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martedì 25 marzo 2014

La verità, vi prego, sui figli cresciuti



"Papi, è un'ora che cerco quel fumetto di Carl Barks e non lo trovo"
"Prova a guardare nel database"

Ti girerai pensando che è un dialogo da fantascienza tra una bimba di otto anni e suo padre. E invece no, è sabato mattina e sono proprio loro, padre e figlia, che ti danno la misura di quanto squinternata possa essere la tua esistenza in una casa dove esiste un database di fumetti (ma mancano molte altre cose che a te sembrerebbero più importanti).

Chiederai a tuo figlio di andarsi a comperare da solo, in cartoleria, i fogli da disegno già squadrati. E lui, imperterrito, starà lì ad aspettarti sulla soglia della cartoleria fino a quando non hai posteggiato la macchina e sei scesa. Ti incazzerai da morire, e tornati in macchina lui ti dirà: "Mamma, lo sai che sono timido" e tu gli urlerai che anche tu sei timida, ma che bisogna imparare a stare al mondo.

Ti parlerà di mafia per cento volte e la centesima volta gli chiederai: "Ma cos'è la mafia?", pensando che lui si sia costruito tutta una mitologia, e invece ti risponde: "E' un'organizzazione che fa attività come quelle legali, ma in modo illegale", e rimarrai così, di sasso.

Quella che a tre anni voleva solo vestirsi di rosa ti dirà che lei non si sposa, perché non ha tempo: deve mettere in piedi la sua fattoria. Nel frattempo, ovviamente, nell'armadio non c'è più alcuna traccia di rosa.

Ti romperanno l'anima perché non concepiscono di stare in casa senza amici un pomeriggio: e sarà tutto un "Mamma, posso invitare....?" fin dalle 8 del mattino... E se tu non risponderai perché ti sei persa la risposta cercando di sgusciare nel traffico mattutino alla rotonda, aspetteranno cinque minuti e poi: "Mamma, posso invitare...?".

Faranno finta di non sentire quando parli loro, infinite volte. Avranno i loro segreti, ti sfiniranno con la loro rivalità perché non si picchieranno più, ma si insulteranno con la rara maestria degli scaricatori di porto. Ripeterai loro le stesse cose, infinite volte. Penserai che sono dei menefreghisti viziati del cavolo. Colpa tua, ti dirai.

Inizierai, più spesso di quanto tu creda, a pensare "Sembro mia madre", e il pensiero ti rovinerà l'intera giornata, che tu lo faccia alle otto e venticinque della mattina come alle sette di sera. Ma il colpo di grazia arriverà proprio da loro, quando ti diranno "Sembri la nonna". E te lo diranno, prima o poi.

Diranno "Odio la pallavolo" a un povero genitore pallavolista che per fortuna in quel momento è seduto, e un mese dopo te li ritroverai a palleggiare per casa, contro il mobile in perfetta traiettoria con l'unico lampadario di vetro di tutta la magione.

Ma, su tutte, capirai che dieci anni fa ti raccontarono una grande balla, quando ti videro con le occhiaie e la faccia di una madre a tempo pieno e ti dissero di goderteli da piccoli, che con i figli cresciuti, allora sì che avresti avuto tempo per te. Per fare un corso di cucito, andare al cinema o anche solo scrivere un blog.

martedì 20 novembre 2012

Di mamme e scuola a casa sui diritti dell'infanzia. Un post sconsclusionato

Oggi è la giornata per i diritti dell'infanzia.
Ieri sera, in un momento di rara lucidità temporale (non so voi, io faccio fatica a collocarmi nel tempo, ultimamente, sono convinta che sia mercoledì e invece è giovedì, mi sembra ottobre e siamo alla metà di novembre, incontro una coppia di amici e chiedo: "La bimba compie due anni a gennaio, vero?" e loro "No, veramente ne compie tre", e via di questo passo) mi sono ricordata che oggi è la giornata dei Diritti dell'Infanzia.

Non potevo fare a meno di pensare ai bimbi di Gaza.
E non capisco perché i diritti per l'infanzia sono argomento per bambini di scuola materna e (al massimo) prima elementare, e poi basta, non se ne parla più (insomma, quantomeno è quello che è successo ai miei figli). Forse perché sono un argomento sconveniente. Mah.

"Junior, che dici, in quinta elementare per caso avete parlato di Gaza, oggi a scuola?"
"No mamma, perché?"
"Mah, perché oggi hanno sparato dei razzi e sono morti dei bambini..."

