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venerdì 4 ottobre 2013

C'era una volta un blog, seduto sul sofà (feat. The Social Killed the Blog Star)

La prima testata del blog


C'era una volta un blog, seduto sul sofà, che disse alla sua bella: "Raccontami una storia"
E la storia cominciò.

La storia cominciò, ma poi a un tratto successe che la bella del blog iniziò a perdere le parole.
Una per una: una parola veniva lasciata nello straccio della polvere, una nell'andare a prendere i bimbi a scuola, un'altra in una fine, una quarta al recinto dei cani, la quinta su Instagram, e poi una ancora una parola per un pomeriggio con i figli, e almeno altre dieci su Facebook, una quindicina su Twitter, la trentunesima al bar con le mamme, la trentaduesima e la trentatreesima il primo giorno di scuola, e dalla trentatreesima alla quarantesima a preparare pranzi e cene, la cinquantesima a scrivere, la sessantesima ad ascoltare, e poi ancora altre dieci parole a fare lavatrici, e altre venti a ragionare con se stessa, leggendo quello che intorno a lei tutti opinionavano su Twitter e Facebook, e tante, tante altre parole le perse guardando i suoi figli che crescevano e quello che le accadeva intorno.

E così, la bella del blog rimase pian piano senza parole.
A quel punto, non le rimaneva che canticchiarsi una vecchia canzone: Ho perso le parole/Eppure ce le avevo qua un attimo fa/Dovevo dire cose/Cose che sai, che ti dovevo, che ti dovrei/Ho perso le parole, può darsi che abbia perso solo le mie bugie, si son nascoste bene/Forse però semplicemente non eran mie

Un po' ci era il fatto che la bella, davvero, non trovava il tempo di scrivere. Forse era stato proprio il tempo a portarle via le parole, chi può dirlo. Che la decrescita infelice che tanto bene ci racconta Barbara, ha anche questo inghippo - e potete vedere da voi, come usa bene le parole Barbara.

Poi ci era il fatto che la bella si guardava intorno, ed era perennemente grata ai web e ai social, ma un po' era  anche stordita da questo continuo vociare su tutto e tutto e tutto, e iniziava a chiedersi che peso stessero assumendo le parole, proprio quelle che non trovava più, fino a quando è incappata nel martirio mediatico del Beato Guido il Pastaio, reo di aver pronunciato alcune parole pericolose, quelle parole che oggi sono proprio perse, nel senso che non si sa bene che significato avranno tra un po' di tempo e di certo non si sa che significato hanno oggi  - e la bella non poteva non pensare a quando le parole latine, pian piano, furono svuotate del loro significato e riempite di significati diversi. E invece assisteva a una parodia dell'isteria del Pensiero Unico, da una parte e dall'altra, e pensava proprio che Twitter aiuta le rivoluzioni, se le persone hanno in testa la rivoluzione. Ma - e se le persone invece hanno in testa solo stereotipi e confusione, e neanche più parole da scambiarsi?

E quindi la bella  non era stata una blog star e non sarebbe diventata una social star, questo era poco ma sicuro. Ma il fatto era che c'erano in giro un sacco di parole scritte tanto per scrivere, che non pesavano un quarto di una parola detta per essere vissuta. E forse il problema era tutto lì, lei era troppo presa dalle parole da vivere.

E così la bella aveva in mente delle parole, le erano anche rimaste impigliate nella tastiera, ma poi vide cose come quelle che accadono davanti alle nostre coste, che la lasciarono di nuovo senza parole. E ancora una volta le veniva in mente di grandi movimenti di migranti del passato, che era un tempo in cui così in tanti avevano perso le parole, che sappiamo ben poco di quello che succedeva.

E poi perdeva le parole che le rimanevano ancora da scrivere, perché era tardi e doveva proprio scappare. Era indecisa, se pubblicare questo post o no, e poi schiacciò sul tastino arancione.

E la storia cominciò.

martedì 30 aprile 2013

Vacanze scolastiche: ho fatto i conti, e qualche considerazione


Dicono che arriverà l'estate.
Al di là di ogni previsione metereologica, abbiamo tuttavia la certezza che la scuola italiana chiuderà i battenti il prossimo 7 Giugno e li riaprirà intorno all'11 settembre (come sapete, le date di riapertura delle scuole nel nostro Paese variano a seconda delle Regioni).

Calendario alla mano, fanno, in settimane di vacanza:
3 a Giugno
4 a Luglio 
5 ad Agosto 
1,5 a Settembre 
per un totale di 13,5 settimane
per un totale di 94,5 giorni continuativi di vacanze scolastiche.

94,5.Giorni.Di vacanza.Di fila.

Considerato che il lavoratore medio italiano dipendente usufruisce di 3 o al massimo 4 settimane di ferie, rimangono 10 settimane scoperte.

10.Settimane.

Non esiste una statistica di quanto queste 10 settimane continuative di vacanze scolastiche costino, in termini reali, alle famiglie italiane tra campi estivi, campi sportivi, vacanze natura e via andare - né esistono dati su cosa succederebbe se i nonni entrassero in subitaneo e irrevocabile sciopero.

Magari, forse, semplicemente, i bambini invaderebbero le strade mandando il traffico in tilt e ricordando i passanti distratti e nervosi di queste città, che esistono anche loro.

Non esistono, peraltro, statistiche di quanto costino ai comuni le strutture e i corsi estivi (anche in questo caso, con un'ampia variabilità di investimento da comune a comune), né quanto in più costerebbero alla pubblica amministrazione, soprattutto nel Nord Italia, se non ci fossero gli oratori feriali, per i quali molti comuni non sborsano neanche un centesimo. Non esistono statistiche di quante aule diventino una fornace al primo caldo, e di quanti uffici di direttori scolastici siano climatizzati.

Questa serie di "non esistono" non è per puntare il dito contro nella solita guerra di tutti contro tutti, e alla fine nessuno ha la responsabilità di niente. Ma per far riflettere su come vengano disperse le risorse in un unico caos generalizzato, senza affondare il dito nella piaga delle pari opportunità nel nostro paese (perché sì, le pari opportunità sarà bene iniziare a farle valere anche per i bambini, o no?)

Il calendario scolastico è un'invenzione del 1599, e quello italiano è, tranne alcune operazioni di make-up, immutato da quasi quarant'anni (sì, quarant'anni fa le scuole iniziavano a Ottobre invece che a Settembre e non esistevano le vacanze a carnevale). Non importa se il mondo è cambiato, la scuola italiana rimane ferma e immobile. Una vera istituzione, di quelle granitiche, proprio, che lascia ancora il tempo ai suoi studenti, d'estate, di andare a lavorare nei campi (perché così è stato concepito, il calendario scolastico italiano).

