mercoledì 15 dicembre 2010

Il giorno sbagliato


Se c'era un giorno sbagliato per andare a Roma, era ieri. E ieri, infatti, la sottoscritta era a Roma.

Ho visto una mattina incredibilmente fredda e meravigliosamente limpida, una Piazza Venezia stranamente tranquilla. Ho visto Roma che è una pancia accogliente, una di quelle signore che tutto hanno visto, e che di nulla si stupiscono più, aspettano solo la prossima messa in scena. Ho visto una madre medusa, che divora e fagocita tutto, e rimane placida e serena e curiosa, cinica e un po' inquietante.

Ho sentito un ragazzetto con un ciuffo di capelli biondi chiedermi: "Scusi, do'ssta Piazza Argentina?" "Sta qui", gli rispondo io, pensando a quanto buffa è la vita, io che conosco tre vie e due piazze in tutta la città, e mi ci perdo sempre. "E do'ssta la manifestazione?" "Non so, non sarà ancora iniziata".

Ho sentito le sirene initerrottamente.

Ho visto la strada del centro sbarrata da due camionette dei Carabinieri, non poter passare, dover fare il giro più lungo. Ho visto l'arroganza del potere chiuso nei suoi palazzi, e quel senso di tristezza e di sopraffazione a cui non mi abituerò mai. Non ho visto camionette dei Carabinieri alla stazione Termini, a proteggere le persone che salivano e scendevano dai treni.

Ho visto camionette dei Carabinieri imbrattate, con le gomme bucate, i resti dell'assalto sparsi per terra, i ragazzi ancora dentro.

Ho visto autoambulanze che giravano indisturbate in un centro vuoto, bello e irreale.

E poi sono arrivata a Milano, alle dieci e venti di sera, e sono andata a chiedere al Bar Centrale una bottiglia di latte. Mi sono sentita rispondere che no, non me la potevano vendere, perché sono una società. E che comunque, considerato che con una bottiglia di latte riempiono 6 bicchieri che vendono a 1,50 € a bicchiere, avrebbe dovuto farmela pagare almeno 7 €. Secondo voi una che va in un bar a chiedere un litro di latte a quell'ora della sera è una tossica che si deve strafare di latte, o è una che il giorno dopo deve preparare una colazione per un bambino?

Ho visto la TV, e tanti che si affrettavano a dire che le violenze erano solo opera dei black bloc e che i manifestanti erano assolutamente pacifici, buoni e angelici. Ci credo, è vero, li ho visti: ho visto le faccie dei ricercatori precari che riempivano il treno la mattina, le facce dei ragazzini che manco sapevano dove andare, le facce degli aquilani senza casa e senza voce.

Ma non posso fare a meno di pensare che, in realtà, abbiamo un sacco di motivi per essere incazzati. Almeno, lasciateci un po' di rabbia.

domenica 12 dicembre 2010

Rapunzel batte Cenerentola 5-0

Rapunzel è l'ultimo film che ho visto al cinema, con i miei bimbi, in un cinema sconosciuto in un'altra città dove i film iniziano 20 minuti dopo l'orario indicato sul giornale. Cenerentola è forse il primo film che ho visto al cinema, accompagnata in un giorno feriale da mia madre (quando si è in 3 e tua madre ti porta da sola al cinema, in genere sono cose che si ricordano).

Alla fine, guardando Rapunzel ho anche capito alcune cose basilari (e molto diseducative) che la retorica della scarpetta ha prodotto nei suoi cinquant'anni di vita.

1. Rapunzel è una principessa. Cenerentola no.
Rapunzel è una principessa, non vuole diventare una principessa. Quindi, finalmente, forse, saremo in grado di rottamare la retorica insulsa del "come diventare principesse". Essere principesse è importante per ogni donna. Diventarlo è un'inutile ed estenuante battaglia contro se stesse.

2. Rapunzel ha uno scopo nella vita, e questo scopo esclude decisamente: trovare un fidanzato, trovare un principe azzurro, sposarsi, diventare ricca, diventare bella, diventare una regina.
Non è il sogno della vita (come quell'antipatica di Tiana che per un'ora e mezza ci ripete che vuole aprire il ristorante che suo padre desiderava tanto, una roba da psicoterapia da quattro soldi), è un sogno piccolo e preciso, che lei sa di poter realizzare. Rapunzel vince per pragmaticità, impegno e sensibilità. E ci ricorda che, una volta realizzato un sogno piccolo, ce ne possiamo sempre inventare un altro.

3. Rapunzel va in giro armata di una padella. Cenerentola ha bisogno di: Fata Madrina, topini, uccellini, cagnolini, zucche, bacchetta magica , vestito e non so cos'altro.
Questa è una delle cose di Cenerentola più diseducative in assoluto, che sta lì a frignare finché non arriva la Fata Madrina. E invece, vale nella vita per lo più la seguente massima: non aspettarti mai che qualcun altro faccia le cose per te, o al posto tuo. E poi è più chic.