E ok, mi immagino già la metà di voi con il cellulare in mano pronti a chiamare Telefono Azzurro. Ma come gliela spiego io, questa storia, ai miei figli?

"E' una storia lunga... Vi ricordate cosa diceva il Vangelo di ieri?"
Junior: "Ah sì, benissimo"
Piccoletta: "No, io non ho ascoltato"

Indovinate chi ha azzeccato la risposta giusta.

"Giusto Piccoletta, la storia del tempio. Quando è stato distrutto il tempio di Gerusalemme?"

Junior: "Quando i Romani hanno invaso i Babilonesi che avevano deportato gli Ebrei"
Ecco, questo è il risultato di due anni di studio della storia alla scuola primaria, dopo aver passato un anno a vivisezionare dinosauri e l'anno dopo a scervellarsi sulle mummie.

"No, dunque, ehm, non è andata proprio così...."

Va bene, l'abbiamo presa un po' alla larga, e dopo essere arrivati ad Anna Frank abbiamo perso le fila del discorso. Come nel migliore programma scolastico, dove non si arriva mai oltre il 1946.

E quindi. Oggi è la giornata dei diritti dell'Infanzia, non ho video che riassumano in dieci minuti la storia della Palestina (ma servirebbero, così, come compito di massima semplificazione che noi non riusciamo a fare ma che viene così bene agli anglosassoni), non ho video del Tg. Ho trovato solo questo, che mi piace molto

venerdì 13 gennaio 2012

#Buongiorno

"Dai topo muoviti, che tra due anni a quest'ora devi essere già a scuola"

"Mamma, ma alle medie bisogna studiare tanto?"

"Beh, dipende dalla scuola media. Ma immagino di sì"

"Allora io voglio andare in una scuola media dove non si studia tanto"

"Per carità. Già le medie sono una scuola scombinata..."

"... E poi voglio fare il liceo artistico"

"Al massimo ti mando a fare la scuola di fumetto. Di pomeriggio."

"Ma io non voglio fare i fumetti. Io voglio disegnare."

Non ho ancora bevuto il primo caffè della giornata, e mi trovo a blaterare sull'importanza della cultura.

"E tanto non mi serve la cultura perché so già cosa voglio disegnare"

Poveri noi.

martedì 17 maggio 2011

L'incantatrice calva


Interno sera, a tavola.
Ing: "... E quindi sembra un po' un nerd"
Piccolo Ing: "Cos'è un nerd?"
Ing: "E' uno che è un genio, ma che sembra un po'... Insomma uno che non sa tanto come comportarsi, uno che..."
Lorenza: "Uno sfigato.... Uhm... Sai che cos'è uno sfigato?"
Piccolo Ing: "Veramente no"
Lorenza: "E' il contrario di quando dici 'Fico!' Hai presente quando tua sorella dice fico?"
Piccolo Ing.: "....."
Lorenza: "Fico vuol dire che è ganzo"
Piccolo Ing.: "....."
Lorenza: "Una cosa o una persona che piace a tutti, ma proprio a tutti!"
Ing: "E' cool"
Piccoletta: "E' cul come il sedere?"
Lorenza: "No, quello è cùl, cuul vuol dire fico, è la stessa cosa"
Piccoletta: "E finocchio?"
Lorenza: "Finocchio è una verdura"
Piccolo Ing: "E allora fico è un frutto"

mercoledì 11 maggio 2011

La Milano che vorrei: considerazioni di una bambina di 5 anni


Ieri a Milano era una di quelle giornate di afa padana che non vorresti mai.

Noi a Milano, quando Piccoletta e io andiamo in bici e i tubi di scappamento delle macchine ci sparano addosso i loro fumi, ci diciamo: "Vedi? Non produciamo nessuna puzza."

Noi quando siamo su, sui bricchi dell'Ultima Spiaggia, Piccoletta mi chiede: "Mamma, ma qui è meno inquinato che a Milano, vero?"

Ieri ero a prendere Piccoletta e la stavo caricando sulla bici.

"Mamma, ma i motorini fanno puzza, vero? Ecco, io vorrei delle macchine e dei motorini che non facessero puzza."

"Che bello, nana. Magari, quando quando voi sarete grandi, li avremo."

"E poi vorrei una città dove non c'è l'inquinamento. E poi colorerei di tutti i colori i palazzi."

