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lunedì 17 settembre 2012

Bambini e socializzazione: il caso Ultima Spiaggia

Correva la fine degli anni Sessanta e a poco più di due mesi di vita l'Ing. arrivava, a bordo della sua fiammante carrozzina, all'Ultima Spiaggia.

Qui ha trascorso, da allora, tutte le sue estati, ai tempi in cui la scuola iniziava ad ottobre. I Bagni Lido lo hanno custodito amorevolmente, la compagnia di amici era una banda squinternata e felice, il windsurf e il beach volley le sue principali occupazioni, il Lungomare il punto di partenza per i viaggi altrove.

Come tutte le età dell'oro, anche le estati all'Ultima Spiaggia hanno subito un lento e inarrestabile declino provocato da una serie congiunta di calamità, tra le quali deve chiaramente essere annoverata la sottoscritta.

La casa di una vita e' stata cambiata, gli adorati Bagni Lido sono stati abbandonati (evento che ha causato all'Ing. un'estate intera di lutto stretto), la compagnia di amici ha intrapreso strade diverse (tra cui quella più improbabile, praticata dall'Ing., di diventare padre) la moglie si rifiuta di passare non dico tre mesi, ma neanche tre settimane di fila, all'Ultima Spiaggia.

La Nonna e le sue amiche, Ultima Spiaggia
Nonna: "Eh non c'e' niente da fare, i tuoi figli non fanno amicizia con nessuno, proprio come i loro cugini"
Amica di Nonna: "Ah ma che strano che i tuoi figli non fanno amicizia con nessuno. Ma a Milano hanno degli amici?"

L'Ing., da solo con la prole all'Ultima Spiaggia
Ing: "Amore, i tuoi figli non fanno amicizia in spiaggia. Tutti gli altri bambini giocano tra di loro"
Lo: "Tesoro, ma tu che amicizie hai fatto in questi 10 anni che siamo ai Bagni Italia?"
I: "Ma che c'entro io?"
L: "Tutti gli altri bambini stanno qui tre mesi filati, i nostri no, quindi e' ovvio..."
I: "Vedi, la colpa e' tua"
L: "E poi lo sai che i tuoi figli sono timidi. E Junior e' un iper-selettivo. Inizia tu a fare amicizia con gli altri genitori".
I: "Ma chi?"
L: "Ma che ne so"

Junior e me, dopo una settimana all'Ultima Spiaggia
"Junior, ti iscrivo al corso collettivo di tennis"
"Mamma! Mi avevi promesso che mi avresti iscritto al corso individuale!!"
"Ma J, siete solo 5 bimbi!"
"Non m'importa, lo sai che non sono capace di fare amicizia!!!"
"COOOOSA?!?"

Abbiamo dimostrato a Junior che non e' vero che non sa fare amicizia, o almeno ci abbiamo provato. Ma anche gli ultimi scampoli di estate ci hanno regalato un Junior decisamente abbarbicato sul lettino sotto l'ombrellone, restio a qualsiasi tipo di socializzazione da Ultima Spiaggia. Ed essendo sulla soglia dei dieci anni, io guardando al futuro un po' mi pre-occupo.

E quindi si apre la questione:

Posto che:
a) togliete tutto all'Ing., ma non l'Ultima Spiaggia 

Le soluzioni che riesco a ipotizzare sono:
b) immolarmi alla causa dell'Ultima Spiaggia e fare il mutuo della vita per comperare un monolocale soppalcabile, aprendo il blog lelamentazionidell'ultimaspiaggia.blogspot.com;
c) costringere i miei figli (perche' appare evidente ai più che due che non socializzano all'Ultima Spiaggia non possono essere altro che figli miei) alla socializzazione forzata, dietro minaccia;
d) fregarmene.

E voi, come affrontereste un eventuale problema di socializzazione dei vostri figli?

(E comunque, ragazzi, per fortuna che anche quest'estate e' andata)

martedì 10 aprile 2012

Tip of the Day: sento solo chi sussssssurrrrra


Piccoletta, vol. 8: "MAAAAAMMMMMAAAAAAAA VOLEVODIRTICHE"
Junior, vol. 9: "PISELLOCACCAPOPO'" (sì, è ora di iniziare a parlare di sesso con Junior)
Lorenza, vol. 10: "BIMBI BASTA STRILLARE TUTTI QUANTI!!!"
Ing. vol. 11: "VI METTO IN CASTIGO SE STRILLATE ANCORA!!"

Questa è una quotidiana conversazione in casa nostra.

Oggi, dopo aver strillato per cinque giorni di vacanza, aver strillato al termine del pranzo (MAMMA BASTA NON NE VOGLIO PIU'), aver strillato al recinto (MAAAAAACCHIA VIENI QUI), aver strillato per strada (MAMMMA MA JUNIOR MI HA DETTO DI VENDERE I VESTITI SE VOGLIO I SOLDI PER LE FIGURINE), aver strillato per strada (BIMBI BASTA STRILLARE PER STRADA), aver strillato sul pianerottolo (AHAHAHAHAHA PICCOLETTA CI SEI CASACATA), ecco l'illuminazione.

"Ok bimbi, volevo dirvi che da questo momento in poi io sento solo le persone che parlano a bassa voce".
"Cosa, mamma?"
"Sento solo le persone che parlano a bassa voce"
"Ah"
"Mamma vado a fare la cacca"
"Mamma posso guardare la TV?"


"Mamma, ma fino a quando dura questa cosa?"
"Per sempre, io le persone che urlano non le sento più"
"Davvero?!?"


E' calata la pace, un alone di silenzio innaturale aleggia da dieci minuti in questa casa.

I credits per cotale ispirazione vanno a Le Sussurateur, mitico ladro ne Il gatto con gli stivali: i Tre Diablos, inedito contenuto nel DVD de Il Gatto con gli Stivali, e a QAF.Quoziente di Autostima Familiare, di cui si parla qui.


martedì 12 aprile 2011

La scuola che vorrei è una #scuolaitaliana


Per questo post volevo fare una cosa fichissima, e soprattutto non volevo scrivere io - perché può ragionevolmente scrivere qualcosa di davvero sensato una che inizia un post con "Per questo post volevo fare una cosa fichissima"? No.

Però non ce l'ho fatta (ma non ve la svelo, sia mai che poi riesca a farla, chissà quando) e quindi devo necessariamente smettere i panni della scema di guerra e vestire quelli della persona seria che porta il suo modesto contributo a un dibattito sulla scuola. Non sarà il contributo di un esperto di scuola, ma di un genitore che ormai vi ha trascorso qualche anno, diciamo di un genitore che legge qua e là e che per professione ogni tanto sorvola il tema. Anzi, ora che ci penso anche di un genitore che ha insegnato per un anno o poco più, una vita fa. E di un genitore che si fa sempre molte domande, senza dover per forza avere in tasca la soluzione.