4. Rapunzel sta con un ladro spiantato, bello e di belle speranze, che la fa ridere (e la porta in barca). Cenerentola con Principe-Azzurro-scopa-nel-culo.
Come se non bastasse, Flynn va a riprendersela in sella al cavallo bianco, il Principe manda il Granduca. Fate voi.

5. Rapunzel si innamora, Cenerentola si accasa.
Rapunzel è di un romanticismo pazzesco, che a pensarci bene Cenerentola fa la figura della stronza iper-arrivista che frega il Principe alle sorellastre (erano brutte, ma questa non è una scusante), per di più utilizzando questo mezzuccio della scarpetta di cristallo. Rapunzel va in giro a piedi nudi, che sa che tanto non ha bisogno di scarpette di cristallo (vedi al punto 1).

Insomma, Rapunzel mi è piaciuta non tanto per la storia in sé, ma per come è raccontata la sua storia. E' una vera favola, davvero fuori dal tempo e dallo spazio, e la sua eroina è pulita e fresca.

Ah, dimenitcavo: alla fine del film non è neanche più bionda!!


mercoledì 8 dicembre 2010

Obbligarsi a non far niente

"Ma se pioverà per tutto il ponte, cosa ci andate a fare sui bricchi dell'Ultima Spiaggia? Ma non potete stare a casa a riposarvi?!?" Così Grande Nonna, in mood funereo (evidentemente causato dalla puntata della sera precedente di Porta a Porta), accoglieva la notizia della decisione di andarcene via, per tutto il ponte molto milanese dell'Immacolata (che per i milanesi è il ponte di Sant'Ambrogio, ma si sa che i milanesi pensano che giri tutto intorno a loro), nonostante le infauste previsioni meteo, l'Ing. in trasferta non ambrosiana, le scadenze natalizie incombenti.

"Andiamo via, così siamo costretti a non far niente", mi sono sentita replicare.

A parte sabato, giornata meravigliosa (che la sottoscritta è riuscita a passare per una buona metà impegnata in un convegno a Genova), le funeste previsioni del meteo si sono rivelate incredibilmente esatte: pioggia domenica, lunedì e, guarda un po', anche martedì.

L'Ing. è dovuto rientrare in ufficio lunedì, lasciando la sottoscritta sui bricchi con i bimbi, a placare le ansie della Suocera e della Grande Nonna che hanno chiamato per assicurarsi che la sottoscritta potesse farcela, e che non fosse troppo in ansia.

E così, chiusi in casa con la stufa accesa in un paesaggio surreale in mezzo alle nuvole, mi sono ritrovata a stare completamente da sola con i miei bimbi per due giorni di fila.

E me la sono goduta da morire.

Mi sono goduta le loro liti, mi sono goduta ripetere a mio figlio di fare i compiti cento volte, dormire con loro nel lettone, sorbirmi le crisi isteriche di Piccoletta che non vuole nessuno in bagno perché deve farsi la coda da sola (e non ci riesce), andare a fare la spesa, sedermi ed aspettare finché il piccolo Ing. non si è allacciato le stringhe delle scarpe da solo, perché tanto non c'è fretta di uscire, gridare perché restino a tavola fino alla fine della cena, portarli al cinema a Genova sotto la pioggia (dandomi dell'incosciente, ad andare in giro con le creature in macchina su quella strada piena di pioggia, vento e tir, ma non diciamolo alla Grande Nonna né tanto meno alla Suocera), andare a prendere l'Ing. a Piazza Principe e sbagliare strada mentre i due se le suonano sul sedile posteriore, in piena enfasi celebrativa dopo la visione di Rapunzel (bellissimo).

Niente casa da sistemare, regali da fare, inviti per cena, pranzo e aperitivo, niente shopping natalizio, niente commissioni tintoria-cartoleria-spesa, niente lavoro in arretrato che, se ti guarda dal tavolo del soggiorno, come fai a non pensarci? Se fossimo rimasti a Milano a riposarci, sarebbe finita sicuramente così, in un vortice di "devo", "dovrei" e "sarebbe meglio se".

Perché qui bisogna fare così: bisogna obbligarsi a non far niente.
Sull'obbligarsi a non pensare a niente, sto ancora lavorando.

sabato 27 novembre 2010

Storia di mio figlio, che a 18 mesi non voleva più mangiare

Questo è un post che so di dover scrivere da qualche settimana, e forse da molto più. E' un post che nasce da un commento di MammaMoglieDonna, ed è a lei dedicato. E' un post che si è fatto attendere un po', perché non è proprio facile scriverlo - vuol dire per me mettere a nudo una parte di me che molti di coloro che leggeranno con occhio giudicante e senso di superiorità non capiranno. Ma so che molti, moltissimi altri, capiranno. E, soprattutto, spero possa servire a chi, come me, deve affrontare il problema di un bambino che non mangia.

E' settembre, ed è il 2004. Mio figlio ha 18 mesi e, di lui, ho un'immagine nitida, di una sera chiara di fine estate in cui si affaccia alla porta della cucina, mentre sto preparando la cena. Mi dice: "Mamma, io non voglio mangiare, voglio il latte con i biscotti".

