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venerdì 4 maggio 2012

Cosa desidera il quarantenne di successo

Guido Martinetti e Federico Grom sono gli enfants prodige dell'imprenditoria italiana: sono ovunque, trasmissioni TV, radio, giornali (e dato che sono avanti non hanno neanche fatto la fatica di aprire un blog, che ormai fa anche un po' basso profilo, prima di scrivere un libro).

Sono enfants perché in un paese dove l'età media è 44 anni, loro ancora under 40 hanno un'azienda di 500 dipendenti; sono prodige perché dopo gli stilisti che fanno anni Ottanta (tutti o quasi fatti fuori dai grandi fondi di investimento e dalle multinazionali del lusso, tra le quali manco una italiana) e i designer che fanno anni Novanta (e che regalano a Milano ultimi barlumi di civiltà), la nuova gloria dell'esportazione nazionale in questo triste nuovo Millennio è l'italico cibo. E loro, appunto, hanno portato in tutto il mondo una delle nostre gloriose cibarie nazionali, il gelato, quello buono.

In più sono belli (oddio, il Federico ha un penchant un po' nerd, il Guido da fighetto torinese, ma volete mettere rispetto a quello che si vede in giro? Niente che una donna sapiente non possa aggiustare in un paio di mesi), trasudano intelligenza (uno è il genio dei numeri e l'altro del marketing), sono simpatici, lavorano come dei matti ma (evidentemente) se la godono, con quell'understatement sabaudo-milanese che va tanto, di questi tempi.


E dunque, mentre li guardavo ieri sera intervistati a DeejayChiamaItalia, cosa salta fuori?
Cosa desidera il quarantenne di successo?

Una famiglia.

Glom.
E' chiaro che i due non sanno di cosa parlano.
E' che chiaro che fa anche molto marketing. C'è chi insegna.
Ma, suvvia, dato che sono così carucci gli do il beneficio di inventario: facciamo finta che fossero sinceri  al 100%. Devo dire, mi hanno fatto una gran tenerezza.





E dato che hanno la mia età (vabbe' le signore non dicono mai la loro età e io su un anno o due posso anche mentire, no?), non posso fare a meno di fare confronti e pensare che mentre io sfornavo due figli, mi arrabattavo tra un progetto e una partita iva dei poveretti, macinavo chilometri e anni in vai a prendere a scuola-porta a scherma/nuoto/danza/karate/giardinetti/catechismo/festadicompleanno/spettacolodinatale-organizzalevacanze-alzatidinotte-dailatachipirina-celafaraiapagareletasse?-litigaconmarito-failapceconmarito-sopportapazientemente-vedraicheprimaopoiescidaltunnel-chissàcosafaròdagrande-mannaggiaamemachi*****melohafattofare, loro si sono fatti il mazzo, e gli è andata bene.

Non per dire che uno non è mai contento di quel che ha.
Ma così, per dire che è la vita - che siamo un po' noi, quelli della generazione a cui manca sempre un pezzo. Ogni tanto, anche due.

martedì 20 marzo 2012

Il cinquantenne e l'Articolo 18


Alla macchinetta del caffè.
E voi lo sapete che alla macchinetta del caffé si raccolgono le confessioni più scabrose.

"Perché, vedi..."
E abbassa la voce, mi si fa vicino.
Tendo le orecchie.
"Il problema, con l'art. 18, secondo me, è questo."
Tentenna.
"Dimmi", lo rassicuro.

Figuriamoci se mi lascio scappare la confessione alla macchinetta del caffè.

"... Che se per le aziende diventa più vantaggioso far lavorare giovani e donne, quando tu hai lavorato vent'anni e sei diventato uno che costa, ti licenziano. Sai, io ormai... Mi danno una buonuscita, tiro a campare qualche anno, e poi vado in pensione. Ma se uno [maschio, italico, ndr] a quarant'anni, dopo vent'anni che lavora - e tu lo sai che gli scatti sono in base all'anzianità - si ritrova senza lavoro? Cosa fa?"

"Mah, secondo me se uno ha lavorato bene un'azienda non lo licenza... Sarebbe un costo troppo elevato perdere un lavoratore specializzato per doverne formare un altro" (ammesso e non concesso che sia specializzato, ma sorvoliamo su questo tasto dolente)

"Eh ma se una donna o un giovane costano meno... Questo qui cosa fa?"

Non dico nulla, niente pipponi (e ne avrei a iosa, tutto quello che può frullare nella testa di una precaria alla quale è capitato anche di sentirsi dire "Ah ma lei ha cambiato un sacco di lavori").

Penso solo: eccolo lì, stanato nel suo santuario, il maschio cinquantenne. Quello che ha lavorato tutta la vita, senza lazzi, senza frizzi, ha assolto il suo compito senza troppo trasporto, barando il minimo sindacale, allungando solo un po' le pause alla macchina del caffè e senza neanche un giorno di finta malattia. Una vita fatta di poche ma concrete, solide certezze: la scrivania, il pc, gli scatti di carriera che negli ultimi anni sono diventati sempre più un miraggio, messe paurosamente in bilico.

Da chi, per "colpa" di chi? Per colpa di un'orda di trentenni senza lavoro e di donne assatanate, ai quali l'abolizione dell'art. 18 aprirà possibilità insperate.