Vado per macro-temi, un po' schematicamente. E cito liberamente da Togliamo il disturbo, il saggio di Paola Mastrocola edito da Guanda (da leggere)

INSEGNANTI - GENITORI- ALUNNI. Per dire che la scuola è fatta di persone e ognuno di costoro dovrebbe sinceramente farsi un esame di coscienza, in particolare le prime due categorie (perché, oggettivamente, gli alunni sono coloro che tristemente sguazzano in questa situazione). Diciamo che il tutto si potrebbe riassumere con un parolone poco usato in Italia di questi tempi: RESPONSABILITA'. Non voglio entrare negli infiniti cahiers des doléances che gli insegnanti stendono sui genitori, e che i genitori stendono (con ragioni uguali e opposte) sugli insegnanti. Il problema è che qui nessuno si prende più la responsabilità di fare il proprio dovere. Oltre ad esserci un tasso di conflittualità altissimo: è in corso una Guerra Fredda, una sorta di muro contro muro nel quale gli insegnanti mirano ad estromettere i genitori dalla scuola, e i genitori si guardano bene dal trovare forme collaborative di partecipazione. Anche solo la capacità di chiarirsi i reciproci obiettivi aiuterebbe, credo. Il che presuppone avere insegnanti così bravi e motivati e genitori così adulti da avere obiettivi che pendono sulle teste dei loro figli e alunni. Il che presuppone anche avere insegnanti che parlano con i genitori (cosa assai rara, per la mia esperienza) e che parlano con i genitori senza pensare che il giorno dopo arriverà la minaccia di denuncia. Il che presuppone avere modelli condivisi che non siano calciatori e veline (su questo tema ricordo un bellissimo articolo di Marco Rossi-Doria). Insomma, detto un po' mielosamente bisogna ricostruire un'alleanza. Ma prima bisogna avere in mente quale è lo scopo. Bisogna che le associazioni dei genitori non diventino il club esclusivo del "noi che siamo i genitori bravi che si danno da fare". Bisogna che i genitori, per esempio, chiedano che le prove INVALSI vengano pubblicate, istituto per istituto, per sapere quali sono i punteggi per ogni istituto: questo, almeno, potrebbe essere un minimo criterio oggettivo per poter scegliere una scuola. Bisogna che gli insegnanti decidano cosa vogliono: stipendi bassi, infornate che neanche l'Arca di Noè, lamentele infinite e quattro mesi di vacanza l'anno, o un altro sistema? Perché queste cose bisogna dirsele, prima o poi.
E poi ci sono loro, quelli che fanno le verifiche con le schede a crocette, che non sanno più studiare (pare) che studiano le tabelline per un anno e bastano tre mesi per fare piazza pulita. Come se niente fosse. Ecco, loro sono diversi da noi, altrimenti non sarebbero quelli nuovi. Loro vanno aiutati a studiare. A stare lì e a rileggere tre volte una pagina. Loro che tutto "eh mamma ma questo è facile" e che pensano che una volta che hai afferrato vagamente un concetto, allora hai studiato. E' una tortura inutile? E' un passaggio necessario? Rischiamo l'estinzione delle coscienze? Non lo so. So solo che far studiare 'sti ottenni è una tortura (non solo per loro, ma anche per noi) (ma in casa mia vige il metodo-meccanico, della serie: "Non hai voglia di studiare? Vai a riparare le macchine del meccanico sotto casa, rimarrai ignorante e tutti ti fregheranno". Sentita ripetere ai miei fratelli dagli 8 ai 18 anni, uscita dalla mia bocca davanti a mio figlio che mi guardava terrorizzato perché noi, per fortuna, il meccanico sotto casa ce l'abbiamo ancora)

PROGRAMMI. Io non so chi abbia messo mano ai programmi ministeriali delle elementari (perché di quelli, per ora, posso parlare). Ma che alle elementari debba essere insegnata la grammatica italiana, a scrivere in italiano e a far di conto non sembra più così scontato. Mio figlio è in terza elementare e non ha MAI fatto un pensierino (OK, sarà stato particolarmente sfortunato). Obietto solo che per insegnare le suddette materie per prima cosa è necessario disporre di insegnanti che le conoscano. Il che, anche, non è scontato. Infine, alle elementari ormai si fa DI TUTTO: manca solo la reintroduzione dell'ora di ricamo e poi siamo a posto. I bambini stanno a scuola il doppio delle ore e imparano la metà delle cose NECESSARIE (la grammatica, la matematica e a scrivere in italiano). Le medie, che già erano sconclusionate 20 anni fa, sono diventate un guazzabuglio di nuove materie (tra cui una seconda lingua insegnata per due ore settimanali, spiegatemene voi il senso).
E arriviamo al programma di storia e geografia, la vera chicca della scuola che avanza, la spina nel fianco per una che si è laureata in storia di. Storia: in terza elementare un anno sulla preistoria, in quarta gli egizi, in quinta i romani, in prima media il Medioevo e via andare. Io vorrei vedere in faccia la persona che ha avuto questa genialissima pensata: uno che non capisce che la storia si studia in un MODO e con un METODO alle elementari, un altro MODO e un altro METODO alle Medie e un altro ancora al liceo, pagherei oro per poterci parlare. Per capire cosa ha in testa. Per chiedergli: "Ma perché?!?". Geografia: un anno passato a studiare IL fiume, IL mare, LA pianura... Complicatissimo: complicatissimo per bambini di 8 anni che non hanno ancora le capacità di astrazione per capire davvero la differenza tra una baia e un golfo. E che in compenso se dico "il Po" o "le Alpi" mi guardano come se venissi da Marte.
Cosa vorrei come genitore dalla scuola? Che insegni NOZIONI e METODO ai loro figli. Che insegni dove sta la Toscana e dove la Sicilia (anzi, non dimentichiamo che mio figlio NON SA che esiste una Toscana e una Sicilia), che insegni a leggere e a scrivere in italiano. Magari anche in inglese, ma prima in italiano (difficile, senza l'analisi grammaticale e logica, imparare una qualsiasi altra lingua).
Poi c'è la questione Internet e la questione dei Barbari (altra citazione, questa volta da Baricco, altro bel saggio che parla di scuola): ma qui sposo la tesi della Mastrocola, che ridetta a modo mio fa: se uno sa leggere Dante sa usare Internet, ma il contrario non si dà (lei predilige Torquato Tasso, a dire il vero). Quindi, che la scuola insegni a leggere Dante e a conoscere a menadito le tre leggi della termodinamica e la dimostrazione del teorema di Pitagora. E a Internet ci pensiamo insieme, semmai (ecco, Internet poi è proprio una di quelle materie in cui i genitori andrebbero formati molto di più dei bambini, e invece nisba - pensiamo a quanti bambini stanno su PC senza filtri e senza controllo).

Ecco, questa è la scuola che vorrei, e domani (oggi per voi che leggete), mentre sarò in treno su e giù tra Milano e Roma, ditemi che non è vero niente. Che tornerò a casa, e che mio figlio mi farà vedere la ricerca sulla Puglia e avrà finito di leggere I ragazzi della Via Pal, invece di Gol.Un'avventura nel pallone, preso dalla biblioteca della scuola.

sabato 27 novembre 2010

Storia di mio figlio, che a 18 mesi non voleva più mangiare

Questo è un post che so di dover scrivere da qualche settimana, e forse da molto più. E' un post che nasce da un commento di MammaMoglieDonna, ed è a lei dedicato. E' un post che si è fatto attendere un po', perché non è proprio facile scriverlo - vuol dire per me mettere a nudo una parte di me che molti di coloro che leggeranno con occhio giudicante e senso di superiorità non capiranno. Ma so che molti, moltissimi altri, capiranno. E, soprattutto, spero possa servire a chi, come me, deve affrontare il problema di un bambino che non mangia.

E' settembre, ed è il 2004. Mio figlio ha 18 mesi e, di lui, ho un'immagine nitida, di una sera chiara di fine estate in cui si affaccia alla porta della cucina, mentre sto preparando la cena. Mi dice: "Mamma, io non voglio mangiare, voglio il latte con i biscotti".

