Visualizzazione post con etichetta pari opportunità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta pari opportunità. Mostra tutti i post

giovedì 6 febbraio 2014

Il Gender Pay Gap spiegato DA mio figlio

Interno sera, a cena.

Mio figlio racconta di un gioco che ha accompagnato gli intervalli della sua compianta quinta elementare: la città. Questo gruppo di ragazzini, dopo aver tentato di mettere su un casino clandestino in quarta elementare, in quinta si è dato a giochi più costruttivi - uno direbbe. E invece questa città è una specie di Sin City - o, più propriamente, è la riproposizione geniale e arguta come solo sanno fare dei ragazzini di quinta elementare, di ciò che li circonda.

I governanti (un sindaco, un banchiere, il capo della polizia e pochi altri) guadagnano immensamente più dei governati, Matteo ha vinto le elezioni ma due giorni dopo è finito in galera perché aveva comperato i voti, Giacomo lascia il posto da governante e finisce in disgrazia e fa tre lavori per tirare a campare (tra cui il giornalaio), il capo della polizia sventa furti di cellulari e intercetta i mafiosi (categoria mitologica, ormai) e via di questo passo.

E poi, mi racconta quella sera, tra i governanti c'è anche una femmina - gruppo sparuto, in una classe composta per due terzi da maschi.

"Rebecca faceva il sindaco in rappresentanza delle femmine", ci dice, "però noi guadagnavamo 10,000 e lei 8,000"
Io rimango a bocca aperta, la sorella inizia a stracciarsi le vesti: "Ma questo è razzismo, non è valido!!"
Lui ci guarda più stupito che mai.

"E scusa, perché Rebecca guadagnava meno?"
"Ma mamma, perché le femmine non partecipavano al gioco. E quindi lei rappresentava le femmine, ma guadagnava di meno. E' logico, no?"

Parte pippone benevolo sul fatto che se una donna ricopre lo stesso ruolo di un uomo, deve avere lo stesso stipendio, mentre tento di placare la pasionaria ottenne da centro sociale che grida alla segregazione razziale.

Alla fine lui mi guarda, poco convinto: "Va bene mamma, hai ragione. Comunque, dato che le femmine non giocavano, rimane uno spreco".

Più o meno nelle stesse ore, dall'altra parte dell'Oceano...
Today, women make up about half our workforce. But they still make 77 cents for every dollar a man earns. That is wrong, and in 2014, it's an embarrassment. A woman deserves equal pay for equal work. She deserves to have a baby without sacrificing her job. (...) Because I firmly believe when women succeed, America succeeds. 2014 Obama's State of the Union Speech 
(Amen. Io non so chi scrive i discorsi ad Obama, ma avercene)

Immagine: Joss&Main

mercoledì 3 aprile 2013

Altro che sabbatico. Cenerentola va al Colle


Da lettrice distratta di giornali quale sono diventata, scopro quasi per caso che il Presidente Napolitano ha nominato dieci saggi per salvare il Paese, dopo i tecnici e prima dei diplomatici. Tutti uomini, età media direi sopra i cinquanta, un po' vecchi per essere precari con un contratto di soli 10 giorni, ma insomma.

Nessuno si è chiesto se la riforma del lavoro ricomprenda nella propria casistica "il contratto del saggio", ma tutti lestamente hanno notato che, ohibò, neanche una donna tra i saggi. Neanche-una-donna.

Stracciamoci le vesti, analizziamo la questione "le donne non sono capaci di fare lobby", chiediamo che allora, niente donne sagge, ma suvvia, una donna Presidente proprio sì. Ah, quello sì. La donna Presidente (o la Presidente donna?) ci vuole proprio.

Perché non abbiamo donne direttori di giornale, di ospedali, di associazioni, di fondazioni, rettori all'università o anche, semplicemente, quando si costruiscono i tavoli per un convegno piazzarci una donna diventa a volte un'impresa da fondamentalisti delle quote rosa, non perché le donne non le vogliamo, ma semplicemente perché non ci sono o, se ci sono, non si vedono. Però una donna Presidente, vuoi mettere.