Sorrido, e scuoto la testa.
Solo nel nostro Paese poteva verificarsi l'assurda equazione, nella mente di tanti lavoratori, grazie a tanta stampa e a qualche ministro compiacente, tra l'abolizione dell'articolo 18 e la questione lavorativa dei giovani e delle donne.

Ma siamo davvero convinti che la sola abolizione dell'art. 18 farà sì che il cinquantenne venga buttato fuori a calci nel sedere, e vengano stesi tappeti rossi al ventitreenne? E siamo sicuri che per la sola imposizione dell'abolizione dell'art. 18 con annesso congedo obbligatorio di paternità, la mente dell'imprenditore brianzolo improvvisamente si apra all'illuminazione, e inizi a considerare il genio femminile come apporto imprescindibile alla sua missione di imprenditore nel mondo (o diciamo almeno fino a Bergamo)?

Personalmente, non ne sono così sicura. Ma la cosa importante, intanto, è farlo credere al cinquantenne, fargli capire che tutte le sue certezze in fondo non sono così certe, in questa isteria collettiva intorno a una riforma che aspetta di essere fatta da quasi vent'anni, intorno a una questione di lavoro delle madri che rimane aperta (con o senza articolo 18): perché in fondo, anche al cinquantenne dobbiamo far capire chi sono i veri nemici.

Che, altrimenti, "non so come resisterò/senza un nemico intorno"  (e a chi indovina la citazione, difficilie, menzione d'onore)

domenica 9 gennaio 2011

Vacanze a Meda

Domani iniziano ufficialmente le vacanze di L.
L. è la tanto odiata babysitter dei miei figli, odio fomentato all'occasione dall'Ing. (in genere, quando va sul balcone e si accorge che L. ha spostato i suoi vasi, o quando non trova qualcosa per casa).

L. non è una cima, non è neanche brava, a dirla tutta.
Qualche volta dimentica cose per casa, qualche volta dimentica i miei figli in giro.
Ma: L. è stata preziosissima, in questi ultimi 7 mesi.

E così, tra la dodicesima e la tredicesima, L. approccia l'argomento:
"Io dal 10 gennaio al 5 febbraio vado in vacanza, signora"
Ma come può una pensare di iniziare le ferie il 10 gennaio?
"Ah, vai nelle Filippine, beeeeeene"
Sempre, sempre essere empatici e cercare di mettersi nei panni degli altri
"No, vado a Meda"

La mia faccia ha percorso tutte le espressioni dall'incredulo al riso isterico, passano probabilmente per il mo' t'ammazzo. Mentre il mio cervello inizia freneticamente a incasellare giorni, cancellare i nonni assenti dalle possibilità di salvezza, ripassare gli spostamenti e gli umori di Grande Nonna, suonare il campanello d'allarme, ricordarmi della scadenza di fine gennaio, fare mente locale sui miei spostamenti, pensare alle pulizie di casa, calcolare quanti giorni sono dal 10 gennaio al 5 febbraio...

"A Meda?!?!"
Prendo tempo, respiro profondo, sempre sempre essere empatici
"Sì, mia cognata va nelle Filippine e io vado a casa sua a dormire. Io stanchissima perché figli si svegliano alla mattina alle 5.30 .... (la mia mente completamente obnubilata perde pezzi di discorso)... .... .... E quindi io ho bisogno di dormire e vado a Meda"
Ok, don't panic. Ottimizziamo
"Senti ma..... (Una volta che hai dormito per tre giorni di fila, ndr) non puoi prendere il treno e venire a Milano un giorno alla settimana, uno solo?" (con sguardo supplicante mentre appiccico mentalmente post-it su tutti gli altri giorni della settimana)
"Uhm.... Beh.... Va bene, sì"

Ecco, nelle prossime quattro settimane, sappiatelo, se scriverò un post a settimana sarà solo grazie al buon cuore di L.

lunedì 8 giugno 2009

Ricerche di mercato



"Buonasera signora, sono della società Sappiamotutto. Stiamo svolgendo un’indagine di mercato su come gli italiani valutano la situazione economica, posso farle qualche domanda?"

Ammazza oh, che roba impegnativa

"Sì, mi dica"
"Lei possiede titoli o azioni di società?"
"No"
"Fondi pensione?"
"No"
"Fondi azionari, italiani o esteri?"
"No"
"Titoli di Stato? BOT?"
"No, no"
"Ehm... L’indagine è conclusa... Grazie, signora”.
CLIC.

Devo suicidarmi o posso continuare a contemplare il mio futuro di miseria?

"Buonasera signora, sono della società Noilosappiamo. Stiamo svolgendo un’indagine di mercato sul consumo di birra, posso farle qualche domanda?"
"Sì, mi dica"
"Quante volte, nell'ultimo mese, ha bevuto birra?"

Le sapevo tutte. Alla fine mi ha anche ringraziato per la gentilezza.
Ma, fuor da ogni dubbio, necessito di una radicale revisione delle mie competenze.

lunedì 6 ottobre 2008

Tempi grami (per tutti)


Di questi tempi una ringrazia di non avere risparmi, né soldi investiti sa-il-cielo-dove, e di non doversi preoccupare per la pensione, perché non ha nessun fondo pensione sul cui andamento catastrofico doversi aggiornare, né nessuna assicurazione.
La mia vita grama mi sembra improvvisamente leggera.
In più, ha un marito ingegnere che l’ha (moralmente) costretta a fare la formichina e a pagare le rate del mutuo, invece di comperarsi una borsa di Prada (di cui sente tuttavia un gran bisogno, però).