Che poi finirà, avanti di questo passo, che la scuola italiana riformerà il calendario quando saremo ormai ritornati a essere una società contadina.

Faccio una proposta politicamente scorretta: baratto i vecchi programmi ministeriali spariti dalla circolazione - sì, quei programmi un po' nozionistici in chiave back to basics, quelli pensati per sottrarre le persone dall'analfabetismo e insegnare loro che vivevamo in un Paese che dovevamo amare chiamato Italia, in cui si imparavano le date in storia e i fiumi e i monti e i settori economici in geografia e l'analisi grammaticale in italiano e si sfiancavano i poveri studenti di operazioni con il riporto, mi riprendo anche tutta la retorica dell'impero romano e del Risorgimento e Pascoli e Carducci - con un nuovo calendario scolastico che metta una vacanza alla fine del quadrimestre, che li tenga sui banchi fino alla fine di Giugno, che gli faccia fare qualche giorno in più a Pasqua.

Non un calendario che li lega al banco per sempre. Ma un calendario diverso, diversamente gestibile sia dalle famiglie sia dagli studenti, un calendario insomma che ci tolga almeno da questa emergenza nazionale. L'emergenza delle vacanze scolastiche.

Ma forse è solo un'emergenza di alcuni. Voi che ne dite?

mercoledì 3 aprile 2013

Altro che sabbatico. Cenerentola va al Colle


Da lettrice distratta di giornali quale sono diventata, scopro quasi per caso che il Presidente Napolitano ha nominato dieci saggi per salvare il Paese, dopo i tecnici e prima dei diplomatici. Tutti uomini, età media direi sopra i cinquanta, un po' vecchi per essere precari con un contratto di soli 10 giorni, ma insomma.

Nessuno si è chiesto se la riforma del lavoro ricomprenda nella propria casistica "il contratto del saggio", ma tutti lestamente hanno notato che, ohibò, neanche una donna tra i saggi. Neanche-una-donna.

Stracciamoci le vesti, analizziamo la questione "le donne non sono capaci di fare lobby", chiediamo che allora, niente donne sagge, ma suvvia, una donna Presidente proprio sì. Ah, quello sì. La donna Presidente (o la Presidente donna?) ci vuole proprio.

Perché non abbiamo donne direttori di giornale, di ospedali, di associazioni, di fondazioni, rettori all'università o anche, semplicemente, quando si costruiscono i tavoli per un convegno piazzarci una donna diventa a volte un'impresa da fondamentalisti delle quote rosa, non perché le donne non le vogliamo, ma semplicemente perché non ci sono o, se ci sono, non si vedono. Però una donna Presidente, vuoi mettere.

Per cui, a Cenerentola questa storia delle donne che non sanno fare lobby appare un po' astrusa, per la verità (d'altronde capitela, poveretta, è cresciuta con le due sorellastre e la Fata Turchina l'ha piantata lì, nel bel mezzo del ballo, con una zucca al posto della carrozza). E quando sente parlare di "Una donna al colle", con corredo di due o tre punti esclamativi, alza il sopracciglio. A Cenerentola pare piuttosto che in questo Paese, per quanto riguarda le pari opportunità, le donne hanno ancora tante cose da imparare e bisogna proprio ricominciare dall'ABC. A come rispetto, B come onestà, C come....

C come... Provate a dirmelo voi!

lunedì 18 febbraio 2013

Cinderella Mood e la sapienza della quasi quarantenne


Il buon proposito per il 2013 consisteva nel pubblicare un post alla settimana, su questo blog, che non parlasse dei fatti miei e che possibilmente ripresentasse qualche ragione per tenere in piedi questo blog con un po' di dignità (e ok, non iniziamo subito a divagare su cosa si intenda per dignità di un blog).

Bene, oggi è lunedì e non giovedì, io sto scrivendo un post sui fatti miei (e per di più assai lamentoso, nelle intenzioni) e continuo a chiedermi cosa farne di questo spazio, che è pure davvero prezioso e tuttavia così trascurato. Avrei potuto parlare di SMW, di Sanremo, del Papa, del meteorite. E invece no.

Per fortuna che c'era quello che diceva che i buoni propositi sono fatti per essere infranti.
Non ditemi che era il solito Oscar Wilde.

Il buon proposito per il 2013 era, ed è, "SI CAMBIA". 
Cinderella Mood On vorrebbe che arrivasse la Fata Madrina e mi rifacesse nuova, meglio che tre giorni alla spa. La quasi quarantenne in un solo mese di 2013 ha visto porte chiudersi e aprirsi, e poi richiudersi, con una velocità impressionante. Poi ci sono le porte che lasciano sempre uno spiffero. La quasi quarantenne sa che non ci si può fare nuovi da un momento all'altro, ed è piena di gratitudine verso le persone che aprono porte nuove, e che la stimano.

Cinderella Mood On vorrebbe che il Principe Azzurro arrivasse e la liberasse da tutta la fatica di questi tempi. La quasi quarantenne sa che i Principi Azzurri non esistono, e che nessuno farà le cose per lei al suo posto. Quindi, bando alle ciance e rimbocchiamoci le maniche.

Cinderella Mood On dice che bisogna essere umili, passare lo strofinaccio e stare zitti, e aspettare il momento giusto facendo buon viso a cattivo gioco, e che la forza sia con te. La quasi quarantenne, invecchiando, diventa sempre meno tollerante e sempre più irriverente, e ogni tanto sospira davanti all'immaginetta di Darth Vader, sognando di diventare cattiva come lui - il lato oscuro della forza ha un fascino pazzesco, si sa.

Cinderella Mood On e la quasi quarantenne litigano incessantemente da un mese a questa parte.
A parte il disturbo bipolare ormai pubblicamente dichiarato, la sottoscritta non sa più che pesci pigliare, in mezzo a queste due. 

Possiamo sperare solo nei topini, che anche i saldi sono finiti, nel frattempo.

L'immagine viene da Flickr

giovedì 10 gennaio 2013

2013, credici

#duemilacredici @milanoelorenza
Dicono che tutto ciò che stiamo cercando, sta cercando anche noi e che se rimaniamo quieti, ci troverà. E 'qualcosa che ci attende da molto tempo. Mentre arriva, non agitarti. Riposa. Vedrai cosa succede dopo.
Questo è stato il mio inizio 2013, e avevo in mente un post molto zen, per la verità.
Poi la vita, al solito, ha preso il sopravvento.