Per cui, a Cenerentola questa storia delle donne che non sanno fare lobby appare un po' astrusa, per la verità (d'altronde capitela, poveretta, è cresciuta con le due sorellastre e la Fata Turchina l'ha piantata lì, nel bel mezzo del ballo, con una zucca al posto della carrozza). E quando sente parlare di "Una donna al colle", con corredo di due o tre punti esclamativi, alza il sopracciglio. A Cenerentola pare piuttosto che in questo Paese, per quanto riguarda le pari opportunità, le donne hanno ancora tante cose da imparare e bisogna proprio ricominciare dall'ABC. A come rispetto, B come onestà, C come....

C come... Provate a dirmelo voi!

venerdì 8 marzo 2013

È una favola per donne



Abbiamo bisogno di favole, di questi tempi.
Non solo per capire, ma anche per sognare  un po' di futuro.

E così, grazie a Silvietta, a Serena e a Silvia, il mio post di questa settimana è su Genitoricrescono, dove mi troverete ogni mese, a parlare di famiglia e lavoro.

Crediamoci, donne.

venerdì 18 gennaio 2013

Storia di Effe, la donna che la Fornero voleva salvare con la sua riforma


Oltre alla tua categoria 'incasellabile', a quella delle 'placide madri di famiglia' e a quella delle 'impareggiabili madri-manager', ce n’è almeno un’altra, anch’essa enormemente sfigata, quelle delle 'libere professioniste' – senza tredicesima, senza ferie, senza malattia – ma che lavorano come dipendenti – leggi: obbligo d'ufficio e d’orario, e che quindi non hanno nessuno degli aspetti positivi di entrambe le categorie, ma la somma di tutti gli aspetti negativi di entrambe, e che, ultima fantastica news, dopo aver faticato con orari folli, si sentono dire che il proprio già misero stipendio verrà ridotto del 20% per gennaio febbraio marzo e poi si vedrà, ma ovviamente l’orario NON verrà minimamente ridotto, anzi (e che non hanno ancora visto una parte di stipendio arretrato). Vabbè, era tanto per sfogarsi adesso e non ammorbarvi stasera... Effe.
Effe è una libera professionista a tutti gli effetti, una di quelle che hanno un albo professionale al quale essere iscritte (mica come la sottoscritta). Effe è una sintesi di tutto quello che la Fornero voleva salvare con la sua riforma: è una donna, è una madre alla quale non è riconosciuto nessun diritto di conciliazione, è una finta partita iva, ha pochissime tutele. E' lei, quella da salvare. Quella da far assumere a tempo indeterminato. Quella che si arrabbia perché il collega maschio fa il cavolo che gli pare, e i capi non gli dicono nulla, e se invece lei va a dire: "Devo stare a casa, ho il bambino malato", i capi le dicono: "Sai che c'è? Stai a casa per sempre".

E, ovviamente, Effe a casa non può rimanere - che non è che si mettono via i risparmi, a fare la parte di quella che deve essere salvata dalla Fornero.

Mentre Effe ed io, acquattate in cucina, parlavamo di questo suo sfogo, marito-di-Effe è arrivato, ha annusato l'aria e ha esclamato: "Ma Effe, tu ti devi mettere in testa una cosa. Tu non sei una libera professionista. Tu sei un fornitore".

Ho chiesto a marito-di-Effe di declinare la definizione di fornitore e lui, annusata l'aria, ci ha lasciato con questa definizione: "Il fornitore è colui che abitualmente fornisce o provvede alla consegna di merce a negozi, a un'azienda o a privati, quindi la differenza tra socio/dipendente e fornitore è che sei l'ultimo nella scala dei pagamenti e sei sacrificabile in quanto fuori dall'azienda." Quindi siamo rimaste tutte due a guardarci con un bel punto di domanda sopra la testa.

Perché la situazione è più o meno questa. C'è la la Fornero che con la sua riforma vuole salvare tutte le donne come Effe facendole assumere a tempo indeterminato. E c'è la realtà di un lavoro che va proprio nella direzione opposta, in cui ci sono sempre meno lavoratori e sempre più fornitori, pagabili o meno, rinnovabili o meno, bistrattabili o meno. Insomma, sempre più Effe da salvare.

