mercoledì 30 dicembre 2009

Quelli che si ammalano il 30 Dicembre


Dopo una settimana di prigionia con i bimbi,
benedetta dalla neve, dalla pioggia e dal freddo

di Natale da copione
(anzi, no: dopo tutto il copione, la sera di Natale sei andata a berti una tisana a casa della tua amica e ti sei pure sentita in colpa, perché non rimboccavi le coperte ai bimbi, contravvenendo chiaramente alle regole)

di compleanno del piccolo ing., e fanno 7 anni, e ormai il racconto della sua nascita è entrato nell'epica familiare
(ma tu, no: sei entrata nella fase in cui ogni compleanno di quello piccolo è una impietosa pugnalata alle spalle, e pensi che ne uscirai solo verso i 15 anni)

di scatole e scatole di giochi che invadono la casa, senza trovare alcuna collocazione
(ma tutto, in questa casa, ti sembra non trovare una collocazione, e aspetti mensole e mobili da neanche tu sai più quanto)

di telefonate minatorie per una serie di scadenze del tutto improbabili tra il 10 e il 15 gennaio, tu metti giù e ti chiedi come farai
(il 7 gennaio dovresti sparire dalla faccia della terra, e non hai ancora trovato una baby-sitter)

ti alzi una mattina, dopo aver curato la piccoletta che alle 4 è arrivata nel lettone con la febbre e la tosse

e ti rimetti a letto, che non stai davvero in piedi.

Chiami l'ing., che è al lavoro e non ti dà retta
(le mogli ammalate non sono contemplate nel pacchetto di acquisto, soprattutto quando i figli sono a casa da scuola)

Arriva la Grande Nonna, in una delle sue giornate creative: questacasafaschifo, quandocambiateildivano, vogliol'acquainbottiglia, dovestalapasta, nonhaiiltèinfré, haimangiatoqualcosachenondovevi, hailacervicale, cosahaimangiato, ibroccolettiinfrigosonocrudi, tiportovialecosedalavare, prendilatachipirina, quellanuovabroccadell'acquaconilfiltroèpericolosa
E tu pensi che 15 km sono il minimo sindacale, avresti dovuto metterne almeno 500, di km, tra te e lei. Però trovi che tutto cià sia estremamente terapeutico, ti fa venire voglia di guarire all'istante.

Pensi a perché cavolo ti sei ammalata il 30 Dicembre, e trovi almeno dieci buone ragioni. Prima tra tutte, l'ardente desiderio di cacciarti sotto il piumone e stare in pace per un pomeriggio almeno, a finire di leggere il tuo libro. Ma chiaramente, anche da malata, questo desiderio non viene esaudito.

E così, con un mal di testa da competizione lasci l'ultimo post del 2009, ripensando a questo anno faticoso e strascicato, se non fosse per questo blog, e per tutte i volti belli e le riflessioni profonde che mi ha permesso di incrociare - e una grande gratitudine nel cuore per tutti coloro che passano da qui.

Buon Anno, davvero (ma davvero davvero).

giovedì 24 dicembre 2009

Buon Natale





"Mamma, ma quando divento piccola Gesù Bambino mi restituisce i ciucci?"

Natale è anche una conquista.

lunedì 21 dicembre 2009

Specchio, specchio delle mie brame, qual è il Blackberry per la precaria del reame?


C'era una volta una mamma precaria.

La mamma precaria stava con un cellulare da 30 €. Prima, stava con un cellulare riciclato dalla suocera.

Voi penserete che questa mamma precaria sia una donna di facili costumi, ma vi sbagliate. Erano sempre loro, i celluari da quattro soldi, che la lasciavano.

Un'estate, si innamorò di un iPhone: era affascinante, non si era mai visto in giro qualcosa simile a lui, quando lo vide era appena sbarcato dagli Stati Uniti e le sembrò bellissimo. Lui le sorrise, e lei rimase incantata. Purtroppo, fu una passione destinata a finire ben presto: lei non poteva permetterselo, e lui se ne andò con il bagnino dell'ultima spiaggia.

Poi comparve lui, il Blackberry. All'inizio lo guardò con sufficienza: che sarà mai? Poi capì che, se lo avesse baciato, si sarebbe trasformato in un bellissimo principe azzurro. Lui sì che era solido, affidabile, senza fronzoli, era lo smartphone da sposare.

Triste e sconsolata, la mamma precaria sedeva davanti al suo PC, meditando sul suo triste destino professionale: quando mai si è vista una precaria con il Blackberry? Ma, all'improvviso, arrivò una mail. Con una proposta di lavoro seria per il 2010.

La mamma precaria, allora, iniziò nuovamente a sperare.

Non aveva scarpette da lasciare in giro (la mamma precaria è attualmente sprovvista di scarpe con il tacco, la poverina, e pensa che prima di conquistare un Blackberry sarebbe meglio ripartire dai fondamentali), e così iniziò ad addentrarsi, scalza, nella giungla delle tariffe.

Alberi di TIM, TIM Flexi, TIMMaxxi, liane Vodafone, succosi frutti H3G: la poverina cercò una mappa, qualche riferimento. Lei non era molto portata per queste cose: aveva da 10 anni una tariffa che non esisteva più, e spendeva davvero poco, in telefonia.

Ad un certo punto incontrò il Blackberry Pearl: era il cugino del principe, le disse che era stato fatto apposta per le donne come lei. Lei tirò dritto, e pensò che questi signori non capivano un'acca, delle donne. Lei voleva il suo principe azzurro.

Si perse nella giungla delle tariffe. E iniziò a pensare che forse era meglio tenersi il vecchio cellulare, almeno fino a quando rimaneva fedele, e andare a prendere un paio di scarpe con il tacco, almeno per Natale. Ma in un angolo del suo cuore, continuava a pensare a lui, al B. Bold. E non sapeva il perché.

Ci sono cose che non ti aspetteresti mai, nella vita. Desiderare un Blackberry è una di queste.

venerdì 18 dicembre 2009

Flashback: una vacanza in Salento


Sto per spegnere il pc, scorro velocemente l'homepage del Corriere prima di andare a dormire. E leggo la notizia dei sette capodogli spiaggiati nel Gargano, con lo stomaco pieno di sacchetti di plastica.



Fa caldo.
Il cielo è azzurro, le pinete profumate, e il mare è blu.
Questa terra mi stupisce per la bellezza del suo mare, per la sabbia bianca, per le pinete che digradano verso la spiaggia, per le distese di ulivi e viti. Per il cibo, per il vino e per il sole.

E tutti i giorni, quando arrivo in spiaggia, mi incazzo.
Ma tanto, eh.
Bicchieri di plastica, sacchetti, posate rotte, pacchetti di sigarette, accendini, tappi di bottiglie, bottiglie. Campeggi abusivi nelle pinete. Camper che invadono i promontori. Casette costruite a ridosso delle antiche torri di avvistamento. Pattume abbandonato.

Il Salento è una terra meravigliosa: mentre mi stupivo per la bellezza del mare, e mi incazzavo, pensavo che in qualsiasi altra parte del mondo, il Salento sarebbe diventato famoso come le Maldive, per dire. Che non ha proprio niente da invidiare alle Maldive, e anzi ha una storia da raccontare. In Italia, è soffocato dall'ignoranza di un popolo (quello italico, appunto) convinto del fatto che seminare sacchetti e rifiuti in plastica sia segno distintivo di una ricchezza finalmente raggiunta. Per non parlare del fatto che seminare cemento pare essere segno di distinzione superiore, e costruire palazzi sulla spiaggia una sorta di benemerenza nazionale, oltre che un sacrosanto diritto.

"Mamma, guarda, ti ho preso un tappo!"
In mare c'era sempre qualche pezzo di plastica da portare via, che io prendevo senza pensarci, solo perché mio padre faceva sempre così. E anche la piccoletta, un bel giorno, è uscita dal mare con un tappo di plastica, piccolo regalo in mio onore.

Come vi immaginate questa terra? Se è vero, come disse Danilo Dolci, che ciascuno cresce solo se è sognato, voi come ve li sognate questi luoghi?
(...)
Chiedo alla mia terra se riesce ancora a immaginare di poter scegliere. Le chiedo se è in grado di compiere almeno quel primo gesto di libertà che sta nel riuscire a pensarsi diversa, pensarsi libera. Non rassegnarsi ad accettare come un destino naturale quello che invece è opera degli uomini.

R. Saviano, La bellezza e l'inferno

Leggevo questo, in una delle spiagge più amate, dove (finalmente!!) anche la nostra piccoletta ha superato la paura del mare. Pensavo a noi, ai miei figli, e sì, anche ai capodogli.

lunedì 14 dicembre 2009

La mamma flessibile risponde sempre al telefono


17:45. Con piccoletta aspettiamo che il piccolo esca dalla lezione di scherma nel maleodorante scantinato della ProPatria. La piccoletta guarda, rapita in estasi, un gruppo di liceali che fanno ginnastica artistica.

Squilla il cellulare, è un numero di lavoro.
E' una cosa che devo sbloccare entro domani, un nuovo lavoro, rispondo.

AltroCapodelTelefono, uomo: "Ciao, tutto bene? Mi cercavi?"
Me: "Sì, tutto bene. Dunque, ti cercavo per due cose..."

"MAMMAAAAAAAAAAAA!!!!!!"

AltroCapodelTelefono: "Ah, ma hai una bimba!"
Me: "Ehm... Sì"
Intanto inizio a fare gestacci alla piccoletta: ssshhhhh, vai a vedere le bimbe, adesso no - ormai possiedo tutta una mimica appresa in anni e anni di telefonate con i pupi intorno.
AltroCapodelTelefono: "Quanti anni ha?"
Me: "Quattro"
AltroCapodelTelefono: "Che meravi..."

"Mammaaaaaaaaa MI SCAPPA LA CACCAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA!!!"

AltroCapodelTelefono: "Dai, allora sentiamoci domani"

Domani? Domani quando?
Riunione alle 9:30
Festa a scuola del piccolo alle 11:30
Ritorno a casa con piccolo
Festa a scuola della piccoletta alle 16:30
Tre telefonate da fare (di cui due almeno tre volte, prima di riuscire a parlare con la persona che cerco), varie ed eventuali


Me: "No... ehm... Senti, volevo solo chiederti queste cose, dunque allora ho parlato con C, come d'accordo..." Prendo la piccoletta e ci avviamo in bagno, le slaccio i pantaloni, la faccio sedere, le chiudo la porta, parlo e ascolto quello all'Altro Capo.

La telefonata procede, ma al terzo "No, ma guarda sentiamoci domani" mi accorgo che intorno a me c'è una baraonda pazzesca: cinque atlete decenni in tutini sberluccicanti sono entrate urlando come delle iene nel bagno.

Tengo duro: "Figurati, non c'è problema", non mollo l'osso, arriviamo al punto due mentre pulisco la piccoletta dalla cacca, le tiro su i pantaloni - ma non oso tirare lo sciacquone in diretta telefonica. La piccoletta corre fuori dal bagno con i pantaloni slacciati e io le corro dietro. Appuntamento fissato.

Me: "Allora ci sentiamo domani"
AltroCapodelTelefono:"Ok, a domani, ciao!"
Me: "Ciao!".