Ma questa foto (fatta da me, eh) e queste parole (mandate a me, in risposta a un augurio che avevo fatto anni fa e che neanche ricordavo più, ma come ha commentato l'amica che me li ha rigirati, "ci vuole sempre un po' di tempo per realizzare i buoni propositi") me le voglio tenere strette per tutto l'anno. Vada come vada.

Continuiamo a crederci, anche se poi, la vita, prende il sopravvento.

martedì 4 dicembre 2012

I miei nonni (e me)


Nonno Giuseppe nacque nel 1898, avevo un nonno nato nell'Ottocento! Non solo. Aveva combattuto la Prima Guerra Mondiale, guidava un camion sulla linea del Piave e portava munizioni e viveri dalle retrovie in trincea. La sua prima figlia nacque nel '29. Viveva, insieme ai suoi fratelli, in una cascina davanti alla quale passava il tram che partiva da Milano, e oggi si direbbe "faceva l'imprenditore" (mentre in realtà produceva latte e formaggi, e si alzava alle 4 del mattino tutti i santi giorni). Rimase vedovo a cinquant'anni, e non si risposò mai. Quando i figli furono grandi, li portò sulla linea del Piave, un ritorno sui luoghi dove aveva combattuto: credo sia stato l'unico viaggio di mio nonno da qualche parte. Non ha mai avuto una macchina, ma la sua famiglia possedeva una carrozza. Andava in bicicletta, non andava in ferie ad agosto, ma passava un mese al mare a febbraio. Leggeva, leggeva tantissimo e continuò a leggere finché gli fu possibile: saggi storici sul Risorgimento e sulle Guerre Mondiali, una biblioteca ben nutrita e una certezza, quando era il momento di fargli un regalo. Non era un gran parlatore, ma assomigliava, nel piglio, a Francesco Giuseppe, in quei quadri che lo ritraggono alla fine del suo Impero - gli mancavano solo le marsine e i favoriti. Aveva una routine ferrea, e non usciva mai senza il cappello.

Il nonno Livio nacque nel 1908. La maestra della scuola elementare, sostenendo che il nome Livio non esisteva, andò all'anagrafe e glielo cambiò in Elivio, e dato che la maestra - insieme al sindaco - costituiva l'autorità indiscussa del paese, nessuno disse niente e mio nonno, per l'anagrafe italiana, rimase Elivio per tutto il resto della sua vita. A militare incontrò il re, che era basso e rosso di capelli come lui. Al tempo in cui si conobbero, la nonna era fidanzata con un altro, ma il nonno decise che sarebbe diventata sua moglie. E così fu. Sono stati sposati per cinquant'anni. Gestivano un'enoteca (una mescita di vini dove si spillava barbera e ogni tanto arrivava il salame da Piacenza) e, a tempo perso, mio nonno faceva l'intermediatore immobiliare (di terreni agricoli) e mobiliare (di cavalli). A pranzo e cena non beveva acqua - fa male alla digestione, diceva - ma aveva sempre una caraffa da birra piena di barbera. Fumò per circa settant'anni. Al precetto di confessarsi e comunicarsi almeno una volta l'anno per Pasqua, lui rispondeva andando a confessarsi - irrimediabilmente - il Lunedì DOPO Pasqua. Negli ultimi anni, sentii spesso mia nonna preoccuparsi, a tal riguardo, per la salvezza della sua anima. Nutriva una grande ammirazione per Almirante, ma ha sempre votato DC, sostenendo che il referendum del '46 fu un grande broglio elettorale. Passava i pomeriggi al bar, giocando a scopa, e fino a ottant'anni suonati era in grado di ricordarsi tutte le carte. Le sue scarpe erano sempre lucidissime.

Penso spesso, ultimamente, ai miei nonni, e alla loro vita. Hanno visto due guerre mondiali, e dopo le guerre hanno visto il mondo in cui sono nati sparire  - letteralmente - sotto il cemento. Avevano forse nostalgia della loro giovinezza, ma non erano attaccati a un'idea di mondo - così tante idee di mondo avevano visto passare sotto i loro occhi, che avevano capito che forse non era il caso di attaccarsi troppo a qualcuna. Non esisteva l'idea del posto fisso, e neanche quella opposta del "far carriera". Gli ospedali erano l'extrema ratio, si nasceva e si moriva in casa, e la stragrande maggioranza non arrivava alla licenza di quinta elementare. I matrimoni duravano sì e no quattordici anni, proprio come adesso, non perché ci si separava ma perché uno dei due moriva giovane, e il figlio maschio aveva più diritti e possibilità delle figlie femmine.

Hanno avuto una vita difficile, ma hanno trascorso una vecchiaia serena. E lunga. Penso spesso a loro, non solo con affetto, ma chiedendomi se la mia traiettoria di vita sarà in qualche modo simile alla loro, e in quali passi ricalchiamo quelli che loro stessi hanno compiuto.

venerdì 19 ottobre 2012

Come mi gira: tanto per cominciare


Regalo di compleanno: rivedere dopo sette anni un'amica, e pranzare insieme come se ci fossimo viste il giorno prima, e ritrovarsi in una visione e in un giudizio. Regalo di compleanno: rivedere dopo sette anni un'amica, e ricevere una trottola in regalo. Una trottola di legno, verde.

Una trottola che non so come far girare, fino a quando mia figlia non mi fa vedere come si fa.

E quindi da quando ho compiuto gli anni, feroce ponte verso il 2013 e verso i quaranta, penso a "come mi gira".

Mi gira che se a vent'anni cerchi risposte, a trenta ti smazzi le risposte che hai trovato, a quasi quaranta inizi ad apprezzare lo stare nelle domande, senza fretta di trovare risposte. Si dice anche: la saggezza della vecchiaia.

Mi gira che non ho più voglia di persone che fanno marketing di se stesse all'aperitivo o a cena. Si chiama anche: seleziona meglio le persone con cui uscire.

Mi gira che osservo, e imparo dalle donne che incontro e che apprezzo. E imparo un sacco. Archivia alla voce: le mie personal guru (ricordati di dirlo loro).

Mi gira che se ho le ossa rotte, ho le ossa rotte. E delle mie incazzature, non sono io la diretta responsabile: è chi mi fa incazzare. E mi gira che, mentre chiacchiero con un'amica e distruggo una bustina del tè, posso ammettere a me stessa, tranquillamente, che quella cosa lì mi fa proprio incazzare. Ancora. Ma come, non doveva essermi passata?!?! Non dovevo averla elaborata?!?

