 4 anni (ma se penso a mia figlia, impazzirebbe di gioia). Che questo lolitismo che passa ormai di generazione in generazione è inaccettabile. Che le mamme dovrebbero passare il sabato mattina in Feltrinelli, e non al centro estetico, e il mondo sarebbe migliore.

Va bene, diciamolo. Ma queste mamme, comunque, non "sanno dove lasciare i figli". Con tutto quello che significa.

domenica 25 ottobre 2009

Una mamma al Pronto Soccorso: malata vera, ma sembra immaginaria


Capita.

Capita che è venerdì e mentre stai andando a prendere il nano all'uscita delle 13, improvvisamente il mondo davanti a te si sposta prima tutto a destra, e poi tutto a sinistra. Tiri una capocciata contro il montante della macchina.

"Ma che cazz...?!?!"

Ti giri e vedi un vecchietto su una macchina che sbraita: te lo sei trovato addosso senza neanche vederlo, mentre lui se ne andava bel bello sulla corsia dei tram.

Guardi il volante e pensi che devi trovare qualcuno che prenda il nano, e trovarlo alla svelta. Non sai neanche tu come, recuperi il cellulare che improvvisamente ti si è materializzato in mano, e tenti di scendere dalla macchina, la portiera si apre a fatica.

Intanto arriva il tram, e tu stai bloccando la corsia, accorre la vicina sconosciuta che ti guarda preoccupata e ti dice "Signora, bisogna chiamare i vigili, bisogna chiamare l'autoambulanza, è stato un incidente pazzesco!!!!". La guardi vacua: "Li può chiamare lei?".
L'unico pensiero che riesci a formulare riguarda il nano: chi è già a scuola e lo può portare a casa? Scorri come un'ebete la rubrica sul cellulare e trovi la mamma giusta. Ora puoi dedicarti a quei poveretti che sono bloccati sul tram, e a spostare la macchina ma non troppo, sennò poi i vigli si incazzano.

Chiami l'ingegnere, per fortuna ti risponde.

Arriva l'ambulanza a sirene spiegate, e tu ti vergogni come una matta: ti sembra di essere in una scena da E.R. de noantri, va bene tutto ma non ti sembra il caso, il tuo understatement milanese ne risente, e parecchio.

Quando ormai sei sull'autoambulanza si materializza l'ingegnere.
"Ing., i bimbi, sono con santak ma bisogna pensarci... Quando sono uscita piccoletta aveva ancora 38 di febbre!!"
"Non ti preoccupare, ci penso io".
Ma lo vedi, che è focalizzato sulla trade vigili-assicurazione-carro attrezzi.

Sull'ambulanza inizi a chiamare Santak. Santak, per politica aziendale auto-imposta da se stessa, non risponde al cellulare, quando è da te. Chiami 2,3,4 volte. Niente da fare.

Chiama l'ing. per avere alcuni dati.
"I bimbi?"
"Sono con santak"
"Ho capito che sono con santak, ma santak se ne deve andare!! Deve andare a lavorare, oggi pomeriggio!!!!"
"L'ho detto alla marisa".

La marisa è la portinaia: è pugliese, ma tutti la scambiano per russa. Prima che arrivasse la marisa, avevo una convinzione: in ogni essere umano esiste un barlume di intelligenza. Dopo di lei, ha preso piede un'ipotesi antropologica decisamente più pessimista.

Arrivi al Pronto Soccorso e quando entri per la visita dal medico di guardia, che ha la faccia del Fratello Irresponsabile della tua amica, Santak ti richiama, finalmente.

"Santa! Ho avuto un incidente, sono al PS"
"OSSIGGNORA!!"
"Santa, non ti preoccupare, sto bene... Il nano ha mangiato?!?"
"No, signora!"
Sono le 2 e mezza.
"Allora, Santa, c'è la pasta da fare con il sugo, e la bistecca sul piatto, la vedi?"
"Sìssignora, non trovo pomodoro"
E ti metti a spiegare dove sta la bottiglia della passata.

Il dottore con la faccia da Fratello Irresponsabile ha già deciso che non ti devi essere fatta troppo male, se sei lì a spiegare dove sta la bottiglia della passata, fa finta di visitarti e ti manda a fare le lastre.