Quelli che stanno all'altro capo del telefono si inquietano sempre, per le penose condizioni in cui tu sei messa mentre interloquisci con loro, non importa che tu sia a casa o alla ProPatria: un bimbo a cui scappa la cacca, due fratelli che si menano a sangue, uno che cade e si spacca un sopracciglio, mentre tu sei al telefono per lavoro, lo trovi sempre.

Appena squilla il telefono, si scatena l'inferno. E' una legge matematica, non c'è niente di cui inquietarsi, uomini e donne che sedete in uffici silenziosi ed ovattati.

Fateci questo favore, non metteteci nelle condizioni di doverci preocccupare anche per voi, mentre vi parliamo e con l'unica mano libera tentiamo di soffocare il figlio urlante, mentre con il piede passiamo lo straccio per raccogliere il latte versato. E' tutto sotto controllo.

domenica 13 dicembre 2009

Shopping natalizio e celebrities de' noantri


"Sei ripetitiva" mi apostrofa la Grande Nonna.
Per la centesima volta, all'ingresso del Disney Store, me ne esco con la solita frase: "Ma possibile che, con tutto quello che fatturano, non possano affittare un negozio più grande?".

Il Disney Store di Corso Vittorio Emanuele è un bugigattolo stretto e lungo che rigurgita merchandising Disney e, alle 13:30 di giovedì 10 dicembre, mamme e nonne assatanate votate alla causa natalizia dei propri pargoli. Oltre alle immancabili sedicenni.

Mentre mi arrabatto nella sezione Principesse, vengo travolta da tre ragazzine.

"Quant'è figo mammamia! Andiamo a vederlo da vicino!!"

Non posso fare a meno di girarmi ad osservare l'oggetto di tali attenzioni. Pensavo a qualche ragazzetto con i capelli impomatati stile High School Musical, e mi ritrovo davanti a Paolo Kessisoglu.

Beh, bello è davvero bello. Intanto, c'ha un fisico della madonnina, per avere 40 anni (avrà 40 anni, no?). Ha delle bellissime mani (porta la fede.... Avete presente la tipica domanda: "cosa guardi in un uomo?!?"). Ma soprattutto: è vestito benissimo. Pantaloni di velluto a costine beige, blazer, sciarpa grigia in tono con il casco (Paolo K. gira in motorino, nel caso interessi), un paio di sneaker scamosciate di una marca così trendy che la sottoscritta, chiaramente, non conosce.

Per non parlare del fatto che sta al Disney Store a scegliere il vestito da Principessa per la (presunta) figlia.

La Grande Nonna, che non ha la più pallida idea di chi sia Paolo K. e comunque, quando si tratta dei nipoti, non guarda in faccia a nessuno, gli sfila da sotto il naso l'ultima pelliccetta di Aurora e ce ne andiamo.

Più o meno lo stesso posto, più o meno la stessa ora, sabato.
Arranco a passo spedito dietro all'Ing. nel nostro sabato di shopping natalizio, siamo in Via dell'Orso. A metà via vediamo una coda molto british, con tanto di transenne. Un fiume di gente.
"Ma cosa c'è?"
"Mah, saranno quelli in fila per entrare nel negozio di Abercrombie&Fitch"
(sappiamo che lo hanno aperto, sappiamo delle code e dei modelli all'ingresso, ma non sappiamo di preciso dove stia, questo posto balzato in testa alle cronache locali)
"Non ci VOGLIO credere. Ci sarà una mostra"
"Credici, caro!"
"Ma figurati..."
(l'Ing. è sempre troppo ottimista, sulle sorti dell'umanità, ma soprattutto per lui abiti, scarpe e gioielli sono di una tale insignificanza, che l'arrivo degli alieni gli sembrerebbe più plausibile di una coda davanti a un negozio di vestiti)

Mentre mi avvicino all'ingresso e intravedo da sopra le teste un modello a torso nudo con addosso una pelliccia, mi si para davanti Zunino IlCostruttore.

Sembra uscito da un film americano Anni Trenta: sguardo torvo, abito scuro, camicia bianca, caravatta nera, un cappotto cammello lunghissimo appoggiato sulle spalle. E un sigaro Avana lungo 15 centimentri in bocca. E' altissimo (ma com'è che sono tutti così alti, nella realtà?) e (cosa che non leggerete da nessuna altra parte, perché sono cose che non si dicono) zoppica vistosamente. E' diretto al negozio, non credo si metterà in coda, però.

L'Ing. è rimasto un po' più indietro.
"Sai chi ti è appena passato sotto il naso?"
"Chi, quello che mi ha dato una spallata con il sigaro?"
"Sì, Zunino IlCostruttore"
"Ma tu lo conosci?"
"No"
"E come fai a dire che è lui?"
"Ma Ing., è su tutti i giornali..."

Il bilancio dello shopping natalizio di questa settimana si conclude dunque con:
celebrities avvistate: 2
regali acquistati: 2
regali ancora mancanti: 10 circa
kg persi arrancando a 2000 all'ora dietro all'Ing: 1
romantiche colazioni da Brek con l'Ing: 1
sosta forzata dell'Ing. davanti alla vetrina di Pomellato: 1
visita forzata della sottoscritta al Darty di San Babila: 1
idee regalo rubatemi dalla Grande Nonna: 2
tempo per acquistare gli altri regali in settimana: 0
tempo per acquistare gli altri regali nel prossimo weekend: 0
ansia per il Natale che si avvicina: 1000.

mercoledì 9 dicembre 2009

In Sant'Ambrogio


Un anno fa, circa. Pomeriggio d'inverno, trascinati dalla Grande Nonna che doveva assolutamente acquistare un paio di pantaloni decenti per il piccolo ing. in via San Vittore. Il piccolo protesta sonoramente (come qualsiasi essere di sesso maschile trascinato inopinatamente a fare shopping dopo una giornata di duro lavoro).

"Dài, ti porto a vedere un posto bellissimo!"

Ci sono posti che mi riconciliano con il mondo, e soprattutto con Milano: uno di questi posti è la Basilica di Sant'Ambrogio. Già da quando scendi i tre scalini per entrare nel grande cortile, è tutta un'altra storia. Per quanto riguarda il piccolo, la tiritera sulla colonna dove il diavolo è rimasto incastrato aveva sortito qualche effetto, ma nella cripta abbiamo raggiunto il clou: quando ha visto lo scheletro di Sant'Ambrogio, il suddetto piccolo è rimasto folgorato. Peccato che non si potesse scendere a fare il giro dell'urna.

"Solo il giorno di Sant'Ambrogio!" ci avvisa il custode. E all'Immacolata, ha poi scoperto la mamma tour-operator.

Ieri, il ritorno a Milano è stato oculatamente deciso in modo da assolvere a questo imprescindibile dovere genitoriale: portare il piccolo, che nel frattempo è passato da Darth Vader a Indiana Jones, costruendo una sua personale sintesi ("da grande voglio fare lo scienziato archeologo") a vedere la salma di Ambrogio.

Arriviamo in Basilica alle cinque, e c'è un gran via vai di gente, bancarelle nel cortile, la Messa che sta per iniziare, cartelli di "Entrata" e "Uscita" e un gran numero di turisti.

Entro pensando al post di Mammasterdam e alla Chiesa di Milano, e scendiamo in cripta.

"Vedi, quello bianco è Ambrogio e questi altri due signori vestiti di rosso si chiamano Protasio e Gervasio" dico alla piccoletta.

"Ah, abbiamo anche scoperto come si chiamano!" sento alle mie spalle con accento modenese: un gruppo di trentenni in gita. Non posso fare a meno di girarmi a guardare chi ha detto 'sta cosa, e loro mi ricambiano con sguardi come a dire: "Beh, che c'è da stupirsi se siam qui e non sappiamo manco chi sono?"

Ci sono un sacco di italiani che pascolano, che entrano dalla parte sbagliata e pretendono di fare il giro al contrario (è un cunicolo, non puoi andare controcorrente), turisti distratti che non si fermano neanche a leggere i cartelli.

E, abbastanza stupefacente per me, ci sono un sacco di immigrati: cingalesi per lo più, ma anche filippini e qualche sudamericano.

E pregano. Pregano davanti allo scheletro di sant'Ambrogio, come ormai lo chiamiamo in famiglia.

Chissà cosa dirà, in che lingua, questa donna a Sant'Ambrogio, mentre la folla le scorre accanto. Chissà cosa penserà Ambrogio, che non voleva neanche fare il vescovo, nella vita.

venerdì 4 dicembre 2009

Che (brutta) aria che tira a Milano


Non condivido le premesse (finiamola di dire che Milano è la capitale economica, per favore), ma ecco un'inchiesta, agghiacciante in alcuni passaggi, andata in onda su CurrentTV il 2 Dicembre.


giovedì 3 dicembre 2009

Per te spegnerei il sole a mezzogiorno


"Ma no, amore, non ti preoccupare, vedrai che si sistema tutto... Lo sai che per te spegnerei il sole a mezzogiorno... ... ... Piccola, questa mattina alzarmi e lasciarti sotto le lenzuola è stato così difficile... Tutto il tempo in ufficio pensavo a te.... .... .... Beh, ti lascio se sei sui mezzi, no, sono a metà strada, sono a Turro... No, lo so che parlare sui mezzi non è piacevole... No, leggono... Amore mio, a presto".

Seduta in metropolitana, volevo (davvero, VOLEVO!) leggere il mio inquietante romanzo sul caso e i fantasmi interiori, ma non ho potuto fare a meno di essere sviata dalla voce soave del mio vicino spilungone con il cappello di lana calato fin sugli occhi.

"Per te spegnerei il sole a mezzogiorno" non me l'ha mai detto nessuno, tantomeno da un cellulare in metropolitana.

Probabilmente sarei scoppiata a ridere in faccia al malcapitato (che non è carino, lo so, e forse è per questo che nessuno me l'ha mai detto).

Forse mi sono persa qualcosa?

martedì 1 dicembre 2009

Pot-pourri novembrino: di Giuliette, Abbracci spezzati e matrimoni (in crisi, ma anche no)


NON LEGGETE QUESTO POST se volete andare a vedere l'ultimo film di Almodòvar, sennò poi ve la prendete con me, e avete pure ragione.

Il fatto gli è che Novembre è il mese in cui la notte, il freddo e i ritmi mentali più lenti prendono il sopravvento. E sta alla fine dell'anno, che è un periodo in cui ti viene, bene o male, da fare i bilanci, e non solo perché ti tocca pagare le tasse. Ma si sa che quando ti metti a fare i bilanci, i bilanci sono sempre in negativo, per lo più.

Il fatto gli è che Novembre è il mese della semina. Rimasi stupefatta, quando la mia ginceologa mi disse che è uno dei mesi più fertili in assoluto, per le donne - e infatti un sacco di bambini nascono ad agosto, o giù di lì. Pensai a quanto l'uomo vive di ritmi profondi e ancestrali, in queste città un po' deliranti. Non ho seminato bimbi, ma molti pensieri, e numerosi stati d'animo. Nuove chiarezze, ripensamenti, poche soluzioni e persone che non ci sono più nella mia vita e che di notte fanno capolino nei miei sogni (stanotte però erano tutti incazzati con me, caspita).