E dato che la Fornero non è stata in grado di salvare Effe, io mi chiedo chi può salvarla - o, meglio, mi chiedo in quale modo lei, "da sola", possa salvarsi. E le risposte non ammesse sono: emigrare, trovare un amante milionario, vincere alla lotteria.

La foto è di Lissy

martedì 20 marzo 2012

Il cinquantenne e l'Articolo 18


Alla macchinetta del caffè.
E voi lo sapete che alla macchinetta del caffé si raccolgono le confessioni più scabrose.

"Perché, vedi..."
E abbassa la voce, mi si fa vicino.
Tendo le orecchie.
"Il problema, con l'art. 18, secondo me, è questo."
Tentenna.
"Dimmi", lo rassicuro.

Figuriamoci se mi lascio scappare la confessione alla macchinetta del caffè.

"... Che se per le aziende diventa più vantaggioso far lavorare giovani e donne, quando tu hai lavorato vent'anni e sei diventato uno che costa, ti licenziano. Sai, io ormai... Mi danno una buonuscita, tiro a campare qualche anno, e poi vado in pensione. Ma se uno [maschio, italico, ndr] a quarant'anni, dopo vent'anni che lavora - e tu lo sai che gli scatti sono in base all'anzianità - si ritrova senza lavoro? Cosa fa?"

"Mah, secondo me se uno ha lavorato bene un'azienda non lo licenza... Sarebbe un costo troppo elevato perdere un lavoratore specializzato per doverne formare un altro" (ammesso e non concesso che sia specializzato, ma sorvoliamo su questo tasto dolente)

"Eh ma se una donna o un giovane costano meno... Questo qui cosa fa?"

Non dico nulla, niente pipponi (e ne avrei a iosa, tutto quello che può frullare nella testa di una precaria alla quale è capitato anche di sentirsi dire "Ah ma lei ha cambiato un sacco di lavori").

Penso solo: eccolo lì, stanato nel suo santuario, il maschio cinquantenne. Quello che ha lavorato tutta la vita, senza lazzi, senza frizzi, ha assolto il suo compito senza troppo trasporto, barando il minimo sindacale, allungando solo un po' le pause alla macchina del caffè e senza neanche un giorno di finta malattia. Una vita fatta di poche ma concrete, solide certezze: la scrivania, il pc, gli scatti di carriera che negli ultimi anni sono diventati sempre più un miraggio, messe paurosamente in bilico.

Da chi, per "colpa" di chi? Per colpa di un'orda di trentenni senza lavoro e di donne assatanate, ai quali l'abolizione dell'art. 18 aprirà possibilità insperate.

Sorrido, e scuoto la testa.
Solo nel nostro Paese poteva verificarsi l'assurda equazione, nella mente di tanti lavoratori, grazie a tanta stampa e a qualche ministro compiacente, tra l'abolizione dell'articolo 18 e la questione lavorativa dei giovani e delle donne.

Ma siamo davvero convinti che la sola abolizione dell'art. 18 farà sì che il cinquantenne venga buttato fuori a calci nel sedere, e vengano stesi tappeti rossi al ventitreenne? E siamo sicuri che per la sola imposizione dell'abolizione dell'art. 18 con annesso congedo obbligatorio di paternità, la mente dell'imprenditore brianzolo improvvisamente si apra all'illuminazione, e inizi a considerare il genio femminile come apporto imprescindibile alla sua missione di imprenditore nel mondo (o diciamo almeno fino a Bergamo)?

Personalmente, non ne sono così sicura. Ma la cosa importante, intanto, è farlo credere al cinquantenne, fargli capire che tutte le sue certezze in fondo non sono così certe, in questa isteria collettiva intorno a una riforma che aspetta di essere fatta da quasi vent'anni, intorno a una questione di lavoro delle madri che rimane aperta (con o senza articolo 18): perché in fondo, anche al cinquantenne dobbiamo far capire chi sono i veri nemici.

Che, altrimenti, "non so come resisterò/senza un nemico intorno"  (e a chi indovina la citazione, difficilie, menzione d'onore)

giovedì 8 marzo 2012

Me and Mrs. Banks (8 marzo Reloaded)



Veri soldati in gonnella siam.
Del voto alle donne gli alfieri siam.
Ci piace l'uomo preso a tu per tu,
ma al governo lo troviamo alquanto scemo.