Mentre aspetti di fare le lastre inizi a focalizzare tua figlia con la febbre alta, in preda ad una delle sue crisi di acetone, con la marisa che la guarda e le dice: "Sei malataaaaa?!?". Messaggi all'ing: "Sono preoccupata per i bimbi, chiama i tuoi per favore o vai a casa". SMS di ritorno: "Non ti preoccupare, ho chiamato i miei".

A quel punto esci dal PS per chiamare suocera e dare istruzioni su cosa fare con piccoletta. Dopo aver discettato di Tachipirina e Nureflex, chiudi con:
"Suocera, mi sa che i bimbi non sanno niente..."
"Allora bocca cucita! Non diciamo niente!!"
"No, no, diteglielo!!"
Mi immagino solo due bimbi con una madre che è sparita, e nessuno dice loro che fine ha fatto. Io mi angoscerei, se fossi un bambino: o, quantomeno, vorrei sapere che fine ha fatto mia madre.

In quel momento arrivano i vigili per il verbale, due donne.
Ironizzi: "Gestire due figli è come mandare avanti una multinazionale".
Ti guardano come due che non capiscono, e ti senti la solita madre egocentrica che pensa di essere wonder woman. Firmi il verbale, e torni al PS.

Ecco, adesso potresti fare davvero quella che ha avuto un incidente, ha preso una capocciata paurosa, ha male alla testa, alla mascella e alla spalla. Ma nessuno ormai ti crede più.

giovedì 8 ottobre 2009

Psicodrammi settembrini: come complicarsi la vita in cinque semplici mosse


Il ritorno mi porta addosso mal di testa e mal d'anima...


Mossa n.1: avere una scadenza importante per il 14 settembre. A giugno ti hanno proposto di scrivere questo articolo. "Ci sono problemi?" "Noooooooooooooo, figurati". Arriva settembre, e ancora non ti sei organizzata.

Mossa n.2: mettersi a cercare un corso di nuoto il 15 settembre. Vivere a Milano non ti permette di essere una mamma cialtrona quale sei: le mamme milanesi con un lavoro comediocomanda organizzano la vita dei loro figli 6 mesi prima. Ergo, il 15 settembre non troverai più posto per iscrivere tuo figlio settenne ai corsi di nuoto, a meno di iscriverlo in qualche piscina privata con corsi per genitrici danarose, quale tu non sei. Dopo varie gite alla piscina comunale più vicina e una mattina a scartabellare sul sito della società che gestisce i corsi di nuoto, hai trovato una sola opzione.
"Buongiorno, senta, ho visto che l'unica disponibilità che avete è un corso bisettimanale. Volevo sapere se posso iscrivere il bambino e poi farlo frequentare una volta sola alla settimana"
Che tuo figlio peraltro odia andare in piscina
"Signora, è un corso bisettimanale"
"Ho capito, ma..."
"Signora, è un corso bisettimanale"
"Va bene, ma lui il giovedì esce di scuola alle 16:30, posso farlo entrare in piscina alle 16:45? La scuola sta a 10 minuti..."
"Signora, la lezione inizia alle 16:30"
"Sì, ma...."
"Signora, la lezione inizia alle 16:30"
Al che, perdi la pazienza. E ottieni:
"Vado a chiedere alla maestra, è qui, aspetti...... No signora, non si può"
Inizi a pensare che dovrai iscrivere tuo figlio al corso per bambini milionari. Da gennaio, però.

Mossa n.3: chiedere al settenne: "Che sport vuoi fare?"
"Mamma, non voglio fare nessuno sport"
"No caro, fare sport è importante quasi come andare a scuola"
Sei una gran rompipalle. Ma non devi mostrare il fianco alla congenita pigrizia e alla mancanza di spirito agonistico che tuo figlio dimostra. Tale quale a sua madre, mannaggia.
Abbiamo scartato da subito: rugby, pallavolo (con estrema sofferenza dell'ingegnere, ma il piccolo ha detto subito categoricamente di no), calcio (ti sei rifiutata lo scorso anno, e ora non te lo chiede neanche più), e tutto il resto
Abbiamo valutato, in ordine: mini-basket, judo, karate, scherma, di nuovo mini-basket.
Alla fine, una bella mattina il settenne si è alzato e ha pronunciato le fatali parole: "Voglio fare scherma". E scherma sia. Vi risparmio le scenette alla segreteria della scuola di scherma, che a noi Totò ci fa un baffo.