Il fatto gli è che vai a vedere Almodòvar. Gli abbracci spezzati è un bel film d'amore, un po' banale forse, ma ti rendi conto che nel nostro immaginario collettivo il grande amore, da Shakespeare in poi, è l'amore che non hai mai vissuto: è la storia che non è mai iniziata, o che è finita sul più bello. Ma questo NON è il grande amore: il grande amore è quello che passa sopra la solitudine, la noia, i giorni, le pentole che gli avresti volentieri tirato in testa, la voglia di scappare eppure rimanere, il non capirsi, il mollare la spugna e poi riprovarci, se non altro perché sei responsabile di qualcosa nei confronti dei tuoi figli. C'è un bel libro nella mia libreria, che non ho ancora letto, si intitola Se Giulietta e Romeo fossero invecchiati insieme: sai che palle, se fossero invecchiati insieme, non è che ci si può fare un film. Epperò torni a casa dal cinema con un grande senso di gratitudine per l'Ing., per aver saputo esserci, e per questa storia che è il matrimonio, che non si sa mai come va a finire, però è terribilmente vera, e bella.

Il fatto gli è, infine, che vai ad una festa con amici senza prole, e ti accorgi di non essere affatto guarita: hai avuto l'ennesima ricaduta nella tua Sindrome da Peter Pan. E quindi l'Ing. deve trascinarti via per i capelli, perché tu faresti tranquillamente le 4 del mattino. E allora tutta quella gratitudine, per un po' te la dimentichi.

Dicembre inizia, e sarà mese di ponti, salti mortali, regali, Jingle, feste di compleanno per il piccolo, feste a scuola, chilometriche vacanze di Natale, luci e nessuna cupezza novembrina.

martedì 24 novembre 2009

Di leggi e di cultura aziendale (e finiamola qui): il mio part-time vale comunque più del tuo


Ok, basta. Inizio ad annoiarmi da sola ma questa la devo scrivere, a conclusione della riflessione. Il prossimo post sarà una solenne cazzata, perché tutta questa seriosità a Novembre è devastante, anche se ho ben poche cazzate nel taschino, ultimamente. Comunque.

Paola propone di estendere il part-time per legge alle madri lavoratrici, con incentivi di varia natura. Come per la Legge 53 (nella quale peraltro sono stanziati fondi per la flessibilità che sono sempre stati allocati con estrema difficoltà), a parer mio questa cosa rischia di essere un boomerang: come fai ad "obbligare" un'azienda a concedere il part-time alle donne? (è una domanda vera, eh, me lo chiedo sul serio).

Tempo fa feci una ricerca sulla conciliazione famiglia-lavoro in alcune Grandi Aziende della Ricca Città del Nord. Interviste in profondità.

Intervistai alcune madri rientrate dalla maternità: facevano part-time, benedicendo il Cielo di questa portentosa opportunità concessa loro. Una di loro lavorava abitualmente anche da casa, la sera, quando il figlio dormiva: si portava avanti leggendo le email, così il giorno dopo arrivava in ufficio sapendo già cosa doveva fare. In azienda nessuno sapeva che lei lavorava anche di sera: perché se dici telelavoro hai detto quasi una parolaccia, perché è sconveniente farlo sapere, perché temeva che le togliessero il part-time...

Intervistai un sindacalista, perché quando vai nelle aziende a fare queste cose un sindacalista e un Grande Manager che deve controllare quello che chiedi ai dipendenti, te lo ritrovi sempre tra i piedi - e raramente hanno qualche esperienza di conciliazione da raccontarti. Chiesi al sindacalista: "Ma secondo lei il 3% di part-time fissato dal contratto nazionale è sufficiente?" "Certo, mi rispose lui. In fondo, in un team di 10 persone si tratta di 3 o 4 persone, mi sembra più che sufficiente". Al sindacalista avrei voluto rispondere che 3 o 4 persone in un team di 10 fanno il 30%, di part-time, ma non ero lì per far polemiche.

Poi uscii a pranzo con una cara amica single e senza figli, che passò mezz'ora buona a lamentarsi delle colleghe madri: tutte con il part-time, nessuna che poteva fermarsi a fare turni serali (forniscono un servizio fino alle 22, mi sembra), che stavano a casa quando i figli erano malati, quando c'era sciopero, quando nevicava...

Poi intervistai il giovane padre di famiglia. Il quale, ad un certo punto, si scagliò contro le donne che facevano ancora il part-time, pur avendo figli grandicelli. Erano atteggiamenti assistenzialistici che mortificavano le donne e non permettevano alle donne con figli piccoli (nella fattispecie, sua moglie) di ottenere il part-time.

Poi intervistai la giovane mamma che faceva part-time: e mi disse che in effetti era un problema, avere un part-time così rigido, c'erano giorni in cui doveva uscire pur non avendo finito il lavoro, e giorni in cui era in ufficio a far nulla.

Poi intervistai un uomo di 50 anni che aveva chiesto una specie di part-time verticale, per dedicarsi alla Grande Causa Umanitaria. Dopo un lungo sproloquio sul fatto che nel suo lavoro non è importante la quantità di tempo che si sta in ufficio, ma la capacità di creare, e quella non dipende dalle ore che si sta in azienda. Che potersi dedicare alla Grande Causa Umanitaria lo rendeva più contento e più attivo sul lavoro, anche se stava in ufficio meno ore. Alla fine dell'intervista (che le cose più interessanti vengono sempre fuori all'ultimo) mi raccontò che una sua collaboratrice, con un bimbo piccolo, aveva chiesto il part-time. Non le era stato concesso, e lei aveva traslocato in un'altra azienda più family-friendly, diciamo così. Lui rimpiangeva (a parole) la collaboratrice, ma mi guardò dicendo: "Ma capisce?!? Aveva chiesto il part-time PER SEMPRE!!!".

Vi lascio a riflettere sul per sempre, e sul fatto che siamo davvero il Paese dei 100 campanili dove il mio part-time vale sempre e comunque più del tuo, e dove non esiste una cultura condivisa sulle politiche di conciliazione. E (ma questo non lo dico io) qui si continua a ragionare in termini di tempo, e non di obiettivi.

giovedì 19 novembre 2009

Di leggi e cultura aziendale, per un dibattito. Parte prima: storia di Anna e di una legge meravigliosa


Anna ha trent'anni. E' nata a Budapest, e ricorda che era bambina, quando il suo mondo cambiò. E' ingegnere, ha sposato un italiano, ora vive vicino a Milano, in un posto che in inverno diventa grigio, come la sua terra. Lavora come analista in una piccola società, ma ambisce a qualcosa di più. E' andata a fare un colloquio nella Grande Società di Consulenza, per un posto di lavoro che sembra essere fatto su misura per lei. Le sembra che il colloquio sia andato bene, i due consulenti con cui ha parlato sono stati molto gentili, forse un pochino distaccati. "Le faremo sapere", le hanno detto. Poi, però, non ha saputo più nulla.

E' sera, l'Ing. torna a casa e basta guardarlo in faccia per vedere che è stanco.
Stanno facendo colloqui per assumere una persona.
"Come vanno i colloqui?"
"Oggi abbiamo visto tre persone... C'era una ungherese. Bravissima."
"Quindi avete trovato?"
"No. Ha trent'anni e si è appena sposata. Manager dice che se l'assumiamo poi rimane incinta e sta a casa un anno. E poi Grandissima Manager gli fa il culo. E noi siamo daccapo".

La Legge 53/00 è una delle leggi più avanzate, a tutela della maternità.
L'Italia, dopo il Giappone, è il Paese in cui nascono meno bambini.
Il 58,7% dei lavoratori precari in Italia è donna. (Fonte: Yahoo!Finanza)


Questo è solo un post introduttivo. Vorrei iniziare una riflessione, stimolata da tante di voi e dalle posizioni di Paola, sul rapporto tra conciliazione, leggi e cultura aziendale.

Vorrei iniziare parlando della tutela della maternità, perché rimane per me una questione aperta: estendere le tutele per legge diventa davvero un'opportunità, o diventa invece un handicap?

La Legge 53/00 è una buonissima legge: ma c'è qualcosa che non mi quadra, in questa meraviglia, e non so cosa è, o meglio, lo so a pelle ma non a parole pensanti: è la storia di Anna, è la storia di tante di noi.

giovedì 12 novembre 2009

Di mamme e downshifting


Ho letto un libro molto interessante, Adesso Basta! Lasciare il lavoro e cambiare vita: filosofia e strategia di chi ce l'ha fatta. L'autore di questo libro dal titolo wertmulleriano è Simone Perotti, che in una vita precedente faceva il manager. Poi "ha fatto downshifting", che sembra un'altra di quelle cose fighe in inglese che fanno i milanesi.

Invece Simone ha fatto una cosa molto poco milanese, ha mandato tutto all'aria: lavoro, carriera, prestigio sociale. Una cosa di cui un milanese vero non si capacita. Ora vive di mare e di lavoro delle sue mani. E scrive.

Nel suo libro c'è una critica durissima al "lavorare per consumare", al consumismo ma anche al lavorismo forsennato. La cosa interessante è che questa critica non è ideologica o moralistica, ma è una critica strutturale, una critica che viene da uno che "stava nel sistema". Logici e filosofi sanno che non c'è niente di peggio.

Leggerlo, per una che ha rinunciato al suo "posto sicuro" per non dover lasciare la figlia di 4 mesi con la baby-sitter, e alla quale nessuno (ma proprio nessuno, eh) ha detto "brava, hai fatto bene" è stato davvero salutare.

Mi sono vista davanti tutte le donne che hanno lasciato il lavoro, in tutto o in parte, per stare con i propri figli. E ho pensato che tutte queste donne hanno fatto downshifting, con la differenza che non l'hanno fatto per se stesse, ma per qualcun altro molto piccolo. E con la differenza che molte altre donne le avranno guardate storto, che molte compagne dell'università le tratteranno con condiscendenza, che loro stesse si sentiranno a volte "fuori posto", soprattutto in questa città.

Non erano Top Manager, ma vale lo stesso (mi sembra).

Tutte queste donne, in fondo, costituiscono un problema, per il sistema. Sarà per questo che si parla con tanta ossessione del lavoro-delle-donne-e-Pil? No, non è solo per questo, certo, ci sono una marea di problemi correlati (la dipendenza economica, il costo dei figli, la stabilità coniugale ecc ecc ecc ecc ecc). Ma il dubbio, un po' ti viene.

Insomma, tutte queste donne hanno fatto una scelta ben precisa, e forse è ora che sia restituita loro la dignità di questa scelta - il che, a sentire la Trista Ministra Gelimini, non pare proprio - indipendentemente dal fatto che abbiano "un marito che le mantiene" o meno. E' ora che loro stesse si guardino con occhi nuovi e si facciano dire "brava" da tutti quelli che stanno loro intorno.

Così riflettendo, incappo in questo articolo di Gaby Hinsliff, segnalato da Calamity Jane, nel quale la signora si dilunga per pagine e pagine a spiegare i motivi per i quali ha abbandonato il suo meraviglioso, gratificante e all-the-time job (perché quando una lavora sempre, non si può parlare di full-time). E leggevo questo post di Luisa, di cui mi ha molto colpito la rabbia (ha fatto downshifting, Luisa, ma lei non voleva e per la verità non so se possa esistere un downshifting coatto).