Mi gira che vado a vedere la proiezione di Al Quaeda! Al Quaeda! ed esco con più domande che risposte. E mi sembra di essere l'unica perplessa, in sala, ma fa niente. Sorrido. Archivia alla voce: docu-film da rivedere, comunque ben fatto, un argomento che riprenderò su queste pagine.

Mi gira che qui è in atto una mattanza di quarantenni - e quelli che hanno fatto carriera, perché hanno fatto carriera - e quelli che sono precari, perché sono precari - e nessuno ne parla. La storia dirà: LA generazione sfigata, uccisa dai genitori al governo e scaricata dai maestri occupati a difendere solo se stessi. Sentitamente ringraziamo.

Mi gira che cerco di fare discorsi diplomatici, ma chi mi conosce mi dice che la mia faccia mi tradisce. E la mia faccia mi tradisce sempre. Archivia alla voce: tanto vale dire quello che penso.

E poi mi gira che c'è bisogno di spazio per girare, ma di mani che ti tengono lì per non cadere. E questa cosa, scritta così, l'avrei scritta uguale vent'anni fa.

martedì 28 agosto 2012

Padre Pluche

Normandia su Flickr
"Signore Buon Dio
abbiate pazienza
son di nuovo io.

(...)

Il problema è questa strada
bella strada
questa strada che corre
e scorre
e soccorre
ma non corre diritta
come potrebbe
e nemmeno storta
come saprebbe
no.
Curiosamente,
si disfa.
(...)

Adesso, non per sminuire, ma dovrei spiegarvi questa cosa, che è cosa da uomini, e non è cosa da Dio, di quando la strada che si ha davanti si disfa, si perde, si sgrana, si eclissa, non so se avete presente, ma è una cosa da uomini, in generale, perdersi. (...) Innanzitutto non dovete farvi fuorviare dal fatto che, tecnicamente parlando, non si può negarlo, questa strada che corre scorre soccorre, sotto le ruote di questa carrozza, effettivamente, volendo attenersi ai fatti, non si disfa affatto. Tecnicamente parlando. Continua dritta, senza esitazioni, neanche un timido bivio, niente. Dritta come un fuso. Lo vedo da me. Ma il problema, lasciatevelo dire, non sta qui. Non è di questa strada, fatta di terra e polvere e sassi, che stiamo parlando. La strada in questione è un'altra. E corre non fuori, ma dentro. Qui dentro. Non so se avete presente: la mia strada. Ne hanno tutti una, lo saprete anche voi, che tra l'altro, non siete estraneo al progetto di questa macchina che siamo, tutti quanti, ognuno a modo suo. Una strada dentro, ce l'hanno tutti, cosa che facilita, per lo più, l'incombenza di questo viaggio nostro, e solo raramente, la complica. Adesso è uno di quei momenti che la complica.

(...)

Così adesso, volendo riassumere volendo, il problema è questo, che ho tante strade intorno e nessuna dentro, anzi a voler essere precisi, nessuna dentro e quattro intorno. (...) Come vedete non è che io non abbia le idee chiare, le ho chiarissime ma solo fino a un certo punto della questione. So perfettamente qual è la domanda. 
E' la risposta che mi manca." 
                                                                                                                    A. Baricco, Oceano Mare

venerdì 4 maggio 2012

Cosa desidera il quarantenne di successo

Guido Martinetti e Federico Grom sono gli enfants prodige dell'imprenditoria italiana: sono ovunque, trasmissioni TV, radio, giornali (e dato che sono avanti non hanno neanche fatto la fatica di aprire un blog, che ormai fa anche un po' basso profilo, prima di scrivere un libro).

Sono enfants perché in un paese dove l'età media è 44 anni, loro ancora under 40 hanno un'azienda di 500 dipendenti; sono prodige perché dopo gli stilisti che fanno anni Ottanta (tutti o quasi fatti fuori dai grandi fondi di investimento e dalle multinazionali del lusso, tra le quali manco una italiana) e i designer che fanno anni Novanta (e che regalano a Milano ultimi barlumi di civiltà), la nuova gloria dell'esportazione nazionale in questo triste nuovo Millennio è l'italico cibo. E loro, appunto, hanno portato in tutto il mondo una delle nostre gloriose cibarie nazionali, il gelato, quello buono.

In più sono belli (oddio, il Federico ha un penchant un po' nerd, il Guido da fighetto torinese, ma volete mettere rispetto a quello che si vede in giro? Niente che una donna sapiente non possa aggiustare in un paio di mesi), trasudano intelligenza (uno è il genio dei numeri e l'altro del marketing), sono simpatici, lavorano come dei matti ma (evidentemente) se la godono, con quell'understatement sabaudo-milanese che va tanto, di questi tempi.


E dunque, mentre li guardavo ieri sera intervistati a DeejayChiamaItalia, cosa salta fuori?
Cosa desidera il quarantenne di successo?

Una famiglia.

Glom.
E' chiaro che i due non sanno di cosa parlano.
E' che chiaro che fa anche molto marketing. C'è chi insegna.
Ma, suvvia, dato che sono così carucci gli do il beneficio di inventario: facciamo finta che fossero sinceri  al 100%. Devo dire, mi hanno fatto una gran tenerezza.





E dato che hanno la mia età (vabbe' le signore non dicono mai la loro età e io su un anno o due posso anche mentire, no?), non posso fare a meno di fare confronti e pensare che mentre io sfornavo due figli, mi arrabattavo tra un progetto e una partita iva dei poveretti, macinavo chilometri e anni in vai a prendere a scuola-porta a scherma/nuoto/danza/karate/giardinetti/catechismo/festadicompleanno/spettacolodinatale-organizzalevacanze-alzatidinotte-dailatachipirina-celafaraiapagareletasse?-litigaconmarito-failapceconmarito-sopportapazientemente-vedraicheprimaopoiescidaltunnel-chissàcosafaròdagrande-mannaggiaamemachi*****melohafattofare, loro si sono fatti il mazzo, e gli è andata bene.

Non per dire che uno non è mai contento di quel che ha.
Ma così, per dire che è la vita - che siamo un po' noi, quelli della generazione a cui manca sempre un pezzo. Ogni tanto, anche due.

giovedì 26 aprile 2012

Ma voi vorreste che vostro figlio fosse Messi o Maradona?