Mossa n.4: avere una figlia che non vuole andare alla scuola materna. E (chiaramente) farsi mettere in mezzo. La piccola principessa è una grande lagna, questo è ormai assodato. MA. Non ritieni normale che una bambina di 4 anni pianga per andare a scuola, quando ha fatto due anni di asilo nido senza versare una lacrima. Non ritieni normale che per la maestra sia normale che i bambini, tutti al secondo anno, piangano a scuola (prima e durante). Non ritieni normale la seguente conversazione:
"Cosa avete fatto oggi?"
"Giocato"
"Con chi hai giocato?"
"Da sola".
Diventi il catalizzatore delle mamme scontente e angosciate come te.
Inizi a considerare l'ipotesi di mandarla dalle suore sotto casa, e lo dici all'ingegnere, il quale, solo a sentire il termine scuola privata, perde il lume della ragione e fa affermazioni del tipo: "E' un problema di mia figlia, che si arrangi": non capisci se il suo inconscio da comunista organico sta lentamente venendo a galla, o se nella sua variegata genealogia italica si possa rinvenire qualche avo genovese non ufficialmente dichiarato. Propendi decisamente per la seconda ipotesi.

Mossa n.5: decidere che anche tu vuoi sistemare casa. Dopo i lavori di luglio decidi che anche la tua casa deve assumere un'aria quantomeno dignitosa: finire di sistemare la camera dei bimbi, sistemare l'ingresso, sostituire il divano, ormai esanime. Ma hai sposato un ingegnere, e adesso sono cavoli tuoi: tra le molte cose che gestisce c'è anche il bricolage casalingo. Con la campagna di settembre, sul Risiko dei lavori casalinghi, hai vinto sulle mensole in camera e sul mobiletto in ingresso. La campagna di Ottobre prevede già un attacco per ottenere alcuni mobili e per il divano, devi radunare le truppe.

Nel frattempo settembre è passato, hai compiuto gli anni, e hai ricevuto in regalo un "trattamento per ringiovanire": a ricordati che è inutile complicarsi la vita per niente.


giovedì 24 settembre 2009

Lavoro da casa, ossia: quando mi sento più capita dagli uomini che dalle donne


Una delle domande più imbarazzanti alle quali mi tocca rispondere, nella vita, è:
"Ah, ma tu lavori! E CHE LAVORO FAI?!?"

All'inizio tentavo di spiegare.

Un giorno, un amico (ingegnere, pure lui) mi disse: "Ah, che bello. Un'altra che, quando deve spiegare che lavoro fa, non si capisce un cazzo. Come ti capisco".

Al che ho intuito che dovevo sintetizzare il mio lavoro con espressioni efficaci.

"Ah, ma tu lavori! E CHE LAVORO FAI?!?"
(con estremo imbarazzo) "Ehm... Scrivo"
"Sei giornalista?"
"Veramente no"
"..."

No, non sono giornalista e no, non sono Jane Austen.

Quindi, ultimamente, ho cambiato tattica.
"Ah, ma tu lavori! E CHE LAVORO FAI?!?"
"Lavoro da casa"

Al che.

Donna, single/sposata/senza figli/in carriera:
"Ah"
Sottotitolo: che sfigata, non mi interessi, non hai un lavoro dignitoso, frequenterai solo mamme pallose, di te non mi posso servire in alcun modo.

Donna, madre/lavoratrice full time/part-time:
"Ooooooooh che meraviglia non sai quanto ti invidio..."
Sottotitolo: aspetta un po' che ti sistemo facendoti pesare tutti i miei doveri e tutti i miei privilegi di donna a tempo indeterminato che prenota le ferie con sei mesi di anticipo, perché tanto so che lo stipendio lo prendo

Uomo, single/in carriera/padre/marito/divorziato/gay:
"Ma come fai?!?"
oppure
"Ma... Riesci?!?"

Ecco, questo è uno dei tanti momenti in cui mi sento capita più dagli uomini, che dalle donne.

giovedì 17 settembre 2009

Il senso di colpa delle madri inesperte e abbandonate. Breve saggio sull'arte di martoriarsi


Martedì, piove. Rientro a casa alle 13 con il piccolo. Apro la porta di casa, entro, metto l'ombrello nel portaombrelli, appoggio le cose. Il piccolo non entra, come al solito: uno dei passatempi preferiti dei miei figli è gironzolare e nascondersi sul pianerottolo.