Lacci e catene noi spezzerem
e tutte unite combatterem.
Noi siam le forze del lavoro
e cantiamo tutte in coro:
Marciam! Suffragette, a noi!

Non puoi arrestarci o maschio
son finiti i tempi tuoi.
E' un solo grido unanime: Femmine, a noi!
Ben presto anche in politica seguire ci dovrai,
se il voto ancor ci neghi,
per te saranno guai!
Siam pronte al peggio,
anche a morire ormai.
Chi per il voto muor, vissuto è assai.
Femmine, a noi!

Ah! Lacci e catene noi spezzerem
se tutte unite combatterem.
Noi siam le forze del lavoro
e cantiamo tutte in coro:
Marciam! Marciam! Marciam!
Suffragette, a noi!

Non posso fare a meno di pensare, quando vedo questa scena, che Mrs. Banks aveva una tata fissa e due domestiche che si occupavano di casa e figli mentre lei era altrove, a fare la suffragetta. E che alle sue tate, certe idee non passavano neanche per l'anticamera del cervello.

Mi chiedo sempre se sia un privilegio poter combattere per i diritti, propri ed eventualmente altrui (e qui apro parentesi sul neo-femminismo di ritorno di alcune donne che lavorano e che combattono affinché altre donne possano stare a casa a curare i propri figli, che ci vedo qualcosa di perverso in tutto ciò), e quando vedo questa scena non so mai darmi una risposta.

martedì 24 novembre 2009

Di leggi e di cultura aziendale (e finiamola qui): il mio part-time vale comunque più del tuo


Ok, basta. Inizio ad annoiarmi da sola ma questa la devo scrivere, a conclusione della riflessione. Il prossimo post sarà una solenne cazzata, perché tutta questa seriosità a Novembre è devastante, anche se ho ben poche cazzate nel taschino, ultimamente. Comunque.

Paola propone di estendere il part-time per legge alle madri lavoratrici, con incentivi di varia natura. Come per la Legge 53 (nella quale peraltro sono stanziati fondi per la flessibilità che sono sempre stati allocati con estrema difficoltà), a parer mio questa cosa rischia di essere un boomerang: come fai ad "obbligare" un'azienda a concedere il part-time alle donne? (è una domanda vera, eh, me lo chiedo sul serio).

Tempo fa feci una ricerca sulla conciliazione famiglia-lavoro in alcune Grandi Aziende della Ricca Città del Nord. Interviste in profondità.

Intervistai alcune madri rientrate dalla maternità: facevano part-time, benedicendo il Cielo di questa portentosa opportunità concessa loro. Una di loro lavorava abitualmente anche da casa, la sera, quando il figlio dormiva: si portava avanti leggendo le email, così il giorno dopo arrivava in ufficio sapendo già cosa doveva fare. In azienda nessuno sapeva che lei lavorava anche di sera: perché se dici telelavoro hai detto quasi una parolaccia, perché è sconveniente farlo sapere, perché temeva che le togliessero il part-time...

Intervistai un sindacalista, perché quando vai nelle aziende a fare queste cose un sindacalista e un Grande Manager che deve controllare quello che chiedi ai dipendenti, te lo ritrovi sempre tra i piedi - e raramente hanno qualche esperienza di conciliazione da raccontarti. Chiesi al sindacalista: "Ma secondo lei il 3% di part-time fissato dal contratto nazionale è sufficiente?" "Certo, mi rispose lui. In fondo, in un team di 10 persone si tratta di 3 o 4 persone, mi sembra più che sufficiente". Al sindacalista avrei voluto rispondere che 3 o 4 persone in un team di 10 fanno il 30%, di part-time, ma non ero lì per far polemiche.

Poi uscii a pranzo con una cara amica single e senza figli, che passò mezz'ora buona a lamentarsi delle colleghe madri: tutte con il part-time, nessuna che poteva fermarsi a fare turni serali (forniscono un servizio fino alle 22, mi sembra), che stavano a casa quando i figli erano malati, quando c'era sciopero, quando nevicava...