E dunque, dopo aver letto Simone, Gaby e Luisa, la domanda che ora mi attanaglia è questa: il lavoro è diventato un disvalore? Perché capite che alla mia etica lombardo-veneta-cattolica, 'sta cosa crea degli scompensi, e seri, anche. E come si cambia, se tutti coloro che se ne accorgono se ne vanno (perché sempre la mia educazione lombardo-veneta-cattolica mi dice che le cose si cambiano davvero solo "da dentro")? Un altro modo di lavorare è davvero possibile?

A queste domande, davvero, non riesco a dare risposta.
E non ho ancora pagato l'F24.

mercoledì 11 novembre 2009

Uno dei tanti post che non ho scritto


Settembre (Ottobre?) 2008, al tempo della Riforma Gelmini.

Premessa: l'Ing. giocava a pallavolo nella squadra dei vecchietti del Gonzaga, una scuola privata di Milano. La maggior parte dei vecchietti pallavolisti è costituita da ex allievi del Gonzaga. A Milano, l'iscrizione al Gonzaga è una specie di eredità che si trasmette con orgoglio di padre in figlio (maschio, generalemte, ma i tempi si sono evoluti per tutti). L'ing., che difende strenuamente e con accanimento la scuola pubblica, era uno dei pochissimi a mandare i figli alla scuola pubblica.

"Ma lo sai che G. mi ha detto che doveva iscrivere il figlio alle elementari al Gonzaga e non c'è più posto? Quest'anno hanno avuto un boom pazzesco di iscrizioni. Tra l'altro, gli altri due vanno già lì e per lui adesso è un bel casino".

Conosco il Gonzaga, e dubito che abbiano davvero rimbalzato il terzo figlio iscritto.

Ma per dire che la notizia di oggi del Corriere Milano, da queste parti circola da un anno. E per dire che se mamma fosse un po' meno noiosa, scriverebbe post più interessanti in tempo utile.

A seguire, i post che ho nel taschino da almeno una settimana:
mamme e downshifting
genitori, scuola e sussidiarietà,
quello che le coppie non si dicono


Ne scriverò, prima o poi. Quando avrò capito come pagare l'F24.

martedì 10 novembre 2009

Mamma è noiosa


Ho il collo rotto. Ho tolto un dente del giudizio. Devo chiamare il fisiatra. Devo andare dal mio medico. Devo pagare l'F24 (online, da me, ti pareva). Devo chiamare quella che non mi ha risposto alla mail. Devo chiamare quella che ha risposto alla mail. Devo chiamare il medico legale. SantaK è latitante da 10 giorni, e in questa casa l'unica cosa che si produce in quantità sono panni sporchi e polvere. Devo preparare un CV "in formato europeo" (a morte chi ha inventato questa tortura) "con scritto Inglese Eccellente, mi raccomando" "Fluente va bene lo stesso?". Ieri piccoletta è uscita da scuola alle 14, perché c'era sciopero. Oggi piccolo ing. è uscito da scuola alle 13, perché il martedì esce sempre alle 13.

C'è la festa di Edu e non mi ricordo quand'è. Ieri sera ho acceso il PC per guardare la mail, e poi mi sono messa a giocare a Farmville. Mi chiama mamma R per chiedermi del regalo, che loro si sono già organizzate. Chiama cognata per dire che cugino è ammalato - niente pomeriggio a casa di cugino. Piccolo deve finire i compiti prima di andare a prendere piccoletta. Giovedì il piccolo va a giocare dal suo amico, ricordarsi di non andarlo a prendere. Lunedì c'è la riunione di classe del piccolo, devo chiamare Grande Nonna per andarlo a prendere a scherma, e organizzare per portarlo. Piccoletta esce da scuola e piange in sterofonia per tutta la via perché vuole un'amichetta a giocare a casa. Piccoletta arriva a casa e piange perché il fratello è arrivato per primo al portone. Martedì prossimo c'è la cena di classe di piccoletta. Piccolo riesce ad incastrare un pezzo di lego minuscolo e devo smontare tutta l'astronave - pippa di mezz'ora sul fatto che il lego va pulito e spolverato. Giovedì prossimo c'è cena di classe di piccolo ing. Organizzo una session culiaria per distratte piccoletta (realizziamo una via di mezzo tra Brownies e Pan di Via degli Elfi, ne mangi due grammi e ti basta per 3 giorni). Piccoletta piange perché vuole cenare in braccio a me. Pippa colossale a piccoletta che deve finirla di lagnare per qualsiasi cosa. Sono le 17.

Mamma è noiosa: si annoia da sola, a setirsi e a vedersi. O forse è solo stanca. Ma è stanca di dire che è stanca: che palle, queste mamme che dicono sempre che sono stanche. E si sente anche un po' stronza, se pensa ad altre mamme che hanno più diritto di lei, ad essere "stanche". Quindi, in sostanza, mamma è proprio noiosa.

venerdì 6 novembre 2009

Beauty Kids, di mamme e di falso moralismo


Non so se avete sentito la notizia del salone di bellezza per bambini che ha aperto a Milano, in Viale Gorizia, sui Navigli. Continuo a leggere post sdegnati di mamme sdegnate per cotanto lolitismo. E a me, quando tutte (ma proprio tutte, eh) iniziano a battere sulla grancassa dello sdegno e del "dove andremo a finire di questo passo", viene la pecolla.

Mercoledì sera la titolare del salone è stata intervistata su Radio Deejay, a Pinocchio, da La Pina, che ascolto sempre mentre affetto cipolle e zucchine e butto la pasta. Non conosco la titolare di questo centro, non so se sia una gran furbona o una maga del marketing, ma la signora ha detto una cosa.

La signora titolare, che ha dichiarato di aver frequentato il centro sociale lì di fianco e di non essere neanche lei tanto d'accordo su questo gusto kitsch delle nuove generazioni, ha detto semplicemente che hanno iniziato a fare questa cosa perché le mamme che andavano "a farsi belle" non sapevano dove lasciare i figli e le figlie.

Ecco, secondo me questo è il punto. Che una mamma che vuole andare a farsi la piega e la pulizia del viso può andarci solo il sabato mattina, perché durante la settimana lavora, o se non lavora e va al centro estetico, non paga la baby-sitter. E (in ogni modo) non sa dove lasciare il figlio. Poi possiamo stracciarci le vesti e dire che le mamme non devono andare a farsi belle, solo home spa, che fa tanto figo. E che lavorano tutta la settimana, il sabato dovrebbero dedicarsi anima e corpo (appunto) ai figli. E che è immorale spendere soldi per far fare la manicure alla bimba di 4 anni (ma se penso a mia figlia, impazzirebbe di gioia). Che questo lolitismo che passa ormai di generazione in generazione è inaccettabile. Che le mamme dovrebbero passare il sabato mattina in Feltrinelli, e non al centro estetico, e il mondo sarebbe migliore.

Va bene, diciamolo. Ma queste mamme, comunque, non "sanno dove lasciare i figli". Con tutto quello che significa.

martedì 3 novembre 2009

In presa diretta: orgoglio maschile di ritorno


A casa tutti e due semi-ammalati (qui circola il virus A, secondo me, ma non diciamolo a nessuno).

I due, chiaramente annoiati dalla montagna di giochi che giace nella loro camera, hanno spostato il divano in mezzo al soggiorno, a mo' di astronave spaziale.

"Mettete a posto quel divano che facciamo l'aerosol!"

Il piccolo inizia a spingere penosamente il catafalco, con la sorella stravaccata sopra.

"Scendi immediatamente e aiuta tuo fratello!!"

"NO! Noi uomini facciamo tutto da soli! Così facciamo vedere a quella giornalista che ha fatto l'intervista a papà, che si sbaglia di grosso!! NOI UOMINI FACCIAMO TUTTO SENZA L'AIUTO DELLE FEMMINE!!"

Vediamo quanto dura.

lunedì 2 novembre 2009

Tracolli finanziari


Sabato mattina, a colazione.
"Mamma, ma se tu sei intelligente..."
"Sìììììììì?" E già mi immaginavo di sentire dal mio piccolo cavaliere qualcosa che avrebbe mandato il mio ego in sollucchero.
"... Perché sei senza soldi?!?"

Oggi, mentre osserva la copertina di una rivista di automobili.
"Mamma, guarda!!!!"
"Che c'è, piccolo?"
"Un'automobile che costa addirittura più del tuo F24!!"

Il piccolo ingegnere, a casa malato nei giorni scorsi, è stato fedele testimone del tracollo finanziario che si è abbattuto sulla sottoscritta, brillantemente appoggiata da un commercialista che dovrebbe essere denunciato all'ordine per manifesta incapacità ad assistere il suo cliente (cioè, sempre la sottoscritta). In compenso, a differenza di sua madre, non arriverà alla tenera età di 36 anni per scoprire l'esistenza di un mostro succhiasangue di nome F24.

domenica 1 novembre 2009

Di Halloween e mostri metropolitani


Halloween è una di quelle (poche) cose che segna un gap generazionale tra i nostri figli e noi.

Da vera bacchettona quale sono, inizialmente questa festa suscitava in me la massima riprovazione: per 4 anni buoni, abbiamo potuto far finta di niente. Poi, pian piano, il piccolo ingegnere ha mostrato sempre più affetto nei confronti di zucche e fantasmi, tanto che lo scorso anno, in un momento un po' difficile per lui, Halloween è stata ufficialmente sdoganato, con tanto di travestimenti fatti in casa e qualche amichetto invitato per l'occasione.

Quest'anno mi sono scoperta a riflettere sugli archetipi che in questa occasione saltano fuori: streghe, fantasmi, folletti, zucche... un bel modo per i bambini, per esorcizzare le paure, per rimanere affascinati dall'ignoto, per sondare quella dimensione fantastica e oscure alle quali dedichiamo davvero troppo poco tempo e attenzione, ormai.

Ieri sera abbiamo "festeggiato" con una Halloween Symphony: un concerto di musica al Teatro dal Verme, prima data di una stagione concertistica interamente dedicata ai bambini (anche l'Orchestra è formata da ragazzi, infatti si chiama I Piccoli Pomeriggi Musicali). Brani recitati e brani musicali, un'ora in tutto: ero molto entusiasta, ho pensato che fosse un bellissimo modo per avvicinare i bambini alla musica (e ricordare ai genitori quanto era bello andare a sentire i concerti al Conservatorio) e al teatro. Lo spettacolo è stato all'altezza delle aspettative (soprattutto perché con tutti quei bimbi in giro, era davvero impossibile pretendere il silenzio sacrale della Sala Verdi), basato proprio sulla paura, e sulla capacità di vincere qualsiasi ostacolo pauroso, con fiabe da vari continenti e filstrocche che hanno fatto centro. Con la musica di Dukas (quella dell'apprendista stregone, per intenderci) che ci ronzava ancora nelle orecchie, siamo saliti in macchina.

In via Broletto, dove da 30 anni ormai campeggia il murale di Armani, ho visto i veri mostri di Halloween: uno scheletro popputo che cercava di azzannare un fantasma muscoloso tutto tatuato.


venerdì 30 ottobre 2009

L'Ing al TG5 (e non è Mannheimer)


Dice che l'hanno avvicinato con la telecamera accesa e che non ha potuto sottrarsi. Pensava che fosse una giornalista di una Tv locale, e poi è finita così.


mercoledì 28 ottobre 2009

Di premi e ignoranza crassa


Non sono mai stata brava a fare i discorsi di ringraziamento, e quando qualcuno mi fa un complimento mi imbarazzo sempre molto, devo essere sincera. E mi stupisco, sempre molto, con la faccia di quella che si guarda in giro e pensa: "Davvero? Io?!?!"