Esco a cercarlo, lo trovo sulle scale con il cappuccio della felpa tirato in su. Mi avvicino e lo chiamo per entrare, è di schiena. Lo giro e mi accorgo che sta piangendo. "Perché piangi?!?", gli alzo il viso e vedo... Colare un sacco di sangue.

Ok, niente panico.

Lo prendo in braccio, lo porto in bagno cercando di non sgocciolare sangue ovunque (che sennò mi tocca anche pensare al parquet), lo pulisco, e quando togliamo tutto il sangue vedo che ha un taglio, non molto grosso ma profondo, in testa, all'altezza dell'attaccatura dei capelli. A parte il taglio, mi sembra che stia benone, e che si sia spaventato più per il sangue che per la botta.

E' andato a sbattere contro l'angolo di una colonna del muro del pianerottolo, una cosa che sta lì più o meno da 70 anni.

Lo calmo, lo coccolo, asciughiamo il sangue che cola.
Non so che fare.

Mi viene in mente di una compagna di classe del piccolo che si era fatta male al sopracciglio. La mamma mi raccontava che aveva perso un sacco di sangue ma che il marito, medico (fisiatra), una volta considerata la ferita e visto che smetteva di sanguinare, non l'aveva portata a mettere i punti.

Temporeggio, mettiamo il ghiaccio (che oltre al taglio c'è anche la botta), mangia, lo medico di nuovo, gli metto il cerotto.

Chiamo la pediatra, sono le 14:15, dovrebbe essere in studio. Non risponde.

Toh, che strano.

Alla fine mi sembra stia bene, usciamo a prendere la piccola, e a fare un sacco di commissioni (lenzuola di quando hai disfatto i letti e ti sei accorta che le uniche altre lenzuola sono ancora a lavare e/o a stirare, chi lo sa, spesa di quando hai finito anche la carta igienica, cartoleria del secondo giorno di scuola, il tutto sotto la pioggia). Arriviamo a casa, ceniamo, incrocio l'ingegnere, esco di nuovo.

All'alba di mezzanotte, l'ingegnere mi fa:
"Ma esistono anche i cerotti fatti apposta per rimarginare le ferite, li vendono in farmacia"
"Ah"

Mercoledì mattina. Mi alambicco su quando portarlo in farmacia: di mattina no, il pomeriggio deve andare dal suo amico a giocare, quando riesco ad uscire dalla casa del suo amico sono le sette passate, è tardissimo, sta bene, torniamo a casa.
Mercoledì sera guardiamo la ferita: una ciocca di capelli si è incollata alla ferita, provo a toglierla tamponando con un batuffolo di cotone imbevuto di alcol, ma la ferita fa ancora male e il piccolo scappa. L'ingegnere inizia a dire che bisogna toglierla, chiaramente ormai ci vuole un intervento semi-chirurgico.
Mentre guarda The Mentalist, con una che è ricoverata all'ospedale, mi dice:
"Vedi?!? Quelli sono i cerotti che ti dicevo!"

Giovedì mattina, oggi, chiamo la pediatra.
Le spiego la faccenda e lei mi dice:
a. che per i capelli non succede niente, di lasciarli dove stanno
b. che fare i punti o mettere la colla (la colla?!?) ormai non serve a niente, tanto dopo 3 giorni (veramente è un giorno è mezzo) il processo di cicatrizzazione è già iniziato
c. che bisognava prendere i lembi della ferita e accostarli subito
d. che "gli rimarrà il segno..."

"Quindi, dovevo portarlo al pronto soccorso a mettere i punti?"
"Eh sì, signora, era meglio. Ma ormai è inutile"

L'ineluttabilità del mio sbaglio mi schiaccia, e pian piano il senso di colpa e di incapacità si impadroniscono del mio stomaco e della mia testa. Senso di colpa perché la maggior parte dei miei pensieri è occupata da un lavoro che devo chiudere questa settimana, e al quale sto cercando di dare un senso compiuto: ieri ero talmente felice di avere ben 7 ore filate per poter lavorare, per la prima volta da circa un mese e mezzo, che non ho pensato a nient'altro. E quindi penso a me, non a mio figlio. Senso di inadeguatezza perché sono una madre che non è capace di soccorrere il proprio figlio, sebbene solo leggermente ferito, che non l'ha portato né al pronto soccorso né in farmacia, che gli lascerà per tutta la vita la cicatrice della sua incapacità e della sua superficialità. Ora chiaramente si affacciano alla mia mente le ipotesi più funeste: infezioni, tetano, di tutto.