Poi intervistai il giovane padre di famiglia. Il quale, ad un certo punto, si scagliò contro le donne che facevano ancora il part-time, pur avendo figli grandicelli. Erano atteggiamenti assistenzialistici che mortificavano le donne e non permettevano alle donne con figli piccoli (nella fattispecie, sua moglie) di ottenere il part-time.

Poi intervistai la giovane mamma che faceva part-time: e mi disse che in effetti era un problema, avere un part-time così rigido, c'erano giorni in cui doveva uscire pur non avendo finito il lavoro, e giorni in cui era in ufficio a far nulla.

Poi intervistai un uomo di 50 anni che aveva chiesto una specie di part-time verticale, per dedicarsi alla Grande Causa Umanitaria. Dopo un lungo sproloquio sul fatto che nel suo lavoro non è importante la quantità di tempo che si sta in ufficio, ma la capacità di creare, e quella non dipende dalle ore che si sta in azienda. Che potersi dedicare alla Grande Causa Umanitaria lo rendeva più contento e più attivo sul lavoro, anche se stava in ufficio meno ore. Alla fine dell'intervista (che le cose più interessanti vengono sempre fuori all'ultimo) mi raccontò che una sua collaboratrice, con un bimbo piccolo, aveva chiesto il part-time. Non le era stato concesso, e lei aveva traslocato in un'altra azienda più family-friendly, diciamo così. Lui rimpiangeva (a parole) la collaboratrice, ma mi guardò dicendo: "Ma capisce?!? Aveva chiesto il part-time PER SEMPRE!!!".

Vi lascio a riflettere sul per sempre, e sul fatto che siamo davvero il Paese dei 100 campanili dove il mio part-time vale sempre e comunque più del tuo, e dove non esiste una cultura condivisa sulle politiche di conciliazione. E (ma questo non lo dico io) qui si continua a ragionare in termini di tempo, e non di obiettivi.

lunedì 3 agosto 2009

Federica Pellegrini, Luca Marin: quando lei è Wonderwoman, e lui non è Superman


I viaggi in macchina, quando i bimbi dormono o sono presi a fare altro, e quando non c'è coda e all'ingegnere iniziano ad uscire i fumi dalle orecchie ed è troppo preso ad incazzarsi per ascoltare alcunché, sono uno dei momenti più intimi nella nostra vita di coppia. Intimi nel senso che parliamo.

Ieri sera l'ing., a un certo punto, se ne esce con:
"Sai che Marin forse non si qualifica neanche per la finale? Nell'intervista ha detto che ne avrebbe parlato con il suo allenatore, per aggiustare le cose, magari si ritira..."
"Beh, ma è giovane!"
"Sicuramente è anche una questione psicologica..."
"... La Pellegrini in questi mondiali è stata davvero eccezionale..."
"Sì, è come stare con Wonderwoman, ma tu non sei Superman"

Parola di uomo: massima solidarietà maschile al "malcapitato" Luca Marin, che è andato a trovarsi una fidanzata tanto più brava di lui.

Perché l'inverso non vale: Superman sta benissimo con la segretaria, è Wonderwoman che non si metterebbe mai con il garzone. O, al massimo, se si mette con il garzone, nel giro di tre puntate si scopre che ha dei superpoteri eccezionali, oppure che è miliardario. La parità vale quasi sempre, e solo, in questa direzione.

Parola di donna: complimenti al coraggio di Luca Marin, che è andato a trovarsi una fidanzata tanto più brava di lui. Ma soprattutto, in bocca al lupo: dato che questa sceneggiatura non è scritta da un uomo, siamo curiose di vedere come andrà a finire. E di vedere se, anche in questo, avete qualcosa da insegnare a noialtri.

lunedì 27 luglio 2009

Le tre P: poppe, pubblicità, progresso


Ne hanno parlato in tante, da Il corpo delle donne in poi. Oggi ho trovato questa, e sono rimasta letteralmente senza parole, con un'espressione ebete a chiedermi se fosse una pubblicità vera. Probabilmente è un po' vecchiotta, ma comunque sì, è una pubblicità-progresso.


mercoledì 3 giugno 2009

Mamme e lavoro (e non parlo di me)


Che, quando parlo di me, ormai mi annoio da sola.

