Ho letto un libro molto interessante,
Adesso Basta! Lasciare il lavoro e cambiare vita: filosofia e strategia di chi ce l'ha fatta. L'autore di questo libro dal titolo wertmulleriano è
Simone Perotti, che in una vita precedente faceva il manager. Poi "ha fatto
downshifting", che sembra un'altra di quelle cose fighe in inglese che fanno i milanesi.
Invece Simone ha fatto una cosa molto poco milanese, ha mandato tutto all'aria: lavoro, carriera, prestigio sociale. Una cosa di cui un milanese vero non si capacita. Ora vive di mare e di lavoro delle sue mani. E scrive.
Nel suo libro c'è una critica durissima al "lavorare per consumare", al consumismo ma anche al lavorismo forsennato. La cosa interessante è che questa critica non è ideologica o moralistica, ma è una critica strutturale, una critica che viene da uno che "stava nel sistema". Logici e filosofi sanno che non c'è niente di peggio.
Leggerlo, per una che ha rinunciato al suo "posto sicuro" per non dover lasciare la figlia di 4 mesi con la baby-sitter, e alla quale nessuno (ma
proprio nessuno, eh) ha detto "brava, hai fatto bene" è stato davvero salutare.
Mi sono vista davanti tutte le donne che hanno lasciato il lavoro, in tutto o in parte, per stare con i propri figli. E ho pensato che tutte queste donne hanno fatto
downshifting, con la differenza che non l'hanno fatto per se stesse, ma per qualcun altro molto piccolo. E con la differenza che molte altre donne le avranno guardate storto, che molte compagne dell'università le tratteranno con condiscendenza, che loro stesse si sentiranno a volte "fuori posto", soprattutto in questa città.
Non erano Top Manager, ma vale lo stesso (mi sembra).
Tutte queste donne, in fondo, costituiscono un problema, per il sistema. Sarà per questo che si parla con tanta ossessione del lavoro-delle-donne-e-Pil? No, non è solo per questo, certo, ci sono una marea di problemi correlati (la dipendenza economica, il costo dei figli, la stabilità coniugale ecc ecc ecc ecc ecc). Ma il dubbio, un po' ti viene.
Insomma, tutte queste donne hanno fatto una scelta ben precisa, e forse è ora che sia restituita loro la dignità di questa scelta - il che, a sentire la Trista Ministra Gelimini, non pare proprio - indipendentemente dal fatto che abbiano "un marito che le mantiene" o meno. E' ora che loro stesse si guardino con occhi nuovi e si facciano dire "brava" da tutti quelli che stanno loro intorno.
Così riflettendo, incappo in questo articolo di
Gaby Hinsliff, segnalato da
Calamity Jane, nel quale la signora si dilunga per pagine e pagine a spiegare i motivi per i quali ha abbandonato il suo meraviglioso, gratificante e
all-the-time job (perché quando una lavora sempre, non si può parlare di full-time). E leggevo questo post di
Luisa, di cui mi ha molto colpito la rabbia (ha fatto
downshifting, Luisa, ma lei non voleva e per la verità non so se possa esistere un
downshifting coatto).
E dunque, dopo aver letto Simone, Gaby e Luisa, la domanda che ora mi attanaglia è questa: il lavoro è diventato un disvalore? Perché capite che alla mia etica lombardo-veneta-cattolica, 'sta cosa crea degli scompensi, e seri, anche. E come si cambia, se tutti coloro che se ne accorgono se ne vanno (perché sempre la mia educazione lombardo-veneta-cattolica mi dice che le cose si cambiano davvero solo "da dentro")? Un altro modo di lavorare è davvero possibile?
A queste domande, davvero, non riesco a dare risposta.
E non ho ancora pagato l'F24.