Ma mi commuovo sempre molto quando qualcuno mi fa partecipe del suo mondo, o trascorre del tempo su questo blog e se lo ricorda pure.

Per cui ringrazio davvero Silvietta, Clara e Rosita per il premio-francobollo.





E rilancio a:

MAQ

Vale

BStevens

M di MS

il Prof

Non ho Valentina

Chiara N..

Con licenza di rifare il francobollo, per chi traffica di colori e illustrazione.

Ci ho messo un po' a capire cosa significasse il bollo. E quindi mi sorge spontanea una domanda: è portoghese?!? e perché in portoghese?!?

domenica 25 ottobre 2009

Una mamma al Pronto Soccorso: malata vera, ma sembra immaginaria


Capita.

Capita che è venerdì e mentre stai andando a prendere il nano all'uscita delle 13, improvvisamente il mondo davanti a te si sposta prima tutto a destra, e poi tutto a sinistra. Tiri una capocciata contro il montante della macchina.

"Ma che cazz...?!?!"

Ti giri e vedi un vecchietto su una macchina che sbraita: te lo sei trovato addosso senza neanche vederlo, mentre lui se ne andava bel bello sulla corsia dei tram.

Guardi il volante e pensi che devi trovare qualcuno che prenda il nano, e trovarlo alla svelta. Non sai neanche tu come, recuperi il cellulare che improvvisamente ti si è materializzato in mano, e tenti di scendere dalla macchina, la portiera si apre a fatica.

Intanto arriva il tram, e tu stai bloccando la corsia, accorre la vicina sconosciuta che ti guarda preoccupata e ti dice "Signora, bisogna chiamare i vigili, bisogna chiamare l'autoambulanza, è stato un incidente pazzesco!!!!". La guardi vacua: "Li può chiamare lei?".
L'unico pensiero che riesci a formulare riguarda il nano: chi è già a scuola e lo può portare a casa? Scorri come un'ebete la rubrica sul cellulare e trovi la mamma giusta. Ora puoi dedicarti a quei poveretti che sono bloccati sul tram, e a spostare la macchina ma non troppo, sennò poi i vigli si incazzano.

Chiami l'ingegnere, per fortuna ti risponde.

Arriva l'ambulanza a sirene spiegate, e tu ti vergogni come una matta: ti sembra di essere in una scena da E.R. de noantri, va bene tutto ma non ti sembra il caso, il tuo understatement milanese ne risente, e parecchio.

Quando ormai sei sull'autoambulanza si materializza l'ingegnere.
"Ing., i bimbi, sono con santak ma bisogna pensarci... Quando sono uscita piccoletta aveva ancora 38 di febbre!!"
"Non ti preoccupare, ci penso io".
Ma lo vedi, che è focalizzato sulla trade vigili-assicurazione-carro attrezzi.

Sull'ambulanza inizi a chiamare Santak. Santak, per politica aziendale auto-imposta da se stessa, non risponde al cellulare, quando è da te. Chiami 2,3,4 volte. Niente da fare.

Chiama l'ing. per avere alcuni dati.
"I bimbi?"
"Sono con santak"
"Ho capito che sono con santak, ma santak se ne deve andare!! Deve andare a lavorare, oggi pomeriggio!!!!"
"L'ho detto alla marisa".

La marisa è la portinaia: è pugliese, ma tutti la scambiano per russa. Prima che arrivasse la marisa, avevo una convinzione: in ogni essere umano esiste un barlume di intelligenza. Dopo di lei, ha preso piede un'ipotesi antropologica decisamente più pessimista.

Arrivi al Pronto Soccorso e quando entri per la visita dal medico di guardia, che ha la faccia del Fratello Irresponsabile della tua amica, Santak ti richiama, finalmente.

"Santa! Ho avuto un incidente, sono al PS"
"OSSIGGNORA!!"
"Santa, non ti preoccupare, sto bene... Il nano ha mangiato?!?"
"No, signora!"
Sono le 2 e mezza.
"Allora, Santa, c'è la pasta da fare con il sugo, e la bistecca sul piatto, la vedi?"
"Sìssignora, non trovo pomodoro"
E ti metti a spiegare dove sta la bottiglia della passata.

Il dottore con la faccia da Fratello Irresponsabile ha già deciso che non ti devi essere fatta troppo male, se sei lì a spiegare dove sta la bottiglia della passata, fa finta di visitarti e ti manda a fare le lastre.

Mentre aspetti di fare le lastre inizi a focalizzare tua figlia con la febbre alta, in preda ad una delle sue crisi di acetone, con la marisa che la guarda e le dice: "Sei malataaaaa?!?". Messaggi all'ing: "Sono preoccupata per i bimbi, chiama i tuoi per favore o vai a casa". SMS di ritorno: "Non ti preoccupare, ho chiamato i miei".

A quel punto esci dal PS per chiamare suocera e dare istruzioni su cosa fare con piccoletta. Dopo aver discettato di Tachipirina e Nureflex, chiudi con:
"Suocera, mi sa che i bimbi non sanno niente..."
"Allora bocca cucita! Non diciamo niente!!"
"No, no, diteglielo!!"
Mi immagino solo due bimbi con una madre che è sparita, e nessuno dice loro che fine ha fatto. Io mi angoscerei, se fossi un bambino: o, quantomeno, vorrei sapere che fine ha fatto mia madre.

In quel momento arrivano i vigili per il verbale, due donne.
Ironizzi: "Gestire due figli è come mandare avanti una multinazionale".
Ti guardano come due che non capiscono, e ti senti la solita madre egocentrica che pensa di essere wonder woman. Firmi il verbale, e torni al PS.

Ecco, adesso potresti fare davvero quella che ha avuto un incidente, ha preso una capocciata paurosa, ha male alla testa, alla mascella e alla spalla. Ma nessuno ormai ti crede più.

martedì 20 ottobre 2009

Due o tre cose sui precari in Italia


Qualcuno in Italia si è ricordato che esistono i precari.

E la polemica infuria, come titola oggi il radiogiornale: precari sì, o precari no?

Peccato che il problema non sono "i precari", perché ai precari non fregherebbe un bel nulla di essere tali, se.

Se in Italia non ci fossero gli insider e gli outsider: quelli che stanno dentro un mercato del lavoro iper-tutelato, che non puoi licenziarli, che hanno un sacco di diritti e pochissimi doveri (perché l’Italia è il paese dove chi ha solo diritti e nessun dovere, in genere, fa carriera prima degli altri), e quelli che stanno fuori e non hanno nessuna, nessunissima protezione, solo doveri.

Se il precario non dovesse sfacchinare gomito a gomito con gli indeterminati che non fanno nulla (no, scusate, fanno poco) dalla mattina alla sera (perché secondo me la proporzione precari/fanpochisti, nelle aziende, è direttamente proporzionale: più un azienda non riesce a far lavorare i propri dipendenti, più precari ci sono in quell'azienda). Siccome gli indeterminati non li puoi licenziare, ma nessuno di loro sa fare il lavoro che bisogna fare, perché non prendere uno o due precari? L’Italia è il paese con uno dei più bassi tassi di produttività lavorativa, e i minori investimenti in formazione del personale.

Se precario non fosse uguale a ricattabile, sempre e comunque. E siccome quelli altri, gli indeterminati, non li posso ricattare in nessun modo, con te precario faccio quello che voglio. Posso dirti, per esempio, che non so se ti posso assumere, perché i tuoi figli non vanno alla scuola privata cattolica.

Se il precario, in quanto tale (cioè in quanto costa meno all’azienda), prendesse 3.000 € netti di stipendio al mese potrebbe pagarsi l’assicurazione sanitaria e la pensione integrativa. Dormirebbe sonni tranquilli perché i precari sanno che, se fanno bene il loro lavoro, il contratto sarà rinnovato. Ma se il precario, giacché è tale, è pagato 1.000 € al mese, è difficile che riesca a farsi pure il fondo pensione (non di categoria, e quindi molto più sfavorevole e costoso, peraltro).

Se al precario, per definizione, non toccasse ogni volta ricominciare daccapo. Perché in Italia si ragione ancora a scatti di anzianità, livello (A1, B2, C3… Quadri, chiodi e via dicendo) e se sei precario, ogni volta riparti da zero. E ti può succedere che, dopo aver lavorato per 4 anni con una persona, prima di affidarti un nuovo incarico ti chieda se parli inglese, quando due anni prima avevi scritto un intero documento nella lingua di Sua Maestà. Ma sei precario, si sa.

Se sei precario, non puoi pensare di lasciare il tuo lavoro: perché in Italia, per trovare un altro lavoro, ci si impiega esattamente il triplo che nei paesi dove sono tutti "precari", o comunque il doppio che in tutti gli altri Paesi. Tralasciamo poi il fatto che tu sia donna, in età fertile.

Se sei precario, il sindacato non ti tutela in nessun modo. Non perché non voglia, per carità: ma perché il sindacato è uno strumento del secolo scorso e a te, precario del 2000, non è in grado di dire proprio un bel niente, se non che sono stati firmati degli accordi quinquennali di bilancio, o che l'accordo quadro prevede... E poi il sindacato è troppo occupato a salvare il posto di chi, il posto, ce l’ha e quindi paga il tesserino di iscrizione.

Se hai 35 anni, e ti accusano di essere ancora precario, tu ti dici: "Già, avete ragione. Sarei dovuto scendere in piazza 10 anni fa, non so bene con chi e come, ma sapete com’è... Ero troppo impegnato ad arrabattarmi".

lunedì 19 ottobre 2009

Tarzan a colazione


Ore 9 di lunedì mattina. Al bancone del bar, cerco di mangiare la brioche, leggere il giornale e bere il cappuccio. Contemporaneamente.

Di fianco a me due signori di mezza età (diciamo così), ad un certo punto entra nel mio campo visivo una famgliola felice: mamma che sembra Aida Yespica sobria, con meno tette e meno sedere e soprattutto vestita, papà con il ciuffo fluente, bimbo (o bimba? non si capisce) con cappello e sciarpa di lana: fa freddo, si sa.

Dall'alto del casino che sto combinando con brioche, giornale e cappuccio, li snobbo completamente.

Ad un certo punto sento un urlo terribile e cavernicolo alle mie spalle: UAAAAAAHHHHHHHH!

Mi giro per guardare l'energumeno che ha prodotto questo fracasso. E' la dolce creaturina che ha aperto bocca.

"Oh, ma che carino!!" si avvicina la signora di mezza età "Anche il mio nipotino, sai, è terribile, all'asilo lo chiamano terminator, porta via i giochi a tutti" afferma ad alta voce, come se il nipote treenne fosse stato ammesso ad Harvard.