Mercoledì mattina, esterno giorno.
9:20. Nel controviale, una stradina corta e alberata, dove passano poche macchine e tante biciclette. Mentre pedalo, sento alle mie spalle una bici in avvicinamento. Qualcuno che va di fretta e vuole superarmi. Mi sposto un po' sulla destra, per far passare. Mi affianca. Ora voglio vedere che faccia ha questo. Mi giro.

"Loooreeee Ciao!"

E' la mia amica-mamma-in-bicicletta, una di quelle rare milanesi possidenti di family bike (non so se vi è capitato di vederle, sono delle bici speciali con il seggiolino davanti "incorporato" nel manubrio; una vera chicca, dato che non le fanno più)

"Ciao!!"

Come va, come stai, come stanno i bimbi, dove vai. Il lavoro.
Lascio precedenza di parola, e poi non sono io a introdurre l'argomento. Sto diventando bravissima.

"Torno a casa alle 7 di sera, ultimamente, mai prima. Poi la mattina porto i bimbi a scuola, e ci sono tutte le mamme che si mettono d'accordo per vedersi al parco, nel pomeriggio... Due mesi fa se ne sono andate in due dallo studio, e io mi sono presa i loro incarichi. Tutti e due. E quando abbiamo contrattato l'aumento, io pensavo che quello che avessimo deciso fosse il netto. Invece era il lordo".

"... Che quando hai la partita iva, fa una bella differenza", chioso io.

"Appunto. Praticamente, due dita in un occhio. Insomma, ti viene un po' voglia di mandare tutto a ramengo, l'unico particolare è che io non lavoro per hobby..."

No, non farlo, non farlo, tieni duro!! dice la vocina dentro di me. Ma sto imparando l'arte del silenzio.

"Dai, cerca di arrivare alle vacanze, poi ti riposi e a mente lucida ci ripensi a settembre".

Come faccio, io, a dire che no, una mamma che ha un lavoro deve tenerselo stretto? Bisogna ragionare con distacco, su certe cose.

Arriviamo in San Babila, le nostre strade si dividono.

Mercoledì pomeriggio, interno giorno.
15:00. Appena rientrata a casa. Suona il cellulare, il cellulare muore (sto riciclando un cellulare dismesso dalla suocera, per rendere l'idea).
Attacco il cellulare alla presa di corrente, riaccendo, guardo.

Mh.
Numero di cellulare sconosciuto.Richiamo.

"Pronto, sono Lorenza"
"Lore ciao!"
"Ciao...?..."
(Questa scena l'ho già vista...)
"Ciao sono la Eli, ti ricordi di me?!?"

Ohmamma.
La Eli era con me all'Università, non ci vediamo e non ci sentiamo da più di 5 anni. Questo è un vero regalo.
"Ma ciao, tesoro!" (e via di questo passo con le smancerie per le quali sono stata presa per il culo dai miei fratelli per 10 anni suonati)

Dato che il mio mobail non è più mobile, mi accascio suul divano e mi concedo una chiacchierata non-multitasking.

Insomma. La Eli mi ha pensato, mi ha trovato su LinkedIn e ha provato a chiamarmi. Aveva il mio vecchio numero di cellulare (riciclato dal suocero, quello) e, dato che la sottoscritta non ha nessun nuovo numero di nessun cellulare aziendale di nessuna azienda, eccoci qui.

Ci raccontiamo un po': figli cresciuti (un brivido lungo la schiena, a dire che la piccoletta compie 4 anni ad agosto), figli nati, compagni persi e ritrovati di università. E lavoro.

Ma anche questa volta lascio nell'aria la mia frase topica e lascio la parola, sto diventando bravissima!

La Eli lavora in una grossa azienda. Ha avuto la prima figlia, le hanno dato il part-time, ha avuto il secondo bimbo, ed ora ha la riduzione di orario fino al compimento del primo anno del pargolo.
"Poi spero che a settembre mi diano il part-time, sennò non so davvero..."