Ecco, e poi non mi ricordo cosa le ho risposto, perché in realtà mi sono un po' commossa, pensando ai palazzi colorati dai desideri di una bimba.


mercoledì 23 marzo 2011

Re Fiordilegge, i diritti e i doveri (e ancora, di scuola)


"Sai mamma, oggi abbiamo la maestra Carla solo per due ore IU-HUUUU"

Mamma benedice la maestra Carla che ha fatto dell'insegnamento dell'ortografia e della grammatica italiane la sua missione professionale. Piccolo Ing., dopo due anni di stravaganze letterarie (tra cui fioccavano i qual è con l'apostrofo), si trova giustamente a dover fare i conti con alcuni concetti a lui del tutto ignoti, quali: serietà, rigore, fatica, impegno. Il suddetto gioisce dunque per i momenti in cui può nuovamente sperimentare le sensazioni dell'infanzia ormai perduta.

"Ah sì, e come mai?"

"Perché oggi viene una maestra speciale che ci farà fare il gioco di Re Fiordilegge e del Mago Cuorenero"

Segue dettagliato racconto delle vicende di Re Fiordilegge, che vi consiglio di leggere qui, dato che mio figlio possiede molte doti ma non quella della sintesi.

Circa 10 minuti dopo:
"E quindi abbiamo fatto due grossi cartelli con su scritto 'Cose che dobbiamo fare' e 'Cose che dobbiamo avere' e li abbiamo riempiti con quello che ci veniva in mente"

Ma che meraviglia questo mini-progetto per insegnare ai bambini che hanno diritti e hanno anche doveri.

"E cosa ci avete messo?"

"Dunque, nelle cose da fare ci abbiamo messo la scuola..."

"Beh, ma la scuola è anche una cosa da avere. Se non hai una scuola che ti insegna non puoi andare a scuola."

"Noi l'abbiamo messa solo tra le cose da fare. E nelle cose da avere abbiamo messo... Il tempo per giocare, per divertirci, per costruire, per inventare".

E io, nella bella mattina di primavera mentre andavamo a scuola percorrendo la via lunga e diritta, mi sono un po' commossa pensando a quanto poco tempo e spazio hanno i nostri bimbi per giocare, per divertirsi, per annoiarsi e per creare.

Alla fine, non so se Re Fiordilegge abbia messo tra le cose da avere anche la scuola. Ma dato che Re Fiordilegge sconfigge il mago Cuorenero, credo proprio di sì.

mercoledì 9 febbraio 2011

Guarda fuori dalla finestra: paesaggi metropolitani

"... E quindi questa è la differenza tra esseri viventi e esseri non viventi. Poi il compito diceva: guarda fuori dalla finestra, ed elenca tre esseri viventi e tre esseri non viventi che vedi dalla tua finestra"

"E tu cosa hai scritto, topo?"

"Dunque, tra gli esseri non viventi il vaso delle piante, la chiesa e la macchina"

"E tra gli esseri viventi?"

"Una pianta, un vecchio signore e un piccione"

Gli esseri viventi connotano decisamente il paesaggio come milanese.

martedì 25 gennaio 2011

Una bimba e la questione di genere (il futuro nelle mani di mia figlia)


Ci sono cose su cui Piccoletta si impunta con un piglio degno del suo nome e davvero encomiabile.
Come, per esempio, davanti al campo da calcio che brulica di bambini di otto anni tutti rigorosamente di sesso maschile.
"Mamma, ma sono TUTTI maschi?"
"Sì, amore"
"Ma perché non ci sono le FEMMINE?"
"Mah... In questa squadra non ci saranno bambine che vogliono giocare a calcio... Il calcio non è uno sport che piace molto, alle bambine"
Non la vedo convinta.

"... E quindi, cinquecento anni fa gli uomini..."
"Mamma!"
"Dimmi Piccoletta"
"Perché solo gli uomini?!? E le DONNE?"
"Ma no nana, è un modo di dire che..."
"Ma PERCHE' solo gli uomini si dicono? E le donne?"
...
Lunghissima questione.
Ma Piccoletta ha tutte le ragioni del mondo.

"Sì nana, in effetti bisognerebbe dire GLI UOMINI E LE DONNE. Così ti piace?"
"Ecco, così sì".