E poi, una serie di flash.
La pediatra che dice: "Il bimbo non deve capire che il cibo è un ricatto, sennò è finita"
La maestra del nido che, a dicembre, ci dice: "E poi ho capito che, quando non mangia, non devo viverla come una sconfitta. Perché, se un bimbo non mangia, tu la vivi come una sconfitta", e così scopro che è da settembre che anche a pranzo fa storie.
La Grande Nonna che lo rincorre per casa con il piatto, o che lo fa mangiare davanti alla TV, imboccandolo.

Abbiamo deciso di non dare troppa importanza al cibo, ma ugualmente mio figlio ha capito ben presto che il cibo poteva diventare un potente ricatto.
Eravamo convinti (perché questo è il tipico errore che si fa con i figli primi, quantomeno) che "prima di tutto la disciplina", anche a tavola.
Mi dicevo che in fondo anche mio cugino, fino ai 20 anni, ha cenato a latte e biscotti. Perché mio figlio no?
Molto tempo dopo abbiamo inventato il gioco dell'"indovina gli ingredienti", funziona molto soprattutto con i risotti dell'Ing.
Molti biberon di latte e biscotti sono stati comunque la coccola serale, prima della nanna.

Insomma, siamo andati per tentativi e fallimenti, proprio come in un esperimento scientifico.
Tra alti e bassi, periodi di "buona" e periodi più difficili.

Intanto, sapendo che il cibo non è solo cibo, ho dovuto fare un lungo lavoro dentro di me.
Su quello che voleva dire mio figlio per me.
Su come avevo costruito il suo immaginario dentro di me.
E su come sapevo accogliere il bambino che lui è, e su come non avevo saputo accoglierlo.
Su quello che avevo passato, su quello che avevo sbagliato, su quello che non era proprio tutta colpa mia, ma stava lo stesso in carico a me, perché io avevo in carico lui.
E' stato un lavoro che ho fatto in solitaria, e in solitudine.
Che non è lo stesso, ma a volte anche sì.

E così è nata Piccoletta, abbiamo attraversato la scuola materna con molti pranzi buttati nel cestino, lo abbiamo visto acquisire via via sempre più sicurezza, abbiamo cercato di far capire ai nonni che se anche non mangiava quella sera, avrebbe mangiato un'altra volta (con il risultato che ora i nonni, quando mangia, si profondono in sonori "Braaaaaaaavoooooooo", provocando le ire dell'altra).

Ricordo che a settembre 2008, poco prima che iniziasse la scuola elementare, dopo un'estate difficile, al controllo annuale della pediatra me ne uscii con un: "Sono disposta ad andare dallo psicologo, ma risolviamo questa vicenda del cibo". La pediatra alzò il sopracciglio e mi rispose con una delle sue classiche frasi lapidarie: "L'anoressia fino ai 6 anni è normale" (che fa il paio con: "Ho un paio di ragazzine anoressiche, la colpa è sempre della mamma", detta in altra occasione ma della quale non ho potuto fare a meno di prendere nota)

Tecnicamente, dunque, ai 6 anni mancavano ancora quasi 4 mesi.

Rifeci la mia borsa e continuai.
Ho incontrato Aurora, che si è dimostrata prima una mamma, e poi un'amica, davvero preziosa e discreta.

In effetti non posso proprio dire, ora, che mio figlio non mangi.
Rimane il fatto che è stato messo al tavolo della maestra, sotto osservazione, e che in particolare una maestra lo incalza nella mezz'ora a disposizione che i bimbi hanno per pranzare.
E rimane il fatto che il momento della cena è il momento in cui fa i capricci, se è stanco, se c'è qualcosa che non gli quadra, se ha avuto una giornata difficile. O se è l'odiata baby sitter a preparargli il pranzo o la cena.

"Bimbi, questa sera faccio gli gnocchi"
"No mamma voglio la pasta!"
"No Topo, o la zuppa di zucca o gli gnocchi, non posso preparare per cena tre primi!"
E così, quando è ora di mettersi a tavola, scoppia il pandemonio.
Io mi arrabbio, lo faccio sede davanti al piatto con l'ormai classica: "Non mangiarli, ma stai lì seduto"
Lo vedo piangere silenziosamente.
Lo guardo, davanti al piatto pieno, e sento quell'angoscia e quel senso di impotenza che anche io, a volte, ho provato davanti ad un piatto pieno.
"Dai Topo, vieni in braccio alla mamma"
Lo prendo in braccio, avvicino il piatto.
Chiede il tris, ma di gnocchi non ce ne sono più.
E' successo due sere fa.

Perché i figli - certi figli - ti obbligano a fare i conti con te stessa, e non si accontentano di cibo di plastica, ma ti chiedono un po' di cuore in più. E forse questo pezzo in più bisogna andarselo a prendere da qualche parte, ogni tanto.

E così mi sono accorta or ora che questo post, in fondo, partecipa al blogstorming di questo mese.



sabato 13 novembre 2010

La paranza, è una danza, che si impara nella latitanza...


Dopo quindici giorni di latitanza (e non solo dal blog, ma anche da casa), il minimo che puoi promettere a tua figlia è: "Sì tesoro, ti prometto che venerdì esci all'una, e nel pomeriggio andiamo all'Ikea a prendere tutte le candele profumate che vuoi". Nel frattempo ti sei completamente persa i passaggi attraverso i quali tua figlia cinquenne formula esplicita richiesta di andare all'Ikea a prendere le candele profumate, ma insomma, non è il caso di sottilizzare.

Giovedì mi chiama la persona con cui ho un impegno fissato per venerdì mattina.
"Scusa ma venerdì non riesco ad arrivare per la riunione alle 9:30. Possiamo fare nel pomeriggio?"
"Ehm... Veramente... Mi spiace, ma nel pomeriggio proprio non posso. Facciamo pranzo e riunione fino alle 3? Dopo, davvero, ho un impegno IMPROROGABILE"
"Va bene dai, per pranzo allora"

Giovedì compaio gloriosamente a prendere i miei figli, entrambi impegnati alla stessa ora in palestra fino alle 6 del pomeriggio (e non vi dico l'ansia di arrivare tardi!). Piccoletta mi vede, mi si getta al collo con un "Maaammmaaaaaaa" stile Anna dai Capelli Rossi e dopo pochi minuti, non so come, mentre aspettiamo che Piccolo Ing. finisca la lezione di scherma, scivoliamo di nuovo sul pericoloso discorso della gita all'Ikea a prendere le candele profumate.

"Allora, viene a prenderti la nonna all'una e poi la mamma arriva, accompagniamo Piccolo Ing. alla festa e noi andiamo a fare shopping"
"MAMMMMMAAAAAAAA MI AVEVI PROMESSO CHE VENIVI TU A PRENDERMI ALL'UNA!!!!!!!" e inizia un pianto dirotto, tipo Rémi posseduto.

Me la prendo in braccio e cerco di consolarla, con un interlocutorio "Vediamo, dai" che in genere con l'altro funziona ma che con lei non fa altro che peggiorare la situazione.

Piccoletta strilla come una iena, casomai qualcuno degli astanti non avesse inteso bene che: "MA TU MI AVEVI PROMESSO CHE VENIVI A PRENDERMI E ADESSO NON VIENI PIU'UUUUUUUUUUUUUUUUUUUU!! ME L'AVEVI PROMEEEEEEESSOOOOOOOOOOOO".

Cincischio in coccole, mentre penso che non è vero che le avevo promesso che sarei andata io: le avevo promesso che sarebbe uscita all'una, ma questa è evidentemente una sottigliezza che Piccoletta non può cogliere.