Riprendo il titolo dall'editoriale di oggi di Gramellini su La Stampa, Perché Messi non è Maradona, con il quale non so bene se essere d'accordo o no (più no che sì, probabilmente).

Innanzitutto, perché di calcio non so proprio niente (sono quella che passa le partite a chiedere "Ma questo chi è?"). In secondo luogo, perché non so se sei proprio solo tu che fai vincere le partite alla tua squadra.

Comunque.

Dato che il calcio è anche una metafora di vita, la questione che mi attanaglia è questa: preferireste avere un figlio genio-di-successo, ma infelice nella vita (perché diciamocelo, quanti pittori-musicisti-attori-scrittori dei quali ricordiamo il nome possono dire di avere avuto una vita felice, o quantomeno mentalmente sana?) o un figlio geniale ma che si accontenta di una vita approssimativamente vicino alla felicità?

Ecco, non che io sia la madre di Baudelaire o di Emily Bronte, ma questa domanda un bel giorno me la sono posta. Chiaramente, io preferirei essere la madre di Messi. E non so se Maradona sarebbe diventato Maradona, con una madre come me. Ma... E se avessi avuto un figlio come Maradona?

E poi c'è questo stereotipo tipicamente post-romantico di genio e sregolatezza, che continua a produrre un sacco di sregolati e pochi geni, di questi tempi. E mi viene da pensare che forse su questo stereotipo bisognerebbe che si ragionasse un po', ma poi non lo so. Voi che ne dite?

martedì 20 marzo 2012

Il cinquantenne e l'Articolo 18


Alla macchinetta del caffè.
E voi lo sapete che alla macchinetta del caffé si raccolgono le confessioni più scabrose.

"Perché, vedi..."
E abbassa la voce, mi si fa vicino.
Tendo le orecchie.
"Il problema, con l'art. 18, secondo me, è questo."
Tentenna.
"Dimmi", lo rassicuro.

Figuriamoci se mi lascio scappare la confessione alla macchinetta del caffè.

"... Che se per le aziende diventa più vantaggioso far lavorare giovani e donne, quando tu hai lavorato vent'anni e sei diventato uno che costa, ti licenziano. Sai, io ormai... Mi danno una buonuscita, tiro a campare qualche anno, e poi vado in pensione. Ma se uno [maschio, italico, ndr] a quarant'anni, dopo vent'anni che lavora - e tu lo sai che gli scatti sono in base all'anzianità - si ritrova senza lavoro? Cosa fa?"

"Mah, secondo me se uno ha lavorato bene un'azienda non lo licenza... Sarebbe un costo troppo elevato perdere un lavoratore specializzato per doverne formare un altro" (ammesso e non concesso che sia specializzato, ma sorvoliamo su questo tasto dolente)

"Eh ma se una donna o un giovane costano meno... Questo qui cosa fa?"

Non dico nulla, niente pipponi (e ne avrei a iosa, tutto quello che può frullare nella testa di una precaria alla quale è capitato anche di sentirsi dire "Ah ma lei ha cambiato un sacco di lavori").

Penso solo: eccolo lì, stanato nel suo santuario, il maschio cinquantenne. Quello che ha lavorato tutta la vita, senza lazzi, senza frizzi, ha assolto il suo compito senza troppo trasporto, barando il minimo sindacale, allungando solo un po' le pause alla macchina del caffè e senza neanche un giorno di finta malattia. Una vita fatta di poche ma concrete, solide certezze: la scrivania, il pc, gli scatti di carriera che negli ultimi anni sono diventati sempre più un miraggio, messe paurosamente in bilico.

Da chi, per "colpa" di chi? Per colpa di un'orda di trentenni senza lavoro e di donne assatanate, ai quali l'abolizione dell'art. 18 aprirà possibilità insperate.

Sorrido, e scuoto la testa.
Solo nel nostro Paese poteva verificarsi l'assurda equazione, nella mente di tanti lavoratori, grazie a tanta stampa e a qualche ministro compiacente, tra l'abolizione dell'articolo 18 e la questione lavorativa dei giovani e delle donne.

Ma siamo davvero convinti che la sola abolizione dell'art. 18 farà sì che il cinquantenne venga buttato fuori a calci nel sedere, e vengano stesi tappeti rossi al ventitreenne? E siamo sicuri che per la sola imposizione dell'abolizione dell'art. 18 con annesso congedo obbligatorio di paternità, la mente dell'imprenditore brianzolo improvvisamente si apra all'illuminazione, e inizi a considerare il genio femminile come apporto imprescindibile alla sua missione di imprenditore nel mondo (o diciamo almeno fino a Bergamo)?

Personalmente, non ne sono così sicura. Ma la cosa importante, intanto, è farlo credere al cinquantenne, fargli capire che tutte le sue certezze in fondo non sono così certe, in questa isteria collettiva intorno a una riforma che aspetta di essere fatta da quasi vent'anni, intorno a una questione di lavoro delle madri che rimane aperta (con o senza articolo 18): perché in fondo, anche al cinquantenne dobbiamo far capire chi sono i veri nemici.

Che, altrimenti, "non so come resisterò/senza un nemico intorno"  (e a chi indovina la citazione, difficilie, menzione d'onore)

venerdì 16 marzo 2012

Tra sacrificio e martirio. La sottile linea rossa de' noantre





Ieri leggevo questo interessantissimo post di Mammamsterdam su Genitoricrescono: Ma che cos'è questa emancipazione (e se cliccate sul link giusto vincete un premio)

Una delle cose che mi ha colpito di più (al di là delle considerazioni socio-culturali di massima sul mercato del lavoro e dei servizi, che vi risparmio qui) è il tema del prendersi tempo per sé.

La questione della libertà personale (che può diventare individualismo becero, ma anche no - io, per esempio, prima di prendermi una vacanza da sola agognerei ad avere un weekend da sola con l'Ing., robe che si fanno solo per gli anniversari epici e poi i figli ti rinfacciano per tutta l'estate seguente), come è declinata in Olanda e come è declinata quaggiù.

Questo fa il paio con una serie di riflessioni sul tema del sacrificio (tema che sto affrontando sul versante delle scelte lavorative delle madri). Perché ogni tanto ho l'impressione che, quando si tratta di madri e figli, non si possa più parlare di sacrificio, vietato dire che i genitori fanno sacrifici per i figli, politicamente scorretto pensarlo, irresponsabile caricare i figli di cotanto fardello. Eppure, di fatto, è così: alzi la mano chi non ha rinunciato a qualcosa per i propri figli. Quello che non si può dire, è innanzitutto che si fanno dei sacrifici, e in secondo luogo che è che è bene che sia così, che il sacrificio come dono è una gran scuola per uscire da questo circolo vizioso di peterpanismo ad oltranza. Che il sacrificio è una cosa bella (per dirlo alla Padoa-Schioppa).