La mamma di Tarzan gongola, fiera della sua creatura e delle sue doti vocali.
"Va all'asilo?", chiede ancora la nonna di terminator.
"Va al nido, ma solo tre ore" cinguetta la mamma.
"Vero, lolli?"
"Lolli, rispondi alla signora...."
"Lolli?!?"
Lolli non apre più bocca, dopo la performance cavernicola
"Su Lolli, fai vedere alla signora.... What's your name?"
"LLIII"
"How old are you?"
"sgrumpf"
"Where are you from?"
"AAAAAnnnnn"

Pago ed esco, lasciando il povero lolli al suo show, durante il quale ogni risposta sbiascicata viene accolta dai gridolini isterici della mamma cinguettante e della nonna di terminator.

sabato 17 ottobre 2009

L'IKEA non fa bene alla vita di coppia


"I lavori di casa sono la terza causa di separazione, dopo l'infedeltà e i dissesti finanziari"
(cito a memoria da Quello che gli uomini non dicono, su FX il martedì intorno alle 23)


Ci sono tre tipi di uomini IKEA. Il Manager, il Libero Professionista e l'Ingegnere.

Il Manager acquista mobili IKEA esclusivamente per la stanza dei propri figli. Si reca all'IKEA, accompagnato dalla moglie ugualmente manager, una sola volta. Acquista tutto ciò che gli serve (solo gli uomini Manager trovano all'IKEA tutto in una volta sola), paga e prenota il trasporto ed il montaggio dei mobili. Nel giro di una settimana, avrà risolto la faccenda. Time is money, d'altronde. La moglie del Manager risulta l'unica che, finora, non ha maturato alcun pregiudizio sfavorevole nei confronti dell'IKEA.

Il Libero Professionista acquista mobili a casaccio. Al momento di farsi fare la fattura la moglie del Libero Professionista cerca, di sottecchi, di infilarci dentro anche il trasporto e il montaggio. Il Libero Professionista interviene: "Ma no, perché? Lo posso fare io!". A quel punto per il commesso IKEA la questione è risolta: la ditta svedese disincentiva in tutti i modi il trasporto e montaggio dei propri mobili. Il Libero Professionista dunque si mette al lavoro, preventivando di finire nel giro di un pomeriggio: scorre velocemente le istruzioni, e inizia di gran lena. Con due tipi di risultati:
1. Il mobile appare perfettamente montato, ma dopo una settimana inizia a mostrare inquietanti ed inspiegabili segni di cedimento;
2. Si accorge di aver sbagliato in qualche passaggio e abbandona l'opera, d'altronde nessuno è mai puntuale con le consegne e i pagamenti, perché inquietarsi per un mobile IKEA? La moglie del Libero Professionista, dopo due giorni, chiama un amico a finire di montare il mobile.

L'Ingegnere trova nell'IKEA la forma più alta di sublimazione personale. Preferisce andare all'IKEA da solo, ci impiega meno tempo e non è costretto ad acquistare inutili fronzoli per la casa, soprattutto sceglie con cura l'ora, facendo uno studio statistico approfondito sulle abitudini dell'uomo medio italico (l'ingegnere evita come la peste di andare all'IKEA il sabato o la domenica). Una volta acquistata la preziosa merce, in genere abbandona nell'ingresso di casa gli scatoloni per alcuni giorni. Poi, il sabato mattina di buon'ora si mette all'opera: prende le misure, segna, fa le prime prove. Tira fuori la bolla per assicurarsi che le mensole siano diritte, poi va di trapano per mettere i tasselli IKEA. Dopo numerose misurazioni, sembra che le mensole siano a posto. Alla prima tragica prova, però, le mensole iniziano a pendere come la Torre di Pisa. L'ingegnere si reca quindi a cercare consiglio dal ferramenta di fiducia, ma il fine settimana è ormai agli sgoccioli.

Durante il weekend successivo, l'ingegnere smonta di nuovo tutta la stanza, assicurando alla moglie e ai pargoli che con i nuovi tasselli, fornitigli dal ferramenta, le mensole reggeranno. Purtroppo anche questa volta, nonostante due giorni di lavori, misurazioni e prove, le mensole assumono un'aria tragicamente obliqua. Ma l'ingegnere, si sa, è un tipo tenace.

Fa il giro dei Brico e il venerdì sera si è finalmente procurato un tassello speciale di ultima generazione, oltre ad una serie di comunissime zanche, a lungo implorate dalla moglie: a cena, si dilunga a spiegare ai propri figli come funzionano i tasselli, ottenendo l'ammirazione incondizionata del piccolo, mentre la piccoletta si scaccola. Il sabato mattina smonta nuovamente la stanza, e si rimette al lavoro.

Nel frattempo la moglie dell'ingegnere ha giurato che la prossima volta va lei da sola, all'IKEA, e prenota trasporto e montaggio. Con la di lui carta di credito, se il lavoro non è finito entro l'ora di pranzo. Ci sono minacce che funzionano sempre, con gli ingegneri.

lunedì 12 ottobre 2009

La solidarietà delle donne


Adesso ve la racconto io, a modo mio.

Siamo un team di lavoro: un team leader (uomo, chiaramente), la sua collaboratrice ed io. Messa in quel progetto per cause di forza maggiore: il mio "capo" voleva una sorta di watchdog, e quindi mi ha infilato lì. Ero l'outsider, per intenderci. O la tappabuchi, per come la vedo io.

Fatto sta.

Mesi d'inferno: mail mai scritte che sosteneva di avermi mandato, appuntamenti di cui si dimenticava di avvisarmi, lavoro fatto da me che "casualmente" non veniva salvato e finiva nel dimenticatoio. Il tutto, chiaramente, condito dai sorrisi più candidi e dalle formalità più mielose, e da una dislocazione geografica che comprende l'intera Pianura Padana.

Finché. In uno scambio di opinioni sull'andamento del progetto e sulla divisione dei compiti e del lavoro, ho detto in modo chiaro e netto che io NON ero quello-che-voleva-essere-lei, NON avevo nessuna intenzione di diventarlo e nella vita FACCIO tutt'altro, senza peraltro che nessuno me lo chiedesse.

La quiete dopo la tempesta. Nel frattempo lei ha trovato un progetto che le interessa di più: e indovinate chi si smazza il grosso del lavoro, questa settimana.

venerdì 9 ottobre 2009

giovedì 8 ottobre 2009

Psicodrammi settembrini: come complicarsi la vita in cinque semplici mosse


Il ritorno mi porta addosso mal di testa e mal d'anima...


Mossa n.1: avere una scadenza importante per il 14 settembre. A giugno ti hanno proposto di scrivere questo articolo. "Ci sono problemi?" "Noooooooooooooo, figurati". Arriva settembre, e ancora non ti sei organizzata.

Mossa n.2: mettersi a cercare un corso di nuoto il 15 settembre. Vivere a Milano non ti permette di essere una mamma cialtrona quale sei: le mamme milanesi con un lavoro comediocomanda organizzano la vita dei loro figli 6 mesi prima. Ergo, il 15 settembre non troverai più posto per iscrivere tuo figlio settenne ai corsi di nuoto, a meno di iscriverlo in qualche piscina privata con corsi per genitrici danarose, quale tu non sei. Dopo varie gite alla piscina comunale più vicina e una mattina a scartabellare sul sito della società che gestisce i corsi di nuoto, hai trovato una sola opzione.
"Buongiorno, senta, ho visto che l'unica disponibilità che avete è un corso bisettimanale. Volevo sapere se posso iscrivere il bambino e poi farlo frequentare una volta sola alla settimana"
Che tuo figlio peraltro odia andare in piscina
"Signora, è un corso bisettimanale"
"Ho capito, ma..."
"Signora, è un corso bisettimanale"
"Va bene, ma lui il giovedì esce di scuola alle 16:30, posso farlo entrare in piscina alle 16:45? La scuola sta a 10 minuti..."
"Signora, la lezione inizia alle 16:30"
"Sì, ma...."
"Signora, la lezione inizia alle 16:30"
Al che, perdi la pazienza. E ottieni:
"Vado a chiedere alla maestra, è qui, aspetti...... No signora, non si può"
Inizi a pensare che dovrai iscrivere tuo figlio al corso per bambini milionari. Da gennaio, però.

Mossa n.3: chiedere al settenne: "Che sport vuoi fare?"
"Mamma, non voglio fare nessuno sport"
"No caro, fare sport è importante quasi come andare a scuola"
Sei una gran rompipalle. Ma non devi mostrare il fianco alla congenita pigrizia e alla mancanza di spirito agonistico che tuo figlio dimostra. Tale quale a sua madre, mannaggia.
Abbiamo scartato da subito: rugby, pallavolo (con estrema sofferenza dell'ingegnere, ma il piccolo ha detto subito categoricamente di no), calcio (ti sei rifiutata lo scorso anno, e ora non te lo chiede neanche più), e tutto il resto
Abbiamo valutato, in ordine: mini-basket, judo, karate, scherma, di nuovo mini-basket.
Alla fine, una bella mattina il settenne si è alzato e ha pronunciato le fatali parole: "Voglio fare scherma". E scherma sia. Vi risparmio le scenette alla segreteria della scuola di scherma, che a noi Totò ci fa un baffo.

Mossa n.4: avere una figlia che non vuole andare alla scuola materna. E (chiaramente) farsi mettere in mezzo. La piccola principessa è una grande lagna, questo è ormai assodato. MA. Non ritieni normale che una bambina di 4 anni pianga per andare a scuola, quando ha fatto due anni di asilo nido senza versare una lacrima. Non ritieni normale che per la maestra sia normale che i bambini, tutti al secondo anno, piangano a scuola (prima e durante). Non ritieni normale la seguente conversazione:
"Cosa avete fatto oggi?"
"Giocato"
"Con chi hai giocato?"
"Da sola".
Diventi il catalizzatore delle mamme scontente e angosciate come te.
Inizi a considerare l'ipotesi di mandarla dalle suore sotto casa, e lo dici all'ingegnere, il quale, solo a sentire il termine scuola privata, perde il lume della ragione e fa affermazioni del tipo: "E' un problema di mia figlia, che si arrangi": non capisci se il suo inconscio da comunista organico sta lentamente venendo a galla, o se nella sua variegata genealogia italica si possa rinvenire qualche avo genovese non ufficialmente dichiarato. Propendi decisamente per la seconda ipotesi.

Mossa n.5: decidere che anche tu vuoi sistemare casa. Dopo i lavori di luglio decidi che anche la tua casa deve assumere un'aria quantomeno dignitosa: finire di sistemare la camera dei bimbi, sistemare l'ingresso, sostituire il divano, ormai esanime. Ma hai sposato un ingegnere, e adesso sono cavoli tuoi: tra le molte cose che gestisce c'è anche il bricolage casalingo. Con la campagna di settembre, sul Risiko dei lavori casalinghi, hai vinto sulle mensole in camera e sul mobiletto in ingresso. La campagna di Ottobre prevede già un attacco per ottenere alcuni mobili e per il divano, devi radunare le truppe.

Nel frattempo settembre è passato, hai compiuto gli anni, e hai ricevuto in regalo un "trattamento per ringiovanire": a ricordati che è inutile complicarsi la vita per niente.


domenica 4 ottobre 2009

Ma alla fine... E' una questione di donne?

Mentre cercavo un filo rosso per scrivere un post di seguito al post di prima, e una risposta ai commenti, come se avessi un'equazione sottomano e non riuscissi a trovare la soluzione (sensazione a me ben nota, essendo sempre stata una capra in matematica), senza riuscire a formulare un discorso compiuto su dignità, donne e responsabilità sociale, sono incappata in questo articolo pubblicato oggi su Il Giornale.