Buona strada Piccoletta, mi sembra che gli inizi siano più promettenti di quelli della sottoscritta.

mercoledì 19 gennaio 2011

L'intellettuale e l'empirica: parametri educativi a confronto

Il post di oggi di M di Ms mi dà lo spunto per un post che volevo scrivere da un sacco di tempo, e che è una riflessione semiseria sulle grandi domande dei bimbi e sulla grande differenza che ogni bimbo porta con sé.

Mio figlio, l'intellettuale.
Mio figlio, all'asilo nido, era stato ribattezzato dalla sua maestra "l'intellettuale della classe": un bimbo silenzioso, tranquillo, che arrivava, andava a prendere i libri e si metteva a "leggere". Al secondo anno di asilo, avendo un nonno in cielo (mio padre), ha iniziato a domandarsi e a domandarci cosa volesse dire, e dove stava poi 'sto benedetto cielo dove stava il nonno. A cinque anni ha passato un anno a elaborare il concetto di infinito. Per lui l'"oltrecielo" (comunemente detto Paradiso) è, come dire, un "dato di fatto": non ne ha mai posto in questione l'esistenza, così come l'esistenza di Dio o il fatto che Gesù fosse figlio di Dio. Insomma, quei concetti religiosi fondamentali che abbiamo deciso di trasmettergli, insieme all'educazione religiosa che abbiamo scelto per lui.

Mia figlia, l'empirica.
Una delle massime disperazioni di mia figlia è di essere la più piccola, perché sarà anche l'ultima a morire (abbiamo cercato di spiegarle che non è così matematico, ma non c'è verso). Un giorno mi ha chiesto dove fosse il nonno. "In cielo", le ho risposto, pensando che la risposta potesse essere sufficiente, come era stato per il primogenito. Niente da fare, 'sto benedetto cielo oltre il cielo proprio non lo capiva. "E come faccio a vederlo?" "Non si vede" "Ma se non si vede come fai a sentirlo, il nonno?" "Lo senti qui", e le ho indicato ilo cuore. Si è messa a strillare come una forsennata "Noooooooonnnnnno" all'altezza del mio sterno. Eravamo in un ristorante. Che in Chiesa ci sia Gesù è pura fantascienza, per lei. E l'ultima volta ha avuto da ridire sulla raccolta delle offerte durante la Messa ("Ma se noi diamo i soldi a loro poi noi rimaniamo senza soldi e loro si prendono tutti i soldi"... Come darle torto?). Stiamo leggendo un libro su Ulisse, e giusto ieri sera mi ha chiesto che fine hanno fatto Zeus e compagnia bella. Sono morti? Ma non erano dèi? (su questo punto ho avuto non poche difficoltà, lo ammetto).

Queste differenze mi colpiscono molto, e trovo che siano una sfida molto intrigante soprattutto per me, che condivido l'approccio del primo e mi divertono le domande e le osservazioni della seconda. Non ho risposte per tutto, sebbene in materia filosofico-religiosa mi rendo conto di averne per una buona parte. Quello che più mi spaventa, però, sono i genitori che vogliono decidere per i loro figli in modo ultimativo e senza alcuna capacità di confronto e dialogo (persino con il proprio partner): anche io ho deciso che tipo di educazione impartire ai miei figli, per carità. Ma vorrei che questa educazione fosse rispettosa delle persone che diventeranno, anche (qui lo scrivo e poi nella pratica sicuramente lo negherò) se non dovessi condividere le loro scelte. Quello che vorrei essere, come madre, è essere quella che racconta loro le scelte che ha fatto e le risposte che si è data finora, e se non ha risposte, avere almeno il coraggio di dire "Non lo so". Magari poi me le vado a cercare su un bigino.

P.s. un ringraziamento ufficiale alla Grande Nonna che è a prendere i bimbi, mentre io scrivo questo post. Di L., nel frattempo, si sono completamente perse le tracce nella nebbia della Pianura Padana


mercoledì 24 novembre 2010

Foto di classe


Vi ricordate le nostre foto di Natale? Uno per uno, seduti su un banchetto con il nome della classe di fianco, una fotografia che veniva stampata con la scritta Buon Natale in rosso e delle faccine sorridenti, sdentate e abbagliate da flash troppo potenti. Il grembiulino bianco, quello bello per l'occasione.

Ecco, dimenticate tutto ciò.

Intanto, la foto di Natale è diventata foto di classe. E su questo, già, si potrebbe fare una serie di considerazioni sociologiche sull'educazione all'individualità, l'omologazione di gruppo, la prevalenza della massa sul singolo e cheneso.