Perché mi viene da pensare che nella nostra cultura questa distinzione non sia per niente chiara, e che non potendo parlare di sacrificio (che fa troppo cultura cattolica, e quindi basta non se ne può più), il sacrificio finisca troppo spesso per diventare martirio: la madre dedita alla causa dei figli e del marito. Ma il martirio in questo caso è l'esatto contrario del sacrificio, che il martirio poi richiede risarcimento.

Che, invece, c'è una sottile differenza tra fare un sacrificio e farsi martirizzare dai figli (e dal marito, spesso e anzi sovente). Che c'è quella sottile linea rossa della libertà per sé, del rispetto per sé (e di un sano egoismo tipico delle persone che in qualche modo devono sopravvivere) che a queste latitudini ben poche donne (e nessun uomo) ci insegnano.

O ci vogliono insegnare con la ricetta standard, che poi è la stessa cosa che non insegnare un bel niente. Che ci sono donne che si martirizzano stando a casa a curare i figli, e donne che invece si sacrificano, lo sanno, e sono proprio contente di fare quella cosa lì; e donne che si martirizzano andando a lavorare a tutti i costi, e donne che invece vogliono proprio fare quella cosa lì. E donne che vorrebbero fare tutto, e quindi si martirizzano in tutti i campi ma non fanno sacrifici in niente.

Ma tra sacrificio e martirio, rimane la questione del tempo per sé: e allora io mi chiedo se le donne italiane hanno appreso il concetto del tempo per sé. O se gli fa troppa fatica.

lunedì 5 dicembre 2011

Le donne con le rughe (e con le lacrime)


C'è un immaginario da ricostruire.

Me ne sono accorta qualche giorno fa, quando mio figlio, incuriosito, mi ha chiesto cosa fosse questo libro:

"Sembra Berlusconi", ha commentato lui, guardando il marziano.
C'è proprio un immaginario da ricostruire.

Ho le rughe.
Passo minuti inebetita davanti agli scaffali delle profumerie e dei supermercati, dove le creme antirughe si sono moltiplicate a dismisura, ognuna promette di toglierti quei tremendi segni, del tutto adeguati alla tua età, e strappare un attimo in più di giovinezza. Con il risultato che ho scoperto di aver acquistato la stessa crema di mia suocera: e non so ancora chi delle due ha sbagliato acquisto.

Ho in mente le foto del governo Monti. Non ho pensato che le donne fossero poche. Non ho pensato che fossero brutte. Ho pensato che erano ordinarie, vestite con sobria eleganza. Ho visto che avevano le rughe.

Ho pensato che fossero donne VERE

Non ministre dell'ambiente che si riempiono di botox, non ministre "che ci mancheranno" perché era talmente appagante solo restare a guardarle, che tutto il resto non importava. Niente autoreggenti che spuntano da minigonne. Niente collane di perle grosse come noccioline. Niente "falso dimesso".

E io lì, a contemplare gli scaffali delle creme antirughe.

Poi sono arrivate tre donne con le rughe, rughe che significano figli, lavoro, battaglie, convinzioni, studio, accanimento, pensieri, emozioni, sconfitte, vittorie. Donne che hanno lottato per tenersi la loro professione, forse un marito, magari dei figli. Non sono donne che devono sembrare simpatiche e compiacenti, perché sono abituate ad andare per la loro strada (diritta, appunto).

Che non sono Charlotte Rampling o Inès de la Fressange che ti dicono che "le rughe fanno chic" mentre ti contemplano agghindate da una fotografia di Mario Testino.

Poi capita che queste donne vere, ministre vere che sanno quello che dicono, piangano. Per sfinimento, secondo me. Perché volevano fare un'altra cosa e invece no, non si può. Perché bisogna anche essere pragmatici, nella vita, e arrivare a compromessi. Piangono perché sono donne? Evviva. Ve lo dice una che, in pubblico, non è capace di versare mezza lacrima. Ci vuole un gran coraggio, a piangere in pubblico.

Per cui non lamentiamoci se le donne sono poche, ma sosteniamole perché - e finché - sono vere e sono brave. E soprattutto, ci permettono di utilizzare più utilmente il nostro tempo, invece che contemplare gli scaffali delle creme antirughe.

mercoledì 16 novembre 2011

Visita dal gastroenterologo


"Buongiorno, prego, si accomodi. Cos'ha?"

"Dottore, sto male"

"Sì, ma più precisamente?"

"Da 9 mesi ho male qui in basso, a sinistra... No, già fatta radiografia alle ovaie, tutto a posto... No, non sempre... No, fermenti lattici. Veramente adesso mi fa male anche qui, qui e qui. Mi era passato ma da dopo l'estate..."

"Uhm... Signora, lei somatizza"

"Eh, lo so."

"Lavora?"

"Sì"

"Ha problemi sul lavoro?"

"Non le posso rispondere, è un blog pubblico"

"E il matrimonio?"

"Il blog lo legge quasi tutto il parentado"

"I figli?"

"Stanno bene, grazie al cielo."

"Guai in famiglia?"

"Al solito"

"Ma lei deve pagare l'IRPEF adesso?"

"Sì, e pure l'INPS"

"Signora, faccia dello sport, pilates le farebbe bene" "Uhm... Ci ho provato, col pilates. Mi stressa." "Signora, dunque, adesso lei deve fare questo, questo, e questo. E poi, dia retta a me. La smetta di scrivere un blog pubblico e si trovi un buon analista privato" Tutto questo succederà giovedì prossimo.


martedì 8 novembre 2011

San Martino al cioccolato

Non mi ero mai accorta che Giosue Carducci avesse scritto un rap. Eppure basta ascoltare due novenni. Potete provare anche voi.
La nebbia a gl'irti colli
Piovigginando sale,
E sotto il maestrale
Urla e biancheggia il mar;

Ma per le vie del borgo
Dal ribollir de' tini
Va l'aspro odor de i vini
L'anime a rallegrar.

Gira su' ceppi accesi
Lo spiedo scoppiettando:
Sta il cacciator fischiando
Su l'uscio a rimirar

Tra le rossastre nubi
Stormi d'uccelli neri,
Com'esuli pensieri,
Nel vespero migrar.
Quasi quasi la facciamo cantare a Marracash.