No, no, non farlo! gridava la mia vocina, ma sono stata zitta, che certe cose non si possono dire così, brutalmente, alla Eli dopo 5 anni che non la senti.

"Sai, non posso pensare di arrivare a casa alle 7 e mezza tutte le sere, come si fa?".
"Ma sai, mia cognata...", e attacco con la storia della cognata-manager, mamma senza rimpianti (ma non auguro a nessuna precaria di avere una cognata-manager in circolazione, sia ben chiaro: è un irrimediabile scacco all'autostima personale, come se non bastasse tutto il resto).

"Sì, però poi ti perdi i momenti più belli" ribatte lei.
"Sai, ti mando un link a un sito molto bello, poi quando ci vediamo ne parliamo, ok?", che non puoi raccontare alla Eli in 5 minuti di Veremamme e delle mamme blogger e di tutto quanto, dopo 5 anni che non la senti.

Seguono accordi-base per vedersi (come siete organizzati, i bimbi a che ora vanno a letto, ma li portate in giro, allora va bene una pizzeria...).
Fine della telefonata.

Sono stremata.
Nel bene, intendiamoci.
Ma questa cosa delle mamme e del lavoro mi uccide ogni volta. Ogni volta mi uccide, sentire che una mamma molla (o pensa anche solo di mollare, per sfinimento e mancanza di riconoscimento) il lavoro. Non ci posso fare niente.
E vorrei solo una cosa. Vorrei che un bel giorno tutti quanti, mamme, manager, direttori del personale, salissero sul palco. E facessero una bella tavola rotonda, ma di quelle politicamente scorrette.

Vorrei che gli uomini (manager, direttori del personale e varia umanità), invece di raccontare le solite manfrine sulla conciliazione e sull'importanza della famiglia (in genere, la loro), dicessero che loro, le mamme che lavorano, non le vogliono. O, meglio: che loro non vogliono lavorare come le donne vorrebbero e potrebbero lavorare. Perché non è vero che è troppo costoso. Semplicemente, esula dai loro schemi (e, forse, dalle loro capacità).

Vorrei che qualcuno dicesse alle mamme che se forse non avessero malattie, aspettative e quant'altro, un sacco di diritti e pochi doveri, allora le mamme lavorerebbero di più.

Vorrei che le mamme decidessero cosa vogliono. Vorrei che le mamme non fossero le sole (e non fossero da sole, soprattutto) a decidere, e si chiedessero, almeno: "Perché io, e non mio marito?" (chiedere il part-time, rinunciare alla carriera, perdersi i momenti preziosi dei figli, e via di questo passo). Perché guadagno meno, perché non ne ho voglia, perché mi hanno sempre detto che deve essere così e io muoio dai sensi di colpa: le risposte le sappiamo.

Vorrei che le mamme che lasciano il lavoro per due anni, poi trovassero un mercato del lavoro che le riconsidera. Invece di trovarsi di fronte il muro del perbenismo italiano, un po' cattolico e molto ipocrita.

... Potrei andare avanti ancora per mezz'ora, ma è davvero tardi. Questo post ce l'ho in testa da una settimana esatta, e finalmente sono riuscita a scriverlo.

mercoledì 15 aprile 2009

Paranoie di una mamma con il mal di pancia


Scusate, questo è il mio solito post post-vacanza. Perché una torna, e scopre sempre delle cose. E queste cose, guarda un po', che sia estate o pasqua, mi fanno sempre venire il mal di pancia.

Non parlerò di Annozero (ah ah). Parlerò di un comico che fa una battuta. E di un ministro che si OFFENDE (si offende!!) e che dichiara che tale battuta è un insulto, ed un insulto gratuito. Che lui si occupa di cose serie, non come i comici. Che offendono.

Parlerò di una donna che dice cosa sacrosante, sulle donne e sulla maternità, e di un insegne critico del più insigne (?) quotidiano che si scomoda a dire che no, non si può dire. E' offensivo.

La versione integrale:



Avete sparso a piene mani paura, insicurezza, povertà. Avete la pretesa di essere i soli nel giusto, e non tollerate nulla (a parte la criminalità organizzata e l'evasione fiscale). Ci è rimasta solo l'ironia, l'arma di chi non ha nulla da difendere e niente da perdere, contro la violenza delle vostre parole. Ma no, ora è l'ironia ad essere offensiva.