Ma non è finita qui, perché la foto di classe diventa anche momento in cui scatenare le fantasie più perverse del fotografo sciur Brambilla. E quindi la foto di classe diventa a tema.
Anno 2009: gli Anni Trenta (meglio non chiedersi perché)
Anno 2010: cosa vuoi fare da grande?

I bimbi, quest'anno, devono presentarsi alla foto di classe vestendo i panni della professione che intendono svolgere nella loro vita adulta.

Interno sera, a cena.
"E quindi, Topo, cosa vuoi fare da grande?"
"Il politico!"

Sospensione del giudizio.

"Mmmhhhh... E come ti vesto, da politico?"
"Come Berlusconi"

Sconforto acuto, fitta al cuore e mancamento di forze.

Interviene Piccoletta: "Siiiii anch'io faccio il politico e mi vesto come Berlusconi"

Necessità assoluta di sali per rinvenire

"Ragazzi miei, se anche non diventate come Berlusconi la mamma è solo contenta", mentre già mi vedo già con l'aureola in testa, in perfetto stile iconografico-Mamma Rosa. Un'immagine raccapricciante che mi fa immediatamente tornare con i piedi per terra.

"E cosa faresti, se fossi un politico?"
"Beh, per prima cosa, tapperei tutti i buchi delle strade" (da queste parti sembra di essere in guerra, da un mese a questa parte abbiamo in giro ruspe, mezzi pesanti e cingolati che hanno rotto strade, chiuso incroci, traforato, martellato, scavato, transennato. Il teleriscaldamento che avanza)

Riprendo rapidamente le forze

A quel punto interviene l'Ing., inizia un pippone tra i due sulla politica come servizio o come esercizio del potere, e il risultato non si fa attendere.

"Va bene mamma, allora faccio lo scienziato".

Otto giorni dopo, interno sera, a cena.
"Senti mamma, allora facciamo così: io faccio lo scienziato, così faccio un sacco di soldi, e poi faccio il politico"
Non ho avuto cuore di dirgli che, a fare lo scienziato, sarà difficile diventare ricchi.

Intanto l'immaginetta di Mamma Rosa con l'aureola in testa mi perseguita.

venerdì 24 settembre 2010

E' che nascono, così

L'antefatto è noto.

"Mamma, sai che Piacione dice le bugie?"
"Ah sì, e perché?"

"Perché ieri ha dato la mano a Carolina, ma Letizia voleva dargli la mano. Allora lui ha detto a Letizia che gli dava la mano domani. E invece l'ha data ancora a Carolina!"
"..."
"Ma lui dà la mano a Carolina perché quest'anno vuole sposare Carolina. L'anno scorso era piccola, ma adesso è cresciuta ed è diventata bella".

A Carolina i nostri migliori auguri.
E a Letizia tutta la nostra solidarietà femminile.

Per inciso, nel frattempo Piccoletta afferma spavalda la sua singletudine.
A cinque anni, in casa nostra, passa infine il concetto che "si decide da grandi, chi sposare".


martedì 21 settembre 2010

Mamma, per fortuna che sono un maschio...


"Mamma, per fortuna che sono un maschio!"

"E perché?"

"Beh, intanto perché non dovrò fare cose dolorose tipo far nascere dei bambini..."

Ma come fa a sapere che far nascere i bambini è doloroso? Bah, non sviamo la conversazione.

"E poi?"

"E poi perché non dovrò fare cose schifose tipo pulire la cacca dal sedere dei miei figli"

Gli undici figli, per l'appunto.

"Ma scusa Topo, papà è un maschio però i pannolini ve li ha sempre cambiati e..."

"No mamma, perché io lavorerò talmente tanto, ma talmente tanto, che non ci sarò mai e quindi non dovrò pulire la cacca"

"Bisognerà vedere cosa dice tua moglie..."

E tuttavia, la vedo dura, per la prossima generazione di donne.

martedì 31 agosto 2010

Ma come fanno? Di figli, numeri, quello che avrebbe dovuto essere e quello che è

Inutile bluffare: per un simil-corso di formazione dovevo mettere mano al mio CV, ma non ce n'è. Quando metto mano al mio CV, mi viene la Depressione Cosmica. E non va bene, già subito al primo giorno rientrata dalle vacanze. Per di più, con il blog in stato catatonico (e lo sfondo ancora glicine!).