Poi potete provare a sentire leggere La Mucca Moka a una seienne che ha iniziato la scuola da un mese e che legge mezza parola, l'altra metà se la inventa. E quasi sempre ci azzecca (mia figlia è una paracula pazzesca, ed è una gran dote).

Poi potete provare a fare come me.
Prendete due fette di pane.
Spalmate la prima con la crema più famosa del mondo, e la seconda con una crema di nuova invenzione (che però dicono che sia anche un formaggio, quindi fa meglio). E fate come quello della pubblicità del famoso whisky.


Oppure potete darla in pasto a una banda di novenni a merenda.

lunedì 17 ottobre 2011

Metafore dal 15ottobre


Se un marito/fidanzato/compagno (o moglie/fidanzata/compagna) ti tradisce la prima volta, pensi sia un caso.

Se un marito/fidanzato/compagno (o moglie/fidanzata/compagna) ti tradisce la seconda volta, fai finta di non vedere.

Se un marito/fidanzato/compagno (o moglie/fidanzata/compagna) ti tradisce la terza volta, probabilmente inizierai a chiederti il perché.

E così succede che alcune (o alcuni) decideranno di cambiare le cose, senza sapere bene dove arriveranno.
Mentre altre (o altri) continueranno a far finta di niente, e a mantenere le apparenze di un matrimonio perfetto.

In questo 15 ottobre iniziamo forse a dividerci tra una società civile che inizia a interrogarsi sul perché, e uno stuolo di politici e commentatori che decidono di tirare avanti un matrimonio da teatrino. Tanto sono 40 anni che andiamo avanti con questo teatrino.

Riflessione mattutina dopo aver letto un'insostenibile (causa banalità) edizione del Corriere della Sera.

giovedì 21 luglio 2011

#donnexdonne, da un minimo a un massimo


#donnexdonne, e intendo dire il gruppo su Facebook, è diventato lo spam peggiore nella mia posta, lo dico con affetto e non mi illudo certo che con oggi finisca. Segno di alto interesse e partecipazione, segno che in Rete ci sono tante donne che hanno voglia di stare insieme e confrontarsi. Purtroppo non sono riuscita a seguire tutte le conversazioni, il passaggio di consegne, i banner, i link, i video, gli articoli, le considerazioni su "Se non ora quando?" a Siena. Per cui non chiedetemi se sono d'accordo o cosa ne penso.

#donnexdonne è un progetto ambizioso, e infatti se dovessi proprio mettermi lì, spremere le meningi, pensare e ripensare, rovistare nel fondo della memoria e cercare qualcosa - cosa che peraltro in questo periodo di totale sfinimento non riesco proprio a fare - troverei ben poco che mi appartiene. Anzi, mi verrebbero in mente tutte le facce delle stronze che ho incontrato per strada. O, peggio ancora, di quando la stronza sono stata io.

E dunque, siccome certe cose rimosse stanno bene dove stanno, sono stata lì lì per non scrivere nulla. Fino a quando non mi è venuta in mente la migliore qualità al mondo che le donne posseggono: esistono. Esistono per parlarci. Perché quando a un uomo fai certi discorsi, se ti va bene ti dice che sei matta. Se ti va male ti chiede se sei in sindrome premestruale. Invece con le altre donne ci parli, e questo permette innanzitutto al pensiero di progredire. E non sto dicendo che devono essere per forza tue amiche, o che parlarsi sia sempre un bene: e infatti a volte ti parli, e poi per sei mesi non ti parli più. A volte ci si dice cose che fanno male, a volte no.

C'è uno stile, nel mettersi insieme (anche per tentare di realizzare idee di business), che è altamente deficitario (nei risultati, ci manca spesso quel killer instinct che fa di noi delle vere cacciatrici) ma altamente partecipativo. E questo è il minimo, che poi è stato anche la base di quello che è stato presentato come un massimo, ossia la manifestazione di Siena, "Se non ora quando?"

Ora, io ero a Siena quel sabato e sono passata dalla fantomatica piazza di Sant'Agostino. Sì, ci stavano duemila persone, in effetti. No, sono arrivata quando tutti erano già in fase di smobilitazione (con gli uomini che aspettavano vicino al muretto come una volta aspettavano sui gradini delle chiese, senza entrare). Sì, c'era una bellissima atmosfera di partecipazione (appunto). No, mi sono seduta e mi sono guardata intorno, a vedere le madri cinquantenni che trascinavano le figlie: le madri con quell'aria spavalda e la faccia di quelle che "finalmente si torna ai bei vecchi tempi" e le figlie... Le figlie vestite come le madri. O viceversa. Chissà. Amiche, o donne che sembravano amiche, viaggiare insieme.

Comunque. Quella che mi sono fatta è stata una domanda più radicale, è la domanda del massimo vero, è la domanda che mi è venuta spontanea guardando le facce delle figlie. E cioè: questo stare insieme sarà capace di produrre anche un nuovo pensiero, che sappia partire dai fallimenti di quello precedente? Un nuovo pensiero che sappia superare le secche dell'in-differenza tra maschile e femminile, tanto per citare un argomento che mi sta a cuore (quando sento parlare di ruoli di genere mi viene l'orticaria alle orecchie, e sapete che sono una persona tollerante).

Perché altrimenti tutte le manifestazioni di donne per le donne rischiano di diventare il "solito" ghetto (e io di ghetti, se permettete, me ne intendo). Perché partecipare è bello e poter tutte quante dire la propria è segno di alta democrazia, ma poi? Sappiamo ridare cittadinanza a noi donne e ai nostri uomini (femmine e maschi, non generi costruiti artificialmente in base a chissà quali e quanti stereotipi, che pure nella nostra società ormai abbondano, come una profezia che si autoavvera)? Che, come dire, anche gli uomini hanno i loro problemini  - ma se aspettiamo che facciano #uominixuomini...

Disclaimer:
Dato che sono una scolara disattenta e indisciplinata, so che dovrei (devo, Monica?) mettere tutti i link delle partecipanti, ma per brevità vi rimando a Pontitibetani, impareggiabile organizzatrice di questo web-evento, Facebook o Twitter

martedì 19 luglio 2011

Domande imbarazzanti

No, per dirvi che comunque la Summer School della Fondazione ForTes sulla comunicazione nel Terzo Settore è stata davvero interessante. Mi sono divertita a fare, come al solito, quella che non c'entra niente.