TITOLO:
CHI VUOLE FARE LA MAMMA DEVE SMETTERE DI LAVORARE
(titolo diversamente riportato poi sull'edizione online)

STRALCIO DI INTERVISTA:
Le mamme impazziscono perché trovano pesante il loro ruolo. Da dove nasce questa angoscia?
«La mia è stata la generazione che ha negato le differenze tra i sessi. Non bisogna confondere: i padri non possono improvvisarsi mamme, e sono le donne che con dei figli piccoli devono restare a casa. È inutile tergiversare, il lavoro full time deve essere una prerogative delle donne senza prole o con figli grandi».

Al di là del fatto che l'ipotesi è inverosimile, per moltissimi motivi, mi ha molto colpito soprattutto il titolo (che non è stato scelto certo dalla giornalista, e che al solito maschera il contenuto dell'articolo, più che spiegarlo). Di nuovo, donne trattate come oggetti: che una faccia la madre o la prostituta, la prospettiva in cui ci si pone è sempre quella. Che differenza fa, in fondo?

Non mi ricordo più chi (perdonate la cialtroneria, accetto suggerimenti) diceva che il rendere l'altro oggetto è un approccio tipicamente maschile, incontrare l'altro come soggetto, femminile (Luce Irigaray?).

Ma se le donne stanno in cucina o in camera da letto, ormai senza differenza di merito, quale potere e capacità avranno di cambiare la prospettiva, prima di tutto riguardo a loro stesse?

Continuo a pensare ai programmi di Lerner e Santoro della scorsa settimana, e continuo a pensare che se ci fosse stata una conduttrice donna, si sarebbe arrivati al nocciolo della questione. Chi mi dice il nome di una conduttrice donna che non sia la Clerici? (bravissima, per carità. Un'altra carriera rovinata dalla maternità)


venerdì 2 ottobre 2009

Ho buttato via... aka: solidarietà alla D'Addario


Ho buttato via un sacco di tempo a cercare un senso ai miei pensieri. Probabilmente qualche ora in più di sonno non farebbe male, da queste parti. Poi ho deciso che non avrei pubblicato questo post. Poi ci ho ripensato. Voglio vedere che effetto fa, e magari non fa nessun effetto. Il bello è che non so neanch'io se essere d'accordo con me stessa.

Solidarietà a Patrizia D'Addario

Ieri sera si è consumato il Grande Scandalo della TV Italiana: la escort del Nuovo Millennio in TV.

Escort è diventato appellattivo corrente e, insieme a trombare, uno dei vocaboli correnti nelle cronache locali, certo: escort è un po' più fine di trombare, diciamocelo, poi è una parola inglese e fa più fighi usarla. Al posto di dott.ssa D'Addario, escort D'Addario: suona bene uguale, in fondo. Fa curriculum comunque, pare.

Il direttore di Libero sostiene che la D'Addario ha alle spalle qualche potenza oscura che tenta di minare il potere di Berlusconi: non lo so, sono italiana anch'io e pure io amante delle dietrologie, ma francamente. Oltre a quei cretini della sinistra, che così sono pure riusciti a tirarsi la zappa sui piedi, non riesco ad immaginarmi nessun altro.

Quando la guardo, io vedo solo una donna ferita, e disperata: ha avuto la chance della sua vita, certo sarà stata aiutata da qualcuno (che se mi presento io in procura mi rinchiudono per infermità mentale, altroché), e se l'è giocata. Vedo una donna che ha avuto l'occasione di conoscere l'uomo più potente d'Italia, il quale ha fatto il galante con lei: probabilmente, lei era abituata ad altri tipi di "relazione". Ha pensato che il Presidente si fosse invaghito di lei, ha immaginato il suo futuro finalmente un po' diverso, ha pensato che tutti i casini che si portava dentro e dietro si sarebbero risolti, con quelli che per alcuni sono solo pochi spiccioli, e qualche aiutino. Invece è stata scaricata, in modo brutale con tutta probabilità, e si è vendicata. Tanto più bello il sogno, tanto più brusco il risveglio.

Belpietro ha attaccato la D'Addario sostenendo che tutti, nella sua famiglia, risultano nullatenenti, e chiedendole come pensava di finanziare il progetto di ristrutturazione del suo stabile: perché notoriamente tanti in Italia evadono le tasse, ma la escort D'Addario deve denunciare all'Agenzia delle Entrate i "redditi da marchetta". Ha parlato anche di finanziamenti di banche, come se non sapesse come si finanziano, in tanti, al Sud. Poi ha iniziato con il lungo elenco delle sue malefatte, denunce, casini vari: con cattiveria, con livore, con voglia di annientare. Alla fine le ha chiesto come si mantiene, in questo momento.

Mi veniva da piangere. Per la D'Addario.
Sarà che ieri, per lavoro, leggevo di una famiglia che accoglieva prostitute. Sarà che sono donna e certi meccanismi di annientamento delle donne li conosco bene, anche solo per empatia, mentre agli uomini sono del tutto sconosciuti, perché loro si fronteggiano ad armi pari, in orizzontale, invece le donne bisogna sempre metterle sotto, in tutti i sensi, giacché di escort parliamo. Perché ho pensato che se il sig. Belpietro avesse avuto davanti un uomo, si sarebbe comportato in modo un po' diverso.

Ora, siccome la D'Addario è una escort (e, come nota lei stessa, tutte sono veline, ballerine, ragazze immagine ma solo lei è una escort, non si capisce come) è politicamente scorretto, da parte delle donne, difenderla: non è certo un modello comportamentale una che ha fatto uso del suo corpo e blablablabla. Ma a me veniva da piangere perché vedevo una donna, con poche difese se non quelle elementari che ha imparato a conoscere (quel mix di furbizia ed ignoranza molto letterario), usata (da tutti) e passibile di maltrattatamento, perché tanto è una escort (prima di essere una persona, e una donna).

Mi è venuto in mente quel Tizio che diceva che le prostitute ci passeranno davanti, in Paradiso.

martedì 29 settembre 2009

Dialoghi milanesi


In bici.

"CAZZO, SEI IN CONTROMANO, SCEMA!!
"ERO SULLE STRISCE PEDONALI, STRONZO!!"

Ma il baldo giovane sull'Audi verde bottiglia era già ripartito, sbattendo la portiera della macchina che aveva aperto apposta per insultarmi.

domenica 27 settembre 2009

Il piacere dell'unicità: la differenza tra figlio n.1 e figlio n.2 (o tra figlio n.1 e tutti gli altri)


Questa sera, il piccolo è a San Siro. A vedere il Milan insieme alla sua maestra e a (pochi) altri volenterosi ultras settenni. L'ingegnere non è stato scelto dalla maestra come padre (ultras) accompagnatore, ed è rimasto a casa a rosicare.

Uscito il piccoletto come se dovesse partire per il militare, la piccoletta, dopo dieci minuti, ha iniziato a chiedere dove fosse il fratello. Poi ha iniziato a rompere, voleva qualcuno con cui giocare. Poi si è infilata il ciuccio in bocca e ha iniziato a lagnare, poi abbiamo acceso la TV per vedere la partita ed è stata l'apoteosi di "voglio vedere mio fratelloooooooo". Chiaramente, non è stata accontentata.

Finché, ad un certo punto, si è placata e si è accoccolata in mezzo, tra me e l'ingegnere. Gustandosi finalmente cinque minuti da figlia unica.

Suo fratello è esattamente il contrario: quando sa che non ha l'amata ed odiata sorella tra i piedi, gode del suo ritorno all'unicità. Ultimamente, la sera, appena capisce che la sorella si è addormentata, sgattaiola giù dal letto e arriva in cucina a chiedere il dolce e godersi cinque minuti da figlio unico.

Non so se essere figli primi sia più facile o più difficle, di certo rimane questa sensazione da "paradiso perduto", quando tutti gli sguardi e tutte le attenzioni erano per te, e il piacere di tornare, anche solo per pochi minuti, unici. E anche da mamma, devo dire, gustarsi i propri figli nella loro unitarietà, cosa rara e preziosa da queste parti, è davvero bello.

giovedì 24 settembre 2009

Lavoro da casa, ossia: quando mi sento più capita dagli uomini che dalle donne


Una delle domande più imbarazzanti alle quali mi tocca rispondere, nella vita, è:
"Ah, ma tu lavori! E CHE LAVORO FAI?!?"

All'inizio tentavo di spiegare.

Un giorno, un amico (ingegnere, pure lui) mi disse: "Ah, che bello. Un'altra che, quando deve spiegare che lavoro fa, non si capisce un cazzo. Come ti capisco".

Al che ho intuito che dovevo sintetizzare il mio lavoro con espressioni efficaci.

"Ah, ma tu lavori! E CHE LAVORO FAI?!?"
(con estremo imbarazzo) "Ehm... Scrivo"
"Sei giornalista?"
"Veramente no"
"..."

No, non sono giornalista e no, non sono Jane Austen.

Quindi, ultimamente, ho cambiato tattica.
"Ah, ma tu lavori! E CHE LAVORO FAI?!?"
"Lavoro da casa"

Al che.

Donna, single/sposata/senza figli/in carriera:
"Ah"
Sottotitolo: che sfigata, non mi interessi, non hai un lavoro dignitoso, frequenterai solo mamme pallose, di te non mi posso servire in alcun modo.

Donna, madre/lavoratrice full time/part-time:
"Ooooooooh che meraviglia non sai quanto ti invidio..."
Sottotitolo: aspetta un po' che ti sistemo facendoti pesare tutti i miei doveri e tutti i miei privilegi di donna a tempo indeterminato che prenota le ferie con sei mesi di anticipo, perché tanto so che lo stipendio lo prendo

Uomo, single/in carriera/padre/marito/divorziato/gay:
"Ma come fai?!?"
oppure
"Ma... Riesci?!?"

Ecco, questo è uno dei tanti momenti in cui mi sento capita più dagli uomini, che dalle donne.

giovedì 17 settembre 2009

Il senso di colpa delle madri inesperte e abbandonate. Breve saggio sull'arte di martoriarsi


Martedì, piove. Rientro a casa alle 13 con il piccolo. Apro la porta di casa, entro, metto l'ombrello nel portaombrelli, appoggio le cose. Il piccolo non entra, come al solito: uno dei passatempi preferiti dei miei figli è gironzolare e nascondersi sul pianerottolo.

Esco a cercarlo, lo trovo sulle scale con il cappuccio della felpa tirato in su. Mi avvicino e lo chiamo per entrare, è di schiena. Lo giro e mi accorgo che sta piangendo. "Perché piangi?!?", gli alzo il viso e vedo... Colare un sacco di sangue.

Ok, niente panico.

Lo prendo in braccio, lo porto in bagno cercando di non sgocciolare sangue ovunque (che sennò mi tocca anche pensare al parquet), lo pulisco, e quando togliamo tutto il sangue vedo che ha un taglio, non molto grosso ma profondo, in testa, all'altezza dell'attaccatura dei capelli. A parte il taglio, mi sembra che stia benone, e che si sia spaventato più per il sangue che per la botta.

E' andato a sbattere contro l'angolo di una colonna del muro del pianerottolo, una cosa che sta lì più o meno da 70 anni.