Inutile girarci intorno: questo post è un collage strampalato di sensazioni, pensieri, discorsi nonsense. Come al solito. E, come spesso accade, fulminata dal post di Mamma Cattiva. Inutile trovare un senso, prendetelo per quello che è.

Rimini, 1-2 Agosto 2010. Sono al convegno delle Famiglie Numerose, quelle che fanno tanti figli. Per essere una Famiglia Numerosa, tra sfornati da te ed adottati, devi gestirne almeno 4. In Spagna sono un po' più comprensivi, ne bastano 3 per entrare nel club. Chiacchiero con l'Ing. al telefono, e lui ad un certo punto mi chiede: "Ma questi, come fanno?". Già, come fanno. Gli sforno una serie di motivi pratici ed economici, ma mi rendo conto io stessa dell'inconsistenza della risposta. Mi rendo conto che la scelta sta un passo più in là: nella personalissima scelta, e nelle personali vicende di ciascuno, e di ciascuna coppia.

Per me non è stato semplice venire a patti tra l'ideale ed il reale, è un percorso che ancora, a volte, riaffiora. Ho sempre pensato di desiderare tre figli (nella mia meravigliosa e spensierata gioventù, anche quattro), ma dopo la nascita di Piccoletta mi sono accorta che non sapevo, e non potevo, andare più in là. Non sapevamo e non potevamo, e quindi discorso chiuso.

Ora guardo i miei figli e mi colpisce tantissimo la profonda alleanza che, in questi cinque anni, hanno costruito tra loro due (tra litigi, botte, scambio di virus di ogni tipo ed insulti del calibro di "Sei cicciona!" e "Sei un Drago dalle mutande rosa!"). Sono molto uniti ("Troppo", sentenzia la Grande Nonna, "è ora di dividerli, e lo dico per il loro bene!"), ma mi rendo conto che la convivenza a due è rischiosa perché il confronto tra loro due è sempre dietro l'angolo e le crisi di gelosia ad ogni piè sospinto.

Comunque. Tornata a casa, ho raccontato ai bimbi dove sono stata e la vicenda delle famiglie numerose ha molto colpito il piccolo Ing., tanto che.

Corsica, Agosto, di ritorno dalla spiaggia.
Piccolo Ing: "Io da grande avrò 11 figli!!!!!!"
Lorenza: "Ammazza Topo, cosa ci fai con 11 figli, una squadra di calcio?!?"
Piccolo Ing: "No, perché così Piccoletta avrà 11 nipoti, e dovrà spendere un sacco di soldi per fare i regali a tutti i suoi nipoti, e così rimarrà senza soldi!!!"
Seguono ghigno malefico del piccolo, sonore proteste di Piccoletta che se spende tutti i soldi per i nipoti non potrà comprarsi i vestiti, pugni, pianti, risate.

Dedicato alla mia amica R, che aspetta il suo secondo bambino. E che mi aspetta per l'aperitivo (arrivo, eh, sono solo un po' in ritardo).

lunedì 26 aprile 2010

La differenza tra Milano e non-Milano


Grande Nonna e ZioManager abitano entrambi fuori Milano. La loro casa e l'annesso giardino differiscono in base all'epoca storica alla quale i due appartengono: il giardino di Grande Nonna è circa dieci volte quello di ZioManager.

Entrambi i giardini, comunque, sono una delle cose che mio figlio ama e desidera e invidia di più a Grande Nonna e a ZioManager (più di una volta ha espresso desiderio di andare a vivere da GrandeNonna, vi lascio solo immaginare il crepacuore paterno).

Entrambi i miei figli hanno faticato parecchio, a capire la differenza tra Milano e non-Milano.

Sabato sera, di ritorno da casa di ZioManager.

Piccoletta: "Ma perché c'è così tanto silenzio, in questa via? Siamo rimasti solo noi e quel signore con il cane e sono tutti a dormire?"

Tento spiegazione di approccio sul fatto che nei paesi intorno a Milano non ci sono tanti posti dove andare, non è come in città dove invece ci sono cinema e ristoranti, ma ottengo in risposta un mutismo poco rincuorante.

Interviene piccoletto: "Vedi, la differenza tra Milano e non-Milano è così: qui ci sono gli alberi, a Milano ci sono i grattacieli"


Giuro, sulla vicenda degli alberi non ho proferito parola, con i miei figli. Ma passate da Porta Nuova di sera con dei bambini, e sarà come portarli sul set di Batman.

giovedì 18 marzo 2010

Cenerentola e la speranza di un mondo diverso


Ieri pomeriggio ho passato un'ora buona insieme a tre quattrenni vestite come improbabili principesse e truccate (sa se stesse medesime) con ombretto e fard rosa ovunque, un rimasuglio di quelle cose che prima compero, e poi mi chiedo cosa avevo in mente, quando le ho comperate.