Penso allo sbrego che ha sul naso, frutto di una lotta con i peluches dell'IKEA a casa di un suo amico: ecco, anche in quel caso ho lasciato che la ferita si chiudesse da sé, e infatti ha ancora il segno dopo 9 mesi...

Due cicatrici. E non ha ancora sette anni. Ed è tutta colpa mia. Due cicatrici, per non parlare di quelle che non si vedono.

mercoledì 10 giugno 2009

Ancora su mamme e lavoro: lo specchio magico della regina cattiva

Quando riesco ad accompagnare mio figlio alle 9, invece che al prescuola, le mamme dei suoi compagni sono quasi tutte lì. E allora mi sento l'unica che lavora.....

Così commenta A casa di Clara al post su mamme e lavoro, riprendendo un'affermazione della mia amica-mamma-in-bicicletta.

A me è venuto in mente lo specchio magico della regina di Biancaneve...
Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più mamma del reame?

La mamma-che-lavora arriva e vede le mamme-a-casa fare comunella, avviarsi lentamente verso il bar dove prenderanno il caffé prima di passare dal panettiere, mettersi d'accordo su come impegnare il pomeriggio, dirsi che non sanno se venerdì pomeriggio ci sono, "perché sai, mio marito decide sempre all'ultimo se partire per il weekend o no", fare l'elenco dei tre negozi dove hanno trovato le scarpe da barca al minor prezzo, e poi il regalo alle maestre...

La mamma-che-lavora pensa al suo triste destino di paria nella comunità delle mamme, teme che questo si possa ripercuotere indelebilmente sul successo sociale del suo cucciolo, si ricorda che deve dire alla tata/alla nonna di preparare la borsa per la piscina, e che all'ora di pranzo deve andare in posta a pagare i bollettini della mensa. Il senso di colpa è strisciante: non veiene mai a prendere i bimbi all'uscita di scuola, non dedica loro abbastanza tempo, la cena è sempre preparata in massimo 30 minuti (pasta e bistecca, o prosciutto, o formaggino, poca verdura e per fortuna che la frutta non si deve preparare), sembra che nel forno a microonde sia scoppiato un alien.

La mamma-a-casa vede arrivare la mamma che lavora, trafelata. La saluta con un sorriso cordiale, vorrebbe parlarle ma: non sa che dirle, e sa che non può invitarla al parco, così, giusto per rompere il ghiaccio. Nota il vestito da ufficio, le scarpe con i tacchi, la bella collana che indossa. E la invidia.

La mamma-a-casa pensa al lavoro che ha lasciato, pensa che ogni tanto si farebbe con piacere una chiaccherata senza nominare le seguenti parole: scuola, pediatra, spesa al supermercato, vacanze scolastiche. La mamma-a-casa pensa con orrore al suo appuntamento fisso all'uscita di scuola e ai suoi pomeriggi, alcuni interminabili, durante i quali ha desiderato ardentemente avere un lavoro, meditando anche come sarebbe bello, per una volta, concedersi un lusso senza dover chiedere a maritino la carta di credito. La mamma-a-casa si chiede cosa farà, quando i figli saranno cresciuti e maritino continuerà ad avere il suo lavoro.

Specchio, specchio delle mie brame, aiuta tu le mamme del reame

sabato 23 maggio 2009

... E la sventurata se ne andò



... E la sventurata, alle 13:30, se ne andò. Di corsa, pure.

E così non ha potuto pranzare con Chiara e Panz, non ha potuto chiacchierare come avrebbe voluto con Maq, non ha sentito la presentazione di M di MS, né tantomeno quella di Wonderland e di Giuliana, e Flavia senza voce che presentava The Talking Village, non ha potuto rifilare un cv a mammamarsupio e salutare Jolanda che, immagino, alla fine del pomeriggio si sarà finalmente rilassata: il MaM è stato un successo.