Ci provo, mi sforzo, ma non riesco davvero a sentirmi in colpa. Dovrei?
Sto solo cercando di tenere tutti insieme, e poi il mio mantra è: "Vedrai che l'anno prossimo non sarà più così, sarò disoccupata"
Anche, se lo ammetto, in quel momento avrei preferito essere sull'isola di Ponza.


domenica 31 ottobre 2010

Di punizioni e accerchiamenti


Non so più dove, lessi che mettere i propri figli in punizione è, dal punto di vista educativo, del tutto ininfluente, se non negativo.

I bimbi messi in punizione spesso non sanno neanche perché sono stati messi in punizione e faticano a collegare il gesto colpevole con la punizione che stanno subendo. Inoltre, la punizione (sempre se non ricordo male) diminuisce l'autostima dei bambini.

Personalmente, credo di aver inflitto cinque punizioni ai miei figli in tutta la mia vita.
Per lo più, passo il tempo a minacciare punizioni.
Le punizioni in casa nostra sono del tenore: Non ti faccio giocare con la Wii per tre giorni, ti ritiro il NintendoDS, ti porto via tutti i Lego Harry Potter, ti spengo la TV per una settimana.

Mercoledì è stata appunto giornata di super-punizione, avendo i due pargoli accumulato una serie di urlate sfociate con un sonoro "Siete in punizione, niente TV e Wii per una settimana" dopo che il piccolo aveva fatto lo sgambetto a Piccoletta, facendola ribaltare gambe all'aria contro l'armadio. Nel preciso istante in cui i due angioletti dovevano in teoria essere mitemente seduti a tavoli, mangiando la frutta che la madre stava amorevolmente sbucciando loro.

Le punizioni non sono mai date a caso. In quel caso, andavano a colpire la fonte delle mie più grandi incazzature: perché non c'è come arrivare a casa alle 7 e trovare un figlio davanti alla Tv che gioca alla Wii e che manco ti saluta, e che viene a tavola dopo che l'hai chiamato e minacciato per cinque volte.

Le punizioni sono un grande fallimento, per noi genitori. Io, almeno, lo vivo come tale. E mi chiedo come fare ad insegnare il rispetto delle regole, senza dover strillare per forza.

Peraltro, mi rendo conto dell'irrilevanza delle punizioni.
Mi spegni la TV? Mi guardo un'ora e mezza di cartoni in streaming sul Pc.
Mi togli la Wii? Ricomincio a giocare con il NintendoDS.
Mi togli il Lego? Sto davanti alla TV tutto il giorno.

Sì, decisamente le opzioni sono troppe, e la punizione del tutto irrilevante.
Rimane da capire come fare a farsi ascoltare, senza sgolarsi.

giovedì 8 luglio 2010

Se lo ami, legalo


In questo correre distratto e un po' bislacco, in questa città che sta assumendo sempre più le sembianze della capitale della Lombardistan, una terra dove d'inverno fa -40°C e d'estate +50°C, dove il traffico ruggisce fino al 10 agosto, ed anzi a luglio impazzisce, perché si apre la stagione "sistemazione della viabilità", i bimbi imparano fin da subito che in macchina, all'occorrenza, trascorreranno un po' della loro vita.

Guidare nella jungla cittadina è pericoloso, e anche se rispetti il codice della strada, non è detto che tutti lo facciano.

Prendere la vita come viene non sempre è un bene: se prendere la vita come viene vuol dire anche "Non ti allaccio la cintura, tanto stiamo in macchina dieci minuti".

Dopo un incidente, dopo che ti sei ritrovata una macchina addosso che andava sulla corsia del tram, oltre all'abbonamento al car-sharing rimane la sensazione che potrebbe capitarti qualsiasi cosa, senza che tu neanche te ne accorga. Anche se sei in macchina per una brevissima commissione a due isolati da casa. Anche se è una piazza attraversata mille volte.

Per questo, se lo ami, legalo.

giovedì 15 aprile 2010

I figli che ti fanno venire i sensi di colpa, e quelli che invece no


Postilla al post sul sano egoismo.

Periodo denso di impegni.
E dimentichiamo il libro che il piccoletto voleva portare a scuola nel cestino della bici.
E cortocicuitiamo la comunicazione interna piccoletto-mamma-GrandeNonna-piccoletto-papà (perché mamma ieri sera era fuori casa, in gran segreto dalla GrandeNonna che altrimenti l'avrebbe cazziata assai) e così piccoletto non può invitare il suo amico a giocare nel pomeriggio, come gli era stato ipotizato all'inizio di questo delirante girotondo di cose non dette e madre assente.
E vado a bere l'aperitivo, fuori a cena, a chiacchierare con, a bere il caffé con, al FuoriSalone con... le mamme di piccoletta, ma non con quelle di piccoletto.
E buttiamo via il questionario della Milano Ristorazione, senza pensare che dopo 10 giorni le maestre chiederanno a piccoletto il questionario indietro. Noi, a quel questionario, non ci sogniamo neanche di rispondere, ma poi bisogna spiegarlo alle maestre commettendo l'imperdonabile errore di chiedere loro un'assunzione di responsabilità (tipo: indirizzare il biglietto di spiegazione alla maestra e chiedere loro di inoltrarlo alla Milano Ristorazione).
E non facciamo un pezzo di compiti, perché lui afferma che lo devono finire a scuola e invece no, ma tu un po' ti fidi e un po' non hai voglia.
E gli insegniamo una nota sbagliata sul flauto, perché ce la siamo inventata.


Periodo denso di impegni.
E il mio senso di colpa nei confronti di picoletto dilaga.

Ora, io ho anche una figlia.
Una di quelle che, fin da quando avevano un mese, se l'è cavata da sola.
Il mio senso di colpa nei confronti di mia figlia al momento si limita a:
non le ho organizzato mai una festa di compleanno (compie gli anni in agosto).
Il mio senso di colpa nei confronti di mio figlio sta assumento proporzioni astronomiche.

Ora, io mi chiedo.
Perché ci sono dei figli che ti fanno venire una marea di sensi di colpa, e quelli che invece no?

lunedì 15 marzo 2010

Mia figlia mi guarda (e commenta)


"Ti sistemo io i capelli, mamma!"
"Okkai"
"Ecco mamma, adesso sembri proprio LA NONNA DELLA GIULIA"

"Mamma sei bella"
"Grazie, amore"
"Mamma, ma questi cosa sono?"
"Brufoli, tesoro"

"Mamma, sei bella"
"Grazie, amore"
"Mamma, ma perché hai i brufoli se sei bella?"

"Mamma, ma tu sei una bambina?"
"No amore, sono una mamma, tu sei una bambina"
"E allora perché ti vesti da bambina?!?"

Non so se nel weekend è stato più difficile sostenere la sindacalista della CISL che si è presentata ad un convegno su maternità e lavoro dichiarando di avere scelto di non fare figli, o mia figlia.

martedì 9 febbraio 2010

Che poi, sostituirti è un attimo


(Mannaggia, da quando non uso più Explorer e mi sono accorta che la foto della testata è tagliata male, soffro ogni volta che apro il blog, ma non ho davvero tempo di sistemarla)

Succede che in questo periodo io sia abbastanza nelle pesti, con il lavoro: sto lavorando ad un progetto europeo del Settimo Programma Quadro (in qualità di nullasapiente, e faccio fatica pure a fare quello), sto lavorando ad un altro progetto bello ma di cui poi ne riparliamo, insomma... Mamma lavora.

Mamma lavora, la baby-sitter nuova latita, i nonni sono TUTTI in vacanza (fino ad una settimana fa).