Ad un certo punto, all'apice dell'educazione per stereotipi, abbiamo messo in scena Cenerentola: a turno, una faceva Cenerentola e le altre due le sorellastre, Genoeffa e Anstasìa, come le chiamano loro. Io facevo il principe, dato che il piccolo ing. si è fieramente rifiutato di assolvere a questo compito, che chiaramente comportava per lui uno sforzo eccessivo (e poi adora i ruoli da comprimario, quindi non è stato facile assoldarlo come Duca).

Siccome il Principe ad un certo punto si è accasciato per terra e non aveva più voglia di ballare (diamo un input realistico, ho pensato: dove lo troveranno mai, queste, un uomo che balla dopo che se le è conquistate? Bisogna che imparino subito certe leggi della vita), non so come, è venuta fuori questa divertente discussione.

Giulia nei panni di Anastasìa: "... Perché noi ci avevamo ragione, a strappare il vestito a Cenerentola, perché Cenerentola aveva fatto il vestito con le nostre collane e le nostre stoffe"

Approvazione incondizionata di Genoeffa e Cenerentola

Me stessa medesima nei panni del principe: "Beh, ma voi le avevate buttate, le collane e le stoffe, non vi servivano, e poi avevate ugualmente abiti molto belli, per cui..."

Chiara nei panni di Genoeffa: "Ma erano nostre lo stesso, e quindi i topini non dovevano prenderle per fare il vestito a Cenerentola, se le sorellastre si sono arrabbiate non è colpa loro"

Piccoletta nei panni di Cenerentola: "Ma siccome sono stati i topini a prendere le stoffe, LA COLPA E' TUTTA DEI TOPINI"

A larga maggioranza, con la sola esclusione del Principe, è stata appoggiata la mozione contro i topini in favore delle sorellastre.

Il problema è che anche l'Ing. (quello che dovrebbe essere grande), la sera, ha appoggiato la mozione anti-topini.

Capite, come va a finire la redistribuzione delle risorse, nel Duemilaedieci? Coi topini in galera.


venerdì 8 gennaio 2010

La Principessa e il Ranocchio


Il 23 Dicembre, calzati i doposci, mamma e bimbi si sono avventurati tra mucchi di neve e sotto la pioggia, in onore di un film che MAMMA voleva assolutamente vedere.

Il cinema strabordava di bimbe e nonne e baby-sitter, sì, anche qualche mamma occhialuta come la sottoscritta, e svariate adolescenti (alla faccia di New Moon). Maschi, quasi zero: il piccolo Ing., trascinato suo malgrado, si è accasciato muto sulla poltrona e ha assunto un'espressione di riprovazione assoluta per 2 ore filate (ad eccezione di un'unica scena, infilata apposta ad uso e consumo del pubblico dei fratelli-martiri), mentre mamma e piccoletta venivano via via rapite in estasi mistico-principesca.

Mamma aveva una consapevolezza in più, e guardava il film ripetendosi "E' l'ultimo, non ne faranno più così", e già solo formulando questo pensiero amarcord una lacrimuccia spenzolava dai suoi occhi (alla fine del film avrebbe avuto il suo bel da fare, in questo senso).

Avrebbe dovuto alzarsi e guidare la rivolta dei nostalgici: Abbasso il 3D, Viva il cartoon! Invece niente, si godeva quelli che, per ora, sono stati annunciati come gli ultimi momenti dell'ancien régime Disney, che d'ora in poi non farà più film "disegnati". E cercava di spiegare che la protagonista non era "blu", come sosteneva la piccoletta.

Con chicca finale:
"Mamma, ma non dovevano intitolarlo La Principessa e il Ranocchio!!"
"Ah sì? E come dovevano intitolarlo?"
"La Cameriera e il Ranocchio"

Piccoletta, manco fosse la Contessina della Padanìa, ha comunque ragione: non ci fregate così, cari signori Disney. Adesso, prima di mettere in soffitta i cartoni "disegnati", ci regalate un'altra Principessa. Vera, questa volta. Una principessa vera, e "blu".

venerdì 9 ottobre 2009

Punti di vista


"Stupida zabetta!!!"
"Mammaaaaaaaaaaa!!!! Ha detto una parolaccia!! Mi ha detto zabetta!!!!"

giovedì 25 giugno 2009

E' un paese per vecchi. Parola di bimbo.