Ma mentre tutto questo accadeva, la sventurata era in una torrida palestra puzzolente, senza aver pranzato né bevuto, ad assistere alla festa della scuola del piccolo ingegnere, dove l'ingegnere ha dato sfoggio delle sue doti pallavolistiche nell'immancabile partita genitori vs. insegnanti. Gli insegnanti hanno vinto per 2 set a 0, il piccolo ingegnere ha menato il suo migliore amico, e la piccoletta, non si sa come, ha compiuto la sua opera di distruzione del casco da bici.


venerdì 15 maggio 2009

Non-Scoop: scoperta la verità sull'aumento delle tariffe della Milano Ristorazione


Per scrivere questo post ho dovuto documentarmi, perché non ero ben al corrente dei termini della questione. E quando mi sono documentata, mi è venuta una sincope.
Ma andiamo con ordine.

A Dicembre 2008 si delibera l'aumento delle tariffe della Milano Ristorazione.
I genitori ne vengono informati tempestivamente: ad Aprile 2009, con la distribuzione dei moduli per l'iscrizione alla Refezione Scolastica (i moduli della sottoscritta riposano ancora dentro le loro buste, devo farmi coraggio e affrontare il lato oscuro della burocrazia, prima che sia troppo tardi).

Ieri mi è arrivata una mail dalle mamme della Commissione Mensa (commissione fantasma alla quale mi sono iscritta a settembre, senza mai capire come funzionasse), con la notizia che è online una petizione per abrogare questi aumenti.

Sono andata a spulciare un po', perché mamma A. mi aveva detto che gli aumenti le sembravano un po' esagerati. Ed è stato a questo punto che mi è venuta la sincope di cui sopra.

Secondo quanto riportato anche da Repubblica e dal Corriere, aumenterà il numero di famiglie che gode della completa esenzione. Tutte le famiglie che godono di redditi superiori ai (udite udite) 31mila euro lordi annui (calcolate due stipendi e ditemi un po'), cioè circa il 60% del totale di coloro che usufruiscono del servizio mensa nella scuole pubbliche (secondo quanto riportato da Milano per i bambini), vedranno aumentare esponenzialmente i costi per i pranzi dei pargoli. Nella fascia di reddito massimo (dai 65eunpo'milaeuro lordi annui, corrispondente a 27eunpo'milaeuro ISEE), alla scuola materna prima si pagavano 46o euro all'anno, ora se ne pagheranno 680 (non ho capito in quante mensilità, sul modulo della Refezione non è indicato, da qualche parte ho letto anche che volevano fare pagarae obbligatoriamente 11 mensilità, cioè anche il mese di luglio, anche se i bimbi non frequentano la scuola estiva).

Chi non consegna l'ISEE compilato viene automaticamente inserito nella fascia dei più abbienti. Peccato che abbiano consegnato i moduli il 20 Aprile, con scadenza per la consegna il 30 Aprile. Dopo una serie di proteste, dato che avere un ISEE in 10 giorni, da queste parti, è pura utopia, hanno spostato la scadenza al 31 Maggio.

Dal secondo figlio in poi si paga solo il 50%. Paga tariffa piena il figlio minore.

Le motivazioni di questi aumenti? Quelle ufficiali, al solito, sono nebulose (non ho trovato dichiarazioni ufficiali, se qualcuno me le indica gliene sarei grata!), ma comunque credo risiedano nell'aiutare i più disagiati e le famiglie con più figli.

Arriviamo così al non-scoop.
Ieri parlavo di queste cose con una mamma.
"Sai, la rappresentante di classe di C. si è informata, sulle motivazioni di questo aumento delle tariffe", mi dice con sguardo complottista, di sottecchi e abbassando la voce.
"Ah sì?" faccio io "E cosa ha scoperto?"
"Che un sacco di gente non ha mai pagato la mensa, la Milano Ristorazione ha un buco di gestione pazzesco (mi chiedo cosa, appartenente al Comune di Milano, non sia sull'orlo della bancarotta), e allora hanno pensato di aumentare le tariffe. Hai capito? Invece di andare a cercare chi non paga, tirano mazzate a quelli che pagano".

Il ricordo va ad una lettera minatoria che ricevemmo due anni fa, nella quale si affermava che, se nostro figlio fosse risultato inadempiente nel pagamento delle rette della mensa, non avrebbe potuto effettuare l'iscrizione all'anno scolastico successivo.

L'epilogo sul sistema corrotto e un po' kafkiano, che continua a premiare l'evasore e il furfante, è d'obbligo. Anche alle 17:55 di un nuvoloso pomeriggio meneghino, nel cortile della scuola, mentre aspetto che il piccolo ingegnere esca dalla lezione di basket.