Per cui è capitato che l'Ing. abbia passato un paio di pomeriggi con i figli.

Ieri la piccoletta era a casa ammalata. Io dovevo assolutamente andare "in ufficio", e quindi: mattina con NonnaE, pomeriggio con la nuova baby-sitter (vista una volta sola), apparizione della Grande Nonna mossa a compassione dalla sottoscritta.

Perché io, ieri, ho passato mezz'ora buona (non mezz'ora consecutiva, ma comunque) a preoccuparmi dei contraccolpi psicologici che l'essere lasciata sola con una baby-sitter sconosciuta avrebbe causato, nella suddetta piccoletta.

Questa notte, il fatto.
Piccoletta chiama.
IO NON LA SENTO e mi sveglio solo quando l'Ing. si alza.
"Papiiiiii.... vieni a dormire un po' con me?"

Ecco, che poi sostituirti è un attimo.
E tu ti trasformi nella nemesi del peggiore dei padri, che non sente neanche i figli che chiamano di notte.


venerdì 18 dicembre 2009

Flashback: una vacanza in Salento


Sto per spegnere il pc, scorro velocemente l'homepage del Corriere prima di andare a dormire. E leggo la notizia dei sette capodogli spiaggiati nel Gargano, con lo stomaco pieno di sacchetti di plastica.



Fa caldo.
Il cielo è azzurro, le pinete profumate, e il mare è blu.
Questa terra mi stupisce per la bellezza del suo mare, per la sabbia bianca, per le pinete che digradano verso la spiaggia, per le distese di ulivi e viti. Per il cibo, per il vino e per il sole.

E tutti i giorni, quando arrivo in spiaggia, mi incazzo.
Ma tanto, eh.
Bicchieri di plastica, sacchetti, posate rotte, pacchetti di sigarette, accendini, tappi di bottiglie, bottiglie. Campeggi abusivi nelle pinete. Camper che invadono i promontori. Casette costruite a ridosso delle antiche torri di avvistamento. Pattume abbandonato.

Il Salento è una terra meravigliosa: mentre mi stupivo per la bellezza del mare, e mi incazzavo, pensavo che in qualsiasi altra parte del mondo, il Salento sarebbe diventato famoso come le Maldive, per dire. Che non ha proprio niente da invidiare alle Maldive, e anzi ha una storia da raccontare. In Italia, è soffocato dall'ignoranza di un popolo (quello italico, appunto) convinto del fatto che seminare sacchetti e rifiuti in plastica sia segno distintivo di una ricchezza finalmente raggiunta. Per non parlare del fatto che seminare cemento pare essere segno di distinzione superiore, e costruire palazzi sulla spiaggia una sorta di benemerenza nazionale, oltre che un sacrosanto diritto.

"Mamma, guarda, ti ho preso un tappo!"
In mare c'era sempre qualche pezzo di plastica da portare via, che io prendevo senza pensarci, solo perché mio padre faceva sempre così. E anche la piccoletta, un bel giorno, è uscita dal mare con un tappo di plastica, piccolo regalo in mio onore.

Come vi immaginate questa terra? Se è vero, come disse Danilo Dolci, che ciascuno cresce solo se è sognato, voi come ve li sognate questi luoghi?
(...)
Chiedo alla mia terra se riesce ancora a immaginare di poter scegliere. Le chiedo se è in grado di compiere almeno quel primo gesto di libertà che sta nel riuscire a pensarsi diversa, pensarsi libera. Non rassegnarsi ad accettare come un destino naturale quello che invece è opera degli uomini.

R. Saviano, La bellezza e l'inferno

Leggevo questo, in una delle spiagge più amate, dove (finalmente!!) anche la nostra piccoletta ha superato la paura del mare. Pensavo a noi, ai miei figli, e sì, anche ai capodogli.

martedì 10 novembre 2009

Mamma è noiosa


Ho il collo rotto. Ho tolto un dente del giudizio. Devo chiamare il fisiatra. Devo andare dal mio medico. Devo pagare l'F24 (online, da me, ti pareva). Devo chiamare quella che non mi ha risposto alla mail. Devo chiamare quella che ha risposto alla mail. Devo chiamare il medico legale. SantaK è latitante da 10 giorni, e in questa casa l'unica cosa che si produce in quantità sono panni sporchi e polvere. Devo preparare un CV "in formato europeo" (a morte chi ha inventato questa tortura) "con scritto Inglese Eccellente, mi raccomando" "Fluente va bene lo stesso?". Ieri piccoletta è uscita da scuola alle 14, perché c'era sciopero. Oggi piccolo ing. è uscito da scuola alle 13, perché il martedì esce sempre alle 13.

C'è la festa di Edu e non mi ricordo quand'è. Ieri sera ho acceso il PC per guardare la mail, e poi mi sono messa a giocare a Farmville. Mi chiama mamma R per chiedermi del regalo, che loro si sono già organizzate. Chiama cognata per dire che cugino è ammalato - niente pomeriggio a casa di cugino. Piccolo deve finire i compiti prima di andare a prendere piccoletta. Giovedì il piccolo va a giocare dal suo amico, ricordarsi di non andarlo a prendere. Lunedì c'è la riunione di classe del piccolo, devo chiamare Grande Nonna per andarlo a prendere a scherma, e organizzare per portarlo. Piccoletta esce da scuola e piange in sterofonia per tutta la via perché vuole un'amichetta a giocare a casa. Piccoletta arriva a casa e piange perché il fratello è arrivato per primo al portone. Martedì prossimo c'è la cena di classe di piccoletta. Piccolo riesce ad incastrare un pezzo di lego minuscolo e devo smontare tutta l'astronave - pippa di mezz'ora sul fatto che il lego va pulito e spolverato. Giovedì prossimo c'è cena di classe di piccolo ing. Organizzo una session culiaria per distratte piccoletta (realizziamo una via di mezzo tra Brownies e Pan di Via degli Elfi, ne mangi due grammi e ti basta per 3 giorni). Piccoletta piange perché vuole cenare in braccio a me. Pippa colossale a piccoletta che deve finirla di lagnare per qualsiasi cosa. Sono le 17.

Mamma è noiosa: si annoia da sola, a setirsi e a vedersi. O forse è solo stanca. Ma è stanca di dire che è stanca: che palle, queste mamme che dicono sempre che sono stanche. E si sente anche un po' stronza, se pensa ad altre mamme che hanno più diritto di lei, ad essere "stanche". Quindi, in sostanza, mamma è proprio noiosa.

venerdì 6 novembre 2009

Beauty Kids, di mamme e di falso moralismo


Non so se avete sentito la notizia del salone di bellezza per bambini che ha aperto a Milano, in Viale Gorizia, sui Navigli. Continuo a leggere post sdegnati di mamme sdegnate per cotanto lolitismo. E a me, quando tutte (ma proprio tutte, eh) iniziano a battere sulla grancassa dello sdegno e del "dove andremo a finire di questo passo", viene la pecolla.

Mercoledì sera la titolare del salone è stata intervistata su Radio Deejay, a Pinocchio, da La Pina, che ascolto sempre mentre affetto cipolle e zucchine e butto la pasta. Non conosco la titolare di questo centro, non so se sia una gran furbona o una maga del marketing, ma la signora ha detto una cosa.

La signora titolare, che ha dichiarato di aver frequentato il centro sociale lì di fianco e di non essere neanche lei tanto d'accordo su questo gusto kitsch delle nuove generazioni, ha detto semplicemente che hanno iniziato a fare questa cosa perché le mamme che andavano "a farsi belle" non sapevano dove lasciare i figli e le figlie.