Ieri pomeriggio mi dedicavo con il piccolo ingegnere al montaggio della super-astronave di Lego Star Wars regalatagli dalla corazzata Grande Nonna+Vecchia Zia, una vera e propria potenza di fuoco nell'acquisto di regali costosi.

Fomentate, questa volta, da una pagella tutta di 10 (tranne un 7 in disegno che ha sollevato le ire unanimi dei nonni contro la sventurata maestra che, insomma, poteva anche mettergli 8, considerando la media generale. Ma vai tu a spiegare a un manipolo di nonni che il nipote mica va al liceo, è in prima elementare).

Comunque. Montavamo mattoncini, e chiaccheravamo.

"Chissà cosa ha ricevuto piccolo perfettino, il mio migliore amico, per la pagella... Beh, di certo non avrà avuto QUESTA navicella spaziale... Ma sai che piccolo perfettino ha anche una bisnonna?!?" e sgrana gli occhioni, per farmi capire che sta dicendo una cosa eccezionale.

"Sì... e allora?", sorrido io, metre traffico con i mattoncini.

"E allora... Visto che i nonni sono sempre più ricchi dei genitori, una bisnonna sarà ricchissima!!!"

Pensa che regali può fare, una bisnonna.

martedì 5 maggio 2009

Piccoli milanesi crescono


Il martedì, piccolo ingegnere esce alle 13. Se Giove Pluvio lo consente, andiamo a prendere la piccoletta all'uscita delle 16 in bicicletta: caschetto blu in testa, bicilettina blu, il piccolo ingegnere arranca sui marciapiedi della città, mentre la mamma impartisce ordini sconnessi tipo: "Pedala!", "Frena!" "Attenzione al signore!" "Scendi (dal marciapiede) con i freni tirati!" "Metti le mani sui freni!" "Dai, veloce!". Il tutto, in 500 metri scarsi di tragitto.

Oggi, mentre trotterellava con la sua bici sul marciapiede davanti alla scuola materna della piccoletta, il piccolo ingegnere ha incontrato la sua compagna B., a passeggio con la tata.
"Ciao B.!"
"Ciao! Anch'io sabato ho tolto le rotelle alla bicicletta!", fa lei.
"Io le ho tolte l'anno scorso!", si vanta lui a muso in su. B. gli dà almeno 5 centimetri.
"Io traballo ancora un po'..."
"Io no" .
"Beh, adesso faccio agiliti così poi vado anch'io veloce" .

Lo ha detto. Lo ha detto sul serio.
Una bambina di 6 anni che FA AGILITY.
E che parla il milanenglish.


Il piccolo ingegnere, dall'alto del suo quarto di sangue tosco-emiliano, la snobba e prosegue a bordo del suo potente mezzo con un semplice "Ciao". Lui, dell'agility, se ne infischia.

sabato 4 aprile 2009

Nativi digitali, un post al volo (ma su twitter non ci sta)


E' sabato, e dopo dieci giorni di bimbi malati sto lavorando come una matta per chiudere un articolo che dovevo consegnare martedì (scorso). E' un articolo sui giovani e i social network/nuovi media, e tentando disperatamente di non cadere nei soliti clichés, parliamo (parliamo chi? parlo!) di nativi digitali.

E non posso non pensare a quella volta che, chiacchierando con il piccolo ingegnere e la piccoletta, iniziai a dire che quando la mamma era piccola come loro, i computer non esistevano. Cioè, non avevamo il computer in casa. L'ingegnere gli ha spiegato che c'erano computer giganti, grossi quasi quanto la cucina (perché eravamo in cucina, a fare questo discorso, me lo ricordo bene), che servivano solo per le banche, o per cose del genere.

La piccoletta ci ascoltava a bocca aperta. Il piccolo ingegnere si è messo a ridere, non ci voleva credere, e ci ha guardato come se venissimo dallo spazio, uno di quegli sguardi indescrivibili che ti fanno capire che, inevitabilmente, appartieni ad un altro mondo. Ad un'altra generazione, appunto. Lui è il nativo, noi siamo gli immigrati. Ma devo dire che questa migrazione continua ad affascinarmi.