Ho dovuto rispondere infinite volte alla domanda più imbarazzante che mi si possa fare: "Che lavoro fai?".

Perché non ho risposte pre-confezionate tipo: "Ufficio Stampa del CSV di vattelapesca", "Coordinamento della Comunicazione Interna dei Circoli ARCI Toscana", "Misericordia di San Casciano" (ah LA Misericordia... Non ho capito cosa sia ma ho scoperto che in Toscana è una potenza), Fondazione TuttiBelli.

"Seguo alcuni progetti, mi occupo saltuariamente di conciliazione famiglia-lavoro, sto sul Web per passione e per lavoro". Luuuuuuuunga, a metà avevo già perso il mio interlocutore.

"Lavoro come freelance su alcuni progetti e mi occupo di comunicazione web". Complicato, risultato: sguardo da pesce lesso.

"Faccio la ricercatrice, o almeno dovrei, e la blogger". Ah, ok. Ma che c'entrano?

"Sto seguendo un progetto per il Forum delle Famiglie". Semina il panico e il sospetto. Un modo per tenere lontani gli scocciatori.

"Seguo progetti, faccio la blogger". Uhm.

"Faccio la precaria". Depressivo al massimo.

Tra presentazioni formali e informali, ne ho sfoderato una decina. Ogni volta diversa. Pensavo agli amici con i quali ho diviso il tavolo un paio di volte, che ogni volta ne sentivano una diversa. La dissociata della Summer School.

E mai nessuno che mi chiedesse solo come mi chiamo.

mercoledì 29 giugno 2011

No Title, #citazioni

«Accettare l'ambivalenza è come accettare di essere umani e questo ci rende più autorevoli svincolandoci da comportamenti autoritari, ma soprattutto dà un senso alla nostra "naturale" incoerenza. Essere contenti e allo stesso modo un po' malinconici quando vediamo nostro figlio entrare finalmente all'asilo senza piangere, così come quando esce da solo per la prima volta o sempre da solo parte per la sua prima vacanza, diventeranno sentimenti a noi familiari, condivisibili e meritevoli di essere rivelati.
Ciò che dovremmo evitare è l'ambiguità, che veicola un messaggio confuso e mai rispecchiante il nostro reale punto di vista.
(...)
L'ambiguità alla lunga ci fa sentire in colpa e spesso, a parte internet, sono proprio i sensi di colpa a determinare quella distanza che sentiamo da loro. In certi casi i sensi di colpa nascono da quello che facciamo, a volte inconsapevolmente, per fare in modo che essi siano esattamente come ce li siamo immaginati (neanche fossero i nostri avatar!). (...) Ma se tale comportamento diventa eccessivo, fatalmente distoglie la nostra attenzione da particolari momenti della loro crescita, dove hanno necessità di sentire rispecchiata la propria spontaneità. Non ci accorgiamo più di quell'istante preciso in cui hanno bisogno di essere visti e considerati, e non semplicemente guardati senza partecipazione. Quell'istante rappresenta, secondo me, il massimo della vicinanza possibile, una specie di fusione emotiva che ce li fa conoscere e sentire vicini come nessuna forma di controllo potrebbe fare».

Federico Tonioni, Quando Internet diventa una droga. Ciò che i genitori devono sapere, Fetrinelli, 2011.

martedì 28 giugno 2011

Il silenzio è sempre d'oro?


Tempo fa Lanterna dedicò un post al suo "peggior difetto". Un bel po' di tempo fa. Non ricordo cosa commentai allora, ma quel post mi ha fatto molto riflettere su quale sia il mio peggior difetto.

Alla fine di questa lunga elucubrazione, sono giunta alla conclusione che uno dei miei peggiori difetti è il silenzio. (Che, scritto da una che ha un blog che "so tutto di te perché leggo il tuo blog", fa ridere).

Molti, anche molti proverbi popolari, affermano che il silenzio sia una virtù: potremmo stilare una lunga lista di detti sul fatto che "il silenzio è d'oro". E' vero, il silenzio ci protegge e ci semplifica la vita. Ci sono periodi (anche storici) in cui è probabilmente così, ma ci sono momenti (anche storici) nei quali il silenzio è in realtà una colpa senza perdono.

E quindi, come tutti i difetti e i peccati, anche il mio silenzio assume varie gradazioni a seconda della gravità della situazione. C'è un silenzio veniale, e c'è un silenzio capitale. E' il silenzio di chi accumula silenzi veniali e silenzi meno veniali. Potrebbe essere il silenzio prima della tempesta: prima o poi arriva la classica goccia che fa traboccare il vaso, e allora si salvi chi può.

Ma la tempesta potrebbe non arrivare: perché prima della tempesta, c'è l'ultima spiaggia del silenzio come peccato capitale, c'è il silenzio del distacco, dello scivolare via. Non sono attaccata ai posti, non sono attaccata ai lavori, forse l'unica cosa alla quale sono attacata è un'idea di me (perché sì, per scrivere un blog bisogna essere un bel po' narcisisti): e quindi, il mio silenzio è un lento scivolar fuori da luoghi, persone e situazioni che, nel silenzio, mi hanno stremato, rotto le palle, deluso, fatto incazzare, o semplicemente non mi hanno voluto. Può essere anche un silenzio fatto di sorrisi, frasi di circostanza, relazioni civili tra persone, per carità. Mi rendo conto che questo silenzio "salva" le relazioni formali, e in certi contesti le relazioni formali sono sostanziali. Ma mi chiedo anche quanto siano sostenibili, e per quanto tempo, e a discapito di quale sanità mentale.

Raramente le persone mi vedono veramente incazzata (io sono una che mentre stava partorendo la ginecologa la guardava e le diceva: "Ma no signora, niente epidurale, non sta soffrendo, non vede che bella faccia che ha?" e dopo un'ora mia figlia era nata in sala travaglio davanti a una platea di ostetriche).

E quando sono davvero molto, molto, molto incazzata mi chiudo in un mutismo tombale. La mia pancia tenta di elabora modi civili e non banali di esprimere la rabbia e la mia mente si rende conto che forse qualche piatto o qualche libro volante a volte sarebbero la soluzione migliore. E forse sarebbe più corretto che la pancia ragionasse come pancia e facesse volare i piatti, e la mente ragionasse come mente e capisse come elaborare razionalmente le incazzature, ma insomma.

E così, alla fine, mi rivolgo a lei: Carol-l'estetista, che sulla battaglia contro il brufolo dell'incazzatura silenziosa sta costruendo la sua fortuna.