Che poi, quelli come l'Uomo di Cromagnon, quelli che hanno la verità nel taschino e pensano che la democrazia non sia l'unica forma di governo al mondo e forse neanche la migliore (ipse dixit), quando fai questi discorsi ti dicono che sei paranoica. Che loro, queste paranoie non le capiscono, perché non c'è nulla di cui preoccuparsi, e se ti preoccupi allora vuol dire che sei solo la solita comunista farcita di ideologia. Però poi dicono anche che non puoi essere comunista, perché non sei con le pezze sotto al culo, e quindi sei solo una snob.

Comunista, ideologica, paranoica, ironica e snob. E pure con un blog. Tra un po' mi toglieranno la custodia dei figli.

domenica 29 marzo 2009

Quello che le donne si chiedono


Lei deve uscire per lavoro, ha un incontro fuori milano alle 21:00.
Lui torna a casa per tempo, è sempre molto disponibile quando si tratta di supportare la moglie precaria con i suoi precari e strampalati impegni di lavoro.

Lei torna a casa alle 23:30 (lui aveva già chiamato, impensierito, dubitando della durata di queste conferenze da oratorio)
Lui è stravaccato sul divano.
Insieme danno l'antibiotico ai bambini ammalati.

Poi lei svuota la lavatrice, stende i panni,sistema alla bell'e meglio la cucina, si fa una tazza di latte caldo con i biscotti, che non ha ancora cenato.
E, mentre traffica tra panni umidi e pentoloni con il riso bollito appiccicato, a un certo punto si affaccia alla sua mente una domanda: "Perché?"

Lei si chiede perché la normalità consista nell'arrivare a casa a qualsiasi ora del giorno e della notte, e mettersi a svuotare la lavatrice, mentre la normalità per lui sia stravaccarsi sul divano.

Perché lei sa che, se si fosse ricordata di chiedere: "Svuoti la lavatrice?", lui l'avrebbe sicuramente fatto. Ma se non glielo chiede, la lavatrice rimane un oggetto nascosto e dimenticato, così come il cesto dei panni sporchi.

Lei ha capito che non è tanto una questione di "fare", quanto una questione di "pensare". L'ha capito da quando lui ha cambiato ufficio, e sotto il suo ufficio c'è un supermercato, per cui lei ogni tanto gli chiede di fare la spesa, e la domanda che si sente invariabilmente rivolgere è: "Cosa devo comperare?".

Lei ha anche imparato a stare zitta, quando alla suddetta domanda la risposta è "Fai tu" e poi si ritrova il frigo pieno di ravioli, insaccati e cibi precotti di dubbia provenienza.

All'inizio lei pensava (e in parte ne è ancora convinta) che la colpa fosse di tutte le donne che, martiri del focolare, esautorano il poveretto rispetto a qualsiasi tipo di partecipazione responsabile alle vicende domestiche. Insomma, uno scettro ottenuto con il martirio. Regine scontente, ma pur sempre regine.

Poi questa spiegazione non l'ha più convinta. Le è rimasta solo una domanda, e nessun universo interpretativo di riferimento.

lunedì 29 settembre 2008

Un'illuminazione


Stavo scrivendo una considerazione su lavoro e famiglia, pensavo con tristezza a come stanno messe le donne in Italia, ed ecco l’illuminazione. Il nostro ministro delle Pari Opportunità si sta occupando, ECCOME, del lavoro delle donne, e ha un programma ben preciso in mente per portare tutte le donne italiane sulla strada dell’emancipazione lavorativa e della reale uguaglianza. Siamo noi sceme che non capiamo.
Perché la Carfagna è una tipa ordinata e sistematica e ha deciso di mettere mano alla questione lavorativa femminile iniziando dal LAVORO PIÙ VECCHIO AL MONDO!!
Ora ho capito!!
Per cui possiamo pensare che entro la fine della legislatura arriverà ad occuparsi delle donne che filano col fuso. Ancora nessuna speranza per donne precarie, donne che lavorano nei call center, revisione della legge sui congedi parentali.