E poi, una serie di flash.
La pediatra che dice: "Il bimbo non deve capire che il cibo è un ricatto, sennò è finita"
La maestra del nido che, a dicembre, ci dice: "E poi ho capito che, quando non mangia, non devo viverla come una sconfitta. Perché, se un bimbo non mangia, tu la vivi come una sconfitta", e così scopro che è da settembre che anche a pranzo fa storie.
La Grande Nonna che lo rincorre per casa con il piatto, o che lo fa mangiare davanti alla TV, imboccandolo.

Abbiamo deciso di non dare troppa importanza al cibo, ma ugualmente mio figlio ha capito ben presto che il cibo poteva diventare un potente ricatto.
Eravamo convinti (perché questo è il tipico errore che si fa con i figli primi, quantomeno) che "prima di tutto la disciplina", anche a tavola.
Mi dicevo che in fondo anche mio cugino, fino ai 20 anni, ha cenato a latte e biscotti. Perché mio figlio no?
Molto tempo dopo abbiamo inventato il gioco dell'"indovina gli ingredienti", funziona molto soprattutto con i risotti dell'Ing.
Molti biberon di latte e biscotti sono stati comunque la coccola serale, prima della nanna.

Insomma, siamo andati per tentativi e fallimenti, proprio come in un esperimento scientifico.
Tra alti e bassi, periodi di "buona" e periodi più difficili.

Intanto, sapendo che il cibo non è solo cibo, ho dovuto fare un lungo lavoro dentro di me.
Su quello che voleva dire mio figlio per me.
Su come avevo costruito il suo immaginario dentro di me.
E su come sapevo accogliere il bambino che lui è, e su come non avevo saputo accoglierlo.
Su quello che avevo passato, su quello che avevo sbagliato, su quello che non era proprio tutta colpa mia, ma stava lo stesso in carico a me, perché io avevo in carico lui.
E' stato un lavoro che ho fatto in solitaria, e in solitudine.
Che non è lo stesso, ma a volte anche sì.

E così è nata Piccoletta, abbiamo attraversato la scuola materna con molti pranzi buttati nel cestino, lo abbiamo visto acquisire via via sempre più sicurezza, abbiamo cercato di far capire ai nonni che se anche non mangiava quella sera, avrebbe mangiato un'altra volta (con il risultato che ora i nonni, quando mangia, si profondono in sonori "Braaaaaaaavoooooooo", provocando le ire dell'altra).

Ricordo che a settembre 2008, poco prima che iniziasse la scuola elementare, dopo un'estate difficile, al controllo annuale della pediatra me ne uscii con un: "Sono disposta ad andare dallo psicologo, ma risolviamo questa vicenda del cibo". La pediatra alzò il sopracciglio e mi rispose con una delle sue classiche frasi lapidarie: "L'anoressia fino ai 6 anni è normale" (che fa il paio con: "Ho un paio di ragazzine anoressiche, la colpa è sempre della mamma", detta in altra occasione ma della quale non ho potuto fare a meno di prendere nota)

Tecnicamente, dunque, ai 6 anni mancavano ancora quasi 4 mesi.

Rifeci la mia borsa e continuai.
Ho incontrato Aurora, che si è dimostrata prima una mamma, e poi un'amica, davvero preziosa e discreta.

In effetti non posso proprio dire, ora, che mio figlio non mangi.
Rimane il fatto che è stato messo al tavolo della maestra, sotto osservazione, e che in particolare una maestra lo incalza nella mezz'ora a disposizione che i bimbi hanno per pranzare.
E rimane il fatto che il momento della cena è il momento in cui fa i capricci, se è stanco, se c'è qualcosa che non gli quadra, se ha avuto una giornata difficile. O se è l'odiata baby sitter a preparargli il pranzo o la cena.

"Bimbi, questa sera faccio gli gnocchi"
"No mamma voglio la pasta!"
"No Topo, o la zuppa di zucca o gli gnocchi, non posso preparare per cena tre primi!"
E così, quando è ora di mettersi a tavola, scoppia il pandemonio.
Io mi arrabbio, lo faccio sede davanti al piatto con l'ormai classica: "Non mangiarli, ma stai lì seduto"
Lo vedo piangere silenziosamente.
Lo guardo, davanti al piatto pieno, e sento quell'angoscia e quel senso di impotenza che anche io, a volte, ho provato davanti ad un piatto pieno.
"Dai Topo, vieni in braccio alla mamma"
Lo prendo in braccio, avvicino il piatto.
Chiede il tris, ma di gnocchi non ce ne sono più.
E' successo due sere fa.

Perché i figli - certi figli - ti obbligano a fare i conti con te stessa, e non si accontentano di cibo di plastica, ma ti chiedono un po' di cuore in più. E forse questo pezzo in più bisogna andarselo a prendere da qualche parte, ogni tanto.

E così mi sono accorta or ora che questo post, in fondo, partecipa al blogstorming di questo mese.