Ecco, secondo me questo è il punto. Che una mamma che vuole andare a farsi la piega e la pulizia del viso può andarci solo il sabato mattina, perché durante la settimana lavora, o se non lavora e va al centro estetico, non paga la baby-sitter. E (in ogni modo) non sa dove lasciare il figlio. Poi possiamo stracciarci le vesti e dire che le mamme non devono andare a farsi belle, solo home spa, che fa tanto figo. E che lavorano tutta la settimana, il sabato dovrebbero dedicarsi anima e corpo (appunto) ai figli. E che è immorale spendere soldi per far fare la manicure alla bimba di 4 anni (ma se penso a mia figlia, impazzirebbe di gioia). Che questo lolitismo che passa ormai di generazione in generazione è inaccettabile. Che le mamme dovrebbero passare il sabato mattina in Feltrinelli, e non al centro estetico, e il mondo sarebbe migliore.

Va bene, diciamolo. Ma queste mamme, comunque, non "sanno dove lasciare i figli". Con tutto quello che significa.

domenica 25 ottobre 2009

Una mamma al Pronto Soccorso: malata vera, ma sembra immaginaria


Capita.

Capita che è venerdì e mentre stai andando a prendere il nano all'uscita delle 13, improvvisamente il mondo davanti a te si sposta prima tutto a destra, e poi tutto a sinistra. Tiri una capocciata contro il montante della macchina.

"Ma che cazz...?!?!"

Ti giri e vedi un vecchietto su una macchina che sbraita: te lo sei trovato addosso senza neanche vederlo, mentre lui se ne andava bel bello sulla corsia dei tram.

Guardi il volante e pensi che devi trovare qualcuno che prenda il nano, e trovarlo alla svelta. Non sai neanche tu come, recuperi il cellulare che improvvisamente ti si è materializzato in mano, e tenti di scendere dalla macchina, la portiera si apre a fatica.

Intanto arriva il tram, e tu stai bloccando la corsia, accorre la vicina sconosciuta che ti guarda preoccupata e ti dice "Signora, bisogna chiamare i vigili, bisogna chiamare l'autoambulanza, è stato un incidente pazzesco!!!!". La guardi vacua: "Li può chiamare lei?".
L'unico pensiero che riesci a formulare riguarda il nano: chi è già a scuola e lo può portare a casa? Scorri come un'ebete la rubrica sul cellulare e trovi la mamma giusta. Ora puoi dedicarti a quei poveretti che sono bloccati sul tram, e a spostare la macchina ma non troppo, sennò poi i vigli si incazzano.

Chiami l'ingegnere, per fortuna ti risponde.

Arriva l'ambulanza a sirene spiegate, e tu ti vergogni come una matta: ti sembra di essere in una scena da E.R. de noantri, va bene tutto ma non ti sembra il caso, il tuo understatement milanese ne risente, e parecchio.

Quando ormai sei sull'autoambulanza si materializza l'ingegnere.
"Ing., i bimbi, sono con santak ma bisogna pensarci... Quando sono uscita piccoletta aveva ancora 38 di febbre!!"
"Non ti preoccupare, ci penso io".
Ma lo vedi, che è focalizzato sulla trade vigili-assicurazione-carro attrezzi.

Sull'ambulanza inizi a chiamare Santak. Santak, per politica aziendale auto-imposta da se stessa, non risponde al cellulare, quando è da te. Chiami 2,3,4 volte. Niente da fare.

Chiama l'ing. per avere alcuni dati.
"I bimbi?"
"Sono con santak"
"Ho capito che sono con santak, ma santak se ne deve andare!! Deve andare a lavorare, oggi pomeriggio!!!!"
"L'ho detto alla marisa".

La marisa è la portinaia: è pugliese, ma tutti la scambiano per russa. Prima che arrivasse la marisa, avevo una convinzione: in ogni essere umano esiste un barlume di intelligenza. Dopo di lei, ha preso piede un'ipotesi antropologica decisamente più pessimista.

Arrivi al Pronto Soccorso e quando entri per la visita dal medico di guardia, che ha la faccia del Fratello Irresponsabile della tua amica, Santak ti richiama, finalmente.

"Santa! Ho avuto un incidente, sono al PS"
"OSSIGGNORA!!"
"Santa, non ti preoccupare, sto bene... Il nano ha mangiato?!?"
"No, signora!"
Sono le 2 e mezza.
"Allora, Santa, c'è la pasta da fare con il sugo, e la bistecca sul piatto, la vedi?"
"Sìssignora, non trovo pomodoro"
E ti metti a spiegare dove sta la bottiglia della passata.

Il dottore con la faccia da Fratello Irresponsabile ha già deciso che non ti devi essere fatta troppo male, se sei lì a spiegare dove sta la bottiglia della passata, fa finta di visitarti e ti manda a fare le lastre.

Mentre aspetti di fare le lastre inizi a focalizzare tua figlia con la febbre alta, in preda ad una delle sue crisi di acetone, con la marisa che la guarda e le dice: "Sei malataaaaa?!?". Messaggi all'ing: "Sono preoccupata per i bimbi, chiama i tuoi per favore o vai a casa". SMS di ritorno: "Non ti preoccupare, ho chiamato i miei".

A quel punto esci dal PS per chiamare suocera e dare istruzioni su cosa fare con piccoletta. Dopo aver discettato di Tachipirina e Nureflex, chiudi con:
"Suocera, mi sa che i bimbi non sanno niente..."
"Allora bocca cucita! Non diciamo niente!!"
"No, no, diteglielo!!"
Mi immagino solo due bimbi con una madre che è sparita, e nessuno dice loro che fine ha fatto. Io mi angoscerei, se fossi un bambino: o, quantomeno, vorrei sapere che fine ha fatto mia madre.

In quel momento arrivano i vigili per il verbale, due donne.
Ironizzi: "Gestire due figli è come mandare avanti una multinazionale".
Ti guardano come due che non capiscono, e ti senti la solita madre egocentrica che pensa di essere wonder woman. Firmi il verbale, e torni al PS.

Ecco, adesso potresti fare davvero quella che ha avuto un incidente, ha preso una capocciata paurosa, ha male alla testa, alla mascella e alla spalla. Ma nessuno ormai ti crede più.

giovedì 8 ottobre 2009

Psicodrammi settembrini: come complicarsi la vita in cinque semplici mosse


Il ritorno mi porta addosso mal di testa e mal d'anima...


Mossa n.1: avere una scadenza importante per il 14 settembre. A giugno ti hanno proposto di scrivere questo articolo. "Ci sono problemi?" "Noooooooooooooo, figurati". Arriva settembre, e ancora non ti sei organizzata.

Mossa n.2: mettersi a cercare un corso di nuoto il 15 settembre. Vivere a Milano non ti permette di essere una mamma cialtrona quale sei: le mamme milanesi con un lavoro comediocomanda organizzano la vita dei loro figli 6 mesi prima. Ergo, il 15 settembre non troverai più posto per iscrivere tuo figlio settenne ai corsi di nuoto, a meno di iscriverlo in qualche piscina privata con corsi per genitrici danarose, quale tu non sei. Dopo varie gite alla piscina comunale più vicina e una mattina a scartabellare sul sito della società che gestisce i corsi di nuoto, hai trovato una sola opzione.
"Buongiorno, senta, ho visto che l'unica disponibilità che avete è un corso bisettimanale. Volevo sapere se posso iscrivere il bambino e poi farlo frequentare una volta sola alla settimana"
Che tuo figlio peraltro odia andare in piscina
"Signora, è un corso bisettimanale"
"Ho capito, ma..."
"Signora, è un corso bisettimanale"
"Va bene, ma lui il giovedì esce di scuola alle 16:30, posso farlo entrare in piscina alle 16:45? La scuola sta a 10 minuti..."
"Signora, la lezione inizia alle 16:30"
"Sì, ma...."
"Signora, la lezione inizia alle 16:30"
Al che, perdi la pazienza. E ottieni:
"Vado a chiedere alla maestra, è qui, aspetti...... No signora, non si può"
Inizi a pensare che dovrai iscrivere tuo figlio al corso per bambini milionari. Da gennaio, però.

Mossa n.3: chiedere al settenne: "Che sport vuoi fare?"
"Mamma, non voglio fare nessuno sport"
"No caro, fare sport è importante quasi come andare a scuola"
Sei una gran rompipalle. Ma non devi mostrare il fianco alla congenita pigrizia e alla mancanza di spirito agonistico che tuo figlio dimostra. Tale quale a sua madre, mannaggia.
Abbiamo scartato da subito: rugby, pallavolo (con estrema sofferenza dell'ingegnere, ma il piccolo ha detto subito categoricamente di no), calcio (ti sei rifiutata lo scorso anno, e ora non te lo chiede neanche più), e tutto il resto
Abbiamo valutato, in ordine: mini-basket, judo, karate, scherma, di nuovo mini-basket.
Alla fine, una bella mattina il settenne si è alzato e ha pronunciato le fatali parole: "Voglio fare scherma". E scherma sia. Vi risparmio le scenette alla segreteria della scuola di scherma, che a noi Totò ci fa un baffo.

Mossa n.4: avere una figlia che non vuole andare alla scuola materna. E (chiaramente) farsi mettere in mezzo. La piccola principessa è una grande lagna, questo è ormai assodato. MA. Non ritieni normale che una bambina di 4 anni pianga per andare a scuola, quando ha fatto due anni di asilo nido senza versare una lacrima. Non ritieni normale che per la maestra sia normale che i bambini, tutti al secondo anno, piangano a scuola (prima e durante). Non ritieni normale la seguente conversazione:
"Cosa avete fatto oggi?"
"Giocato"
"Con chi hai giocato?"
"Da sola".
Diventi il catalizzatore delle mamme scontente e angosciate come te.
Inizi a considerare l'ipotesi di mandarla dalle suore sotto casa, e lo dici all'ingegnere, il quale, solo a sentire il termine scuola privata, perde il lume della ragione e fa affermazioni del tipo: "E' un problema di mia figlia, che si arrangi": non capisci se il suo inconscio da comunista organico sta lentamente venendo a galla, o se nella sua variegata genealogia italica si possa rinvenire qualche avo genovese non ufficialmente dichiarato. Propendi decisamente per la seconda ipotesi.

Mossa n.5: decidere che anche tu vuoi sistemare casa. Dopo i lavori di luglio decidi che anche la tua casa deve assumere un'aria quantomeno dignitosa: finire di sistemare la camera dei bimbi, sistemare l'ingresso, sostituire il divano, ormai esanime. Ma hai sposato un ingegnere, e adesso sono cavoli tuoi: tra le molte cose che gestisce c'è anche il bricolage casalingo. Con la campagna di settembre, sul Risiko dei lavori casalinghi, hai vinto sulle mensole in camera e sul mobiletto in ingresso. La campagna di Ottobre prevede già un attacco per ottenere alcuni mobili e per il divano, devi radunare le truppe.

Nel frattempo settembre è passato, hai compiuto gli anni, e hai ricevuto in regalo un "trattamento per ringiovanire": a ricordati che è inutile complicarsi la vita per niente.


giovedì 17 settembre 2009

Il senso di colpa delle madri inesperte e abbandonate. Breve saggio sull'arte di martoriarsi


Martedì, piove. Rientro a casa alle 13 con il piccolo. Apro la porta di casa, entro, metto l'ombrello nel portaombrelli, appoggio le cose. Il piccolo non entra, come al solito: uno dei passatempi preferiti dei miei figli è gironzolare e nascondersi sul pianerottolo.

Esco a cercarlo, lo trovo sulle scale con il cappuccio della felpa tirato in su. Mi avvicino e lo chiamo per entrare, è di schiena. Lo giro e mi accorgo che sta piangendo. "Perché piangi?!?", gli alzo il viso e vedo... Colare un sacco di sangue.

Ok, niente panico.

Lo prendo in braccio, lo porto in bagno cercando di non sgocciolare sangue ovunque (che sennò mi tocca anche pensare al parquet), lo pulisco, e quando togliamo tutto il sangue vedo che ha un taglio, non molto grosso ma profondo, in testa, all'altezza dell'attaccatura dei capelli. A parte il taglio, mi sembra che stia benone, e che si sia spaventato più per il sangue che per la botta.

E' andato a sbattere contro l'angolo di una colonna del muro del pianerottolo, una cosa che sta lì più o meno da 70 anni.

Lo calmo, lo coccolo, asciughiamo il sangue che cola.
Non so che fare.

Mi viene in mente di una compagna di classe del piccolo che si era fatta male al sopracciglio. La mamma mi raccontava che aveva perso un sacco di sangue ma che il marito, medico (fisiatra), una volta considerata la ferita e visto che smetteva di sanguinare, non l'aveva portata a mettere i punti.

Temporeggio, mettiamo il ghiaccio (che oltre al taglio c'è anche la botta), mangia, lo medico di nuovo, gli metto il cerotto.

Chiamo la pediatra, sono le 14:15, dovrebbe essere in studio. Non risponde.

Toh, che strano.

Alla fine mi sembra stia bene, usciamo a prendere la piccola, e a fare un sacco di commissioni (lenzuola di quando hai disfatto i letti e ti sei accorta che le uniche altre lenzuola sono ancora a lavare e/o a stirare, chi lo sa, spesa di quando hai finito anche la carta igienica, cartoleria del secondo giorno di scuola, il tutto sotto la pioggia). Arriviamo a casa, ceniamo, incrocio l'ingegnere, esco di nuovo.

All'alba di mezzanotte, l'ingegnere mi fa:
"Ma esistono anche i cerotti fatti apposta per rimarginare le ferite, li vendono in farmacia"
"Ah"

Mercoledì mattina. Mi alambicco su quando portarlo in farmacia: di mattina no, il pomeriggio deve andare dal suo amico a giocare, quando riesco ad uscire dalla casa del suo amico sono le sette passate, è tardissimo, sta bene, torniamo a casa.
Mercoledì sera guardiamo la ferita: una ciocca di capelli si è incollata alla ferita, provo a toglierla tamponando con un batuffolo di cotone imbevuto di alcol, ma la ferita fa ancora male e il piccolo scappa. L'ingegnere inizia a dire che bisogna toglierla, chiaramente ormai ci vuole un intervento semi-chirurgico.
Mentre guarda The Mentalist, con una che è ricoverata all'ospedale, mi dice:
"Vedi?!? Quelli sono i cerotti che ti dicevo!"

Giovedì mattina, oggi, chiamo la pediatra.
Le spiego la faccenda e lei mi dice:
a. che per i capelli non succede niente, di lasciarli dove stanno
b. che fare i punti o mettere la colla (la colla?!?) ormai non serve a niente, tanto dopo 3 giorni (veramente è un giorno è mezzo) il processo di cicatrizzazione è già iniziato
c. che bisognava prendere i lembi della ferita e accostarli subito
d. che "gli rimarrà il segno..."

"Quindi, dovevo portarlo al pronto soccorso a mettere i punti?"
"Eh sì, signora, era meglio. Ma ormai è inutile"

L'ineluttabilità del mio sbaglio mi schiaccia, e pian piano il senso di colpa e di incapacità si impadroniscono del mio stomaco e della mia testa. Senso di colpa perché la maggior parte dei miei pensieri è occupata da un lavoro che devo chiudere questa settimana, e al quale sto cercando di dare un senso compiuto: ieri ero talmente felice di avere ben 7 ore filate per poter lavorare, per la prima volta da circa un mese e mezzo, che non ho pensato a nient'altro. E quindi penso a me, non a mio figlio. Senso di inadeguatezza perché sono una madre che non è capace di soccorrere il proprio figlio, sebbene solo leggermente ferito, che non l'ha portato né al pronto soccorso né in farmacia, che gli lascerà per tutta la vita la cicatrice della sua incapacità e della sua superficialità. Ora chiaramente si affacciano alla mia mente le ipotesi più funeste: infezioni, tetano, di tutto.

Penso allo sbrego che ha sul naso, frutto di una lotta con i peluches dell'IKEA a casa di un suo amico: ecco, anche in quel caso ho lasciato che la ferita si chiudesse da sé, e infatti ha ancora il segno dopo 9 mesi...

Due cicatrici. E non ha ancora sette anni. Ed è tutta colpa mia. Due cicatrici, per non parlare di quelle che non si vedono.

lunedì 20 luglio 2009

Ciao bimbi, fate i bravi


Ultima spiaggia, sotto un sole accecante:
"Ma loro ci stanno, con i nonni?" mi chiede mamma-di-due.
"Ehm... beh... Sì, ecco... Sai, in fondo a Milano si annoiano da morire, ormai tutti i loro amici sono partiti, per cui sicuramente qui si divertono di più", tento una risposta almeno un po' veritiera e molto diplomatica, mentre l'amica di casa-loro origlia, facendo finta di prendere il sole sul lettino lì di fianco.

Interno sera, 21:30. Dopo aver controllato con la webcam la situazione, l'ingegnere decide che si può partire: l'autostrada sembra incredibilmente vuota. I bambini ci accompagnano alla macchina per i saluti, il piccolo ingegnere ributta indietro qualche lacrima, la piccoletta mi bacia e abbraccia.

Ciao bimbi, fate i bravi.

Saliamo in macchina, accendiamo la radio: in autostrada c'è coda ovunque.
Ma... E la webcam?

Per fortuna, prima di ritrovarci imbottigliati senza scampo, scendendo verso l'ingresso dell'autostrada, osserviamo la situazione dall'alto: una striscia interminabile, e immobile, di lucine rosse. Un serpentone che lascia ben poche speranze. L'ingegnere decide che si torna indietro.

"Sei sicuro che non vuoi partire domani mattina?", domanda ripetuta almeno dieci volte.
"No", risposta ripetuta, con vari corollari, altrettante volte.
"Ora vedi tua madre come si incavola".

Che per me significa: ora ritorniamo e vedi poi che scene fanno i tuoi figli, che abbiamo già passato quasi incolumi lo strazio dei saluti, e adesso siam di nuovo lì e ricominciamo tutto daccapo. In più, sono stanchi stravolti.

"Cucù!!"
"Siamo ancora qui!!"
I nani stanno guardando la TV. Dopo un po' spegniamo, giochiamo con i Lego, pigiama, denti. Ed è allora che il piccolo ingegnere scoppia in un pianto dirotto, a singhiozzi.
"Ma tu a Milano me l'avevi promesso!!"
"Cosa?!?"
"Che poi .... (tira su con il naso) non sentivo (singulto) la nostalgia..."
"Ma amore, mi hai detto tu a Milano che volevi venire, poi pensa in spiaggia come ti diverti... Allora facciamo così: che ogni volta che senti la nostalgia della mamma disegni un cuore sul tuo diario, ok?"
"No, ti chiamo con il cellulare dei nonni"

Ok, io sono sempre la solita romanticona ottocentesca.

Poi, tra un "calmati" e un "vedrai", l'illuminazione: "Guarda che anche tu mi mancherai un sacco, cosa credi?". A quel puntoil piccolo ingegnere si calma, almeno un po'.

La piccoletta, che dal canto suo strillava "Voglio anch'io i capelli della mamma!!!!" a quel punto capisce la manfrina e attacca con un irresistibile:
"Mamma, sento già la tua mancanza!!!!".

Abbiamo perso il controllo della situazione. Tentiamo di farli addormentare, ma in queste condizioni è un'impresa disperata, fino a quando decido che allora partiamo. Il nonno capisce, spegne la TV e arriva a controllare la situazione.

Ore 22:39. Ci salutiamo di nuovo, chiudono la porta dietro i loro mille "Ciao!" e ce ne andiamo. Verso la macchina:
"Te l'avevo detto, che sarebbe finita così!!"
"Ma quando?!? Non mi hai detto proprio niente!!"
Tento una difesa disperata, e intanto mi rendo conto che sì, forse un "tua madre si incazza" non era proprio un messaggio trasparente.

Ore 2. Siamo a Milano, mi trascino verso il letto (nonostante abbia dormito per buona parte del viaggio). L'ingegnere tira su la tapparella e va a controllare le sue piante. Nella stanza accanto, nessun bimbo da andare a controlare.

A colazione leggo il manuale del genitore autorevole, alla ricerca di una qualche risposta. Vero che questo strazio è normale e, in fondo, sano, e che non dura più di una mezz'ora prima di addormentarsi, e che stare al mare con i nonni per qualche giorno può solo essere una bella esperienza, per due bambini? Non ho trovato risposta.

sabato 23 maggio 2009

... E la sventurata se ne andò



... E la sventurata, alle 13:30, se ne andò. Di corsa, pure.

E così non ha potuto pranzare con Chiara e Panz, non ha potuto chiacchierare come avrebbe voluto con Maq, non ha sentito la presentazione di M di MS, né tantomeno quella di Wonderland e di Giuliana, e Flavia senza voce che presentava The Talking Village, non ha potuto rifilare un cv a mammamarsupio e salutare Jolanda che, immagino, alla fine del pomeriggio si sarà finalmente rilassata: il MaM è stato un successo.

Ma mentre tutto questo accadeva, la sventurata era in una torrida palestra puzzolente, senza aver pranzato né bevuto, ad assistere alla festa della scuola del piccolo ingegnere, dove l'ingegnere ha dato sfoggio delle sue doti pallavolistiche nell'immancabile partita genitori vs. insegnanti. Gli insegnanti hanno vinto per 2 set a 0, il piccolo ingegnere ha menato il suo migliore amico, e la piccoletta, non si sa come, ha compiuto la sua opera di distruzione del casco da bici.


domenica 15 marzo 2009

Domande trabocchetto


A cena, da sola con i due nani. Dopo una profusione di "mamma ti voglio bene", arriva la stoccata del piccolo ingegnere.

"Mamma, ma tu vuoi più bene a me o alla Grande Nonna?"
"Urca, che domanda difficile!"
Per fortuna sto trafficando con i piatti, così mi prendo due secondi per pensare
"Beh, alla Grande Nonna voglio bene perché è la mia mamma, per cui le voglio tanto bene, me voi siete i miei bimbi, vi ho portato nella pancia, per cui... Voi siete le persone a cui voglio un bene speciale, a nessun altro posso volerlo, un bene così".

Spero di essermela cavata. Lo scoprirò tra almeno 20 anni.