Lo calmo, lo coccolo, asciughiamo il sangue che cola.
Non so che fare.

Mi viene in mente di una compagna di classe del piccolo che si era fatta male al sopracciglio. La mamma mi raccontava che aveva perso un sacco di sangue ma che il marito, medico (fisiatra), una volta considerata la ferita e visto che smetteva di sanguinare, non l'aveva portata a mettere i punti.

Temporeggio, mettiamo il ghiaccio (che oltre al taglio c'è anche la botta), mangia, lo medico di nuovo, gli metto il cerotto.

Chiamo la pediatra, sono le 14:15, dovrebbe essere in studio. Non risponde.

Toh, che strano.

Alla fine mi sembra stia bene, usciamo a prendere la piccola, e a fare un sacco di commissioni (lenzuola di quando hai disfatto i letti e ti sei accorta che le uniche altre lenzuola sono ancora a lavare e/o a stirare, chi lo sa, spesa di quando hai finito anche la carta igienica, cartoleria del secondo giorno di scuola, il tutto sotto la pioggia). Arriviamo a casa, ceniamo, incrocio l'ingegnere, esco di nuovo.

All'alba di mezzanotte, l'ingegnere mi fa:
"Ma esistono anche i cerotti fatti apposta per rimarginare le ferite, li vendono in farmacia"
"Ah"

Mercoledì mattina. Mi alambicco su quando portarlo in farmacia: di mattina no, il pomeriggio deve andare dal suo amico a giocare, quando riesco ad uscire dalla casa del suo amico sono le sette passate, è tardissimo, sta bene, torniamo a casa.
Mercoledì sera guardiamo la ferita: una ciocca di capelli si è incollata alla ferita, provo a toglierla tamponando con un batuffolo di cotone imbevuto di alcol, ma la ferita fa ancora male e il piccolo scappa. L'ingegnere inizia a dire che bisogna toglierla, chiaramente ormai ci vuole un intervento semi-chirurgico.
Mentre guarda The Mentalist, con una che è ricoverata all'ospedale, mi dice:
"Vedi?!? Quelli sono i cerotti che ti dicevo!"

Giovedì mattina, oggi, chiamo la pediatra.
Le spiego la faccenda e lei mi dice:
a. che per i capelli non succede niente, di lasciarli dove stanno
b. che fare i punti o mettere la colla (la colla?!?) ormai non serve a niente, tanto dopo 3 giorni (veramente è un giorno è mezzo) il processo di cicatrizzazione è già iniziato
c. che bisognava prendere i lembi della ferita e accostarli subito
d. che "gli rimarrà il segno..."

"Quindi, dovevo portarlo al pronto soccorso a mettere i punti?"
"Eh sì, signora, era meglio. Ma ormai è inutile"

L'ineluttabilità del mio sbaglio mi schiaccia, e pian piano il senso di colpa e di incapacità si impadroniscono del mio stomaco e della mia testa. Senso di colpa perché la maggior parte dei miei pensieri è occupata da un lavoro che devo chiudere questa settimana, e al quale sto cercando di dare un senso compiuto: ieri ero talmente felice di avere ben 7 ore filate per poter lavorare, per la prima volta da circa un mese e mezzo, che non ho pensato a nient'altro. E quindi penso a me, non a mio figlio. Senso di inadeguatezza perché sono una madre che non è capace di soccorrere il proprio figlio, sebbene solo leggermente ferito, che non l'ha portato né al pronto soccorso né in farmacia, che gli lascerà per tutta la vita la cicatrice della sua incapacità e della sua superficialità. Ora chiaramente si affacciano alla mia mente le ipotesi più funeste: infezioni, tetano, di tutto.

Penso allo sbrego che ha sul naso, frutto di una lotta con i peluches dell'IKEA a casa di un suo amico: ecco, anche in quel caso ho lasciato che la ferita si chiudesse da sé, e infatti ha ancora il segno dopo 9 mesi...

Due cicatrici. E non ha ancora sette anni. Ed è tutta colpa mia. Due cicatrici, per non parlare di quelle che non si vedono.

lunedì 14 settembre 2009

Cara Gelmini, ti scrivo


Questa mattina abbiamo puntato la sveglia alle 7.15 per tutti, e quando ho aperto gli occhi e ho sentito il rumore della pioggia, ho pensato che sì, era proprio il primo giorno di scuola.


«Ci sono alcuni dirigenti scolastici e insegnanti, una minoran­za, che disattendono l’attuazione del­le riforme». In che senso disattendo­no? «Ad esempio vogliono mantenere il modulo anche se il modulo è stato abolito con il passaggio al maestro unico prevalente». Alcuni docenti, co­me sa, non condividono la riforma. «Criticare è legittimo ma comportarsi così significa far politica a scuola e questo non è corretto. Se un insegnan­te vuol far politica deve uscire dalla scuola e farsi eleggere. Quella è la se­de per le sue battaglie, non la catte­dra », Corriere 14.09.2009


Cara Mariastella, abbiamo la stessa età, diamoci del tu. Abbiamo la stessa età ma, chiaramente, abbiamo vite diverse: tu gestisci la scuola, io i miei figli ce li mando, a scuola. Mio figlio frequenta il modulo, felice di farlo: per lui, quei due pomeriggi a settimana di libertà sono preziosi: non avevo mai riflettuto sulla differenza tra modulo e tempo pieno, la scelta mi era del tutto indifferente. Siamo stati costretti a scegliere il modulo, unica alternativa per inserirlo nella scuola che desideravamo, e ne abbiamo scoperto le potenzialità. La preside ci ha assicurato che, anche con la riforma, l'orario dei bambini che avevano già iniziato la scuola non sarebbe cambiato.

La piccoletta farà il tempo pieno: il numero di rientri pomeridiani fissati dalla riforma è decisamente troppo, da gestire, per una mamma squattrinata che lavora da casa come me e che non si può permettere la baby-sitter tre pomeriggi la settimana.

Tu volevi il maestro unico di riferimento: quest'anno mio figlio avrà un numero imprecisato di maestre (chiaramente, non sappiamo ancora quante). La docente di italiano ha lasciato la cattedra: con la riforma e i vari pastrocchi, le era rimasto un numero così esiguo di ore che ha preferito andare a fare l'insegnante di ginnastica alle superiori. Dal che deduco che, neanche alle superiori, l'ora di ginnastica ha alcun valore: nella nostra scuola, la preside impegna le sue esigue risorse per pagare un insegnante di ginnastica che, per due mesi all'anno, prepari i bimbi ai giochi sportivi scolastici. E allora, da mamma cattolica, ti chiedo: perché gli insegnanti di religione sì e quelli di ginnastica no?

Tu dici che i presidi che non hanno attuato alla lettera la tua riforma fanno politica: io dico che cercano di barcamenarsi, di portare avanti un percorso iniziato in prima elementare (perché, lo so che ti parrà strano, ma il modulo c'era prima che tu ci fossi) senza gravare eccessivamente sulle spalle delle famiglie (leggi mamme) italiane, e cercando di assicurare un minimo di continuità scolastica. Possiamo chiamarla anche disobbedienza civile, credo. La preside della scuola di mio figlio è tutto, tranne che una politicante: è una donna di un certo buon senso.

Cara Mariastella, in base alle tue affermazioni, in qualità di Ministro dell'Istruzione dovresti licenziare una buona parte di docenti universitari, e non di maestri e presidi della scuola elementare. Vogliamo parlarne?

Buon anno scolastico, cara Mariastella.

martedì 8 settembre 2009

I compiti delle vacanze


Ci sono bimbi che, appena finita la scuola, si sono messi a fare due schede al giorno e a leggere i libri che le maestre hanno assegnato.
Ci sono bimbi che hanno imparato a scrivere in corsivo.
Ci sono bimbi che hanno letto dieci, venti, trenta libri.

E poi c'è il piccolo ingegnere.
Lasciato allo stato brado per tre mesi, da una madre che francamente non c'aveva voglia: 130 schede, raccolte sotto l'accattivante titolo estivo "Fragola e Limone", a parer mio equivalgono ad un omicidio premeditato di minore (non so se la minore età costituisca un'aggravante, comunque).
Autorizzato a leggere solo quello che gli andava: Topolino, per lo più, Star Wars e qualche fumetto di Batman, previo nulla osta dell'ingegnere. Un solo libro di Kattivik, letto a fatica. Scartati tutti i libri che non contenessero figure, ad alleviare la pena di tutte quelle parole messe insieme. Perfino quelli di Scooby Doo.
Improvissamente ripiombato, in questa mattinata di settembre con la piccoletta all'asilo, nella cruda realtà: dopo il confronto con le altre mamme, anche la sottoscritta ha assunto un atteggiamento un poco più intransigente.

In un'ora abbiamo fatto due schede di matematica.
Abbiamo disegnato dieci fulmini, che sennò i bimbi faticano, a contare fino a 10.
Abbiamo raggruppato decine di fiori, limoni, pesciolini, e disegnato le palline delle decine e delle unità sull'abaco.
Ho iniziato a spazientirmi.
Sentivo le energie che improvvisamente mi abbandonavano.
Abbiamo attaccato con una scheda di italiano: bisognava scrivere in stampatello minuscolo.
"Mamma, ho mal di pancia"
Oddio, gli ho fatto venire l'ansia e adesso ha le coliche.
"Mamma... mi scappa la cacca"
E così, finalmente, il piccolo ha trovato una via di scampo.
La mattinata si chiude quindi con un bilancio positivo: abbiamo trovato il rimedio più efficace contro la stitichezza del nano.

venerdì 4 settembre 2009

Cenerentola vs. Star Wars: chi fa più paura?


Esterno giorno, mentre veniamo via dalla spiaggia.
"Papi, ma SE LA MAMMA MUORE, tu non ti risposi, vero?"

La piccoletta è cresciuta a pane e Star Wars.
Prima delle vacanze, al fine di darle un'educazione più consona al suo status e alla sua età, le ho letto un paio di volte Cenerentola.
Ma forse è meglio tornare ad Anakin e compagnia bella.

mercoledì 2 settembre 2009

The Honest Scrap Award



NonhoValentina mi ha passato il testimone dell'Honest Scrap Award, lanciato da Mamma Cattiva, e con molta gioia lo rilancio. Ho dovuto pensarci un po' su, perché in questo momento di caos i neuroni, evidentemente, sono ancora in vacanza. Ma ecco 10 cose di me.

  1. Sono un'instabile: se penso a me 10 anni fa, stento a riconoscermi. Ho cambiato idea su tutto, o quasi.

  2. Sono un'intollerante: le mie intolleranze alimentari includono quasi tutto ciò che si mangia, dallo zucchero bianco, al frumento, al vino (sic).

  3. Mai avuto l'istinto materno. Mai sdilinquita davanti a un neonato, neanche da mamma.

  4. Sempre avuto un diario. La mia Smemoranda dell'ultimo anno del liceo è durata 15 anni, dovrei buttarla. Non ne ho il coraggio.

  5. Mai pensato di aprire un blog.

  6. Sempre pensato che il cielo stellato è ordinato. Parlatene con un ingegnere: vi dirà che è disordinato e inizierà a fare strani discorsi sull'entropia dell'universo.

  7. Mi rilassa guardare il mare.

  8. Mi stressano le vacanze estive a Milano con i bambini e io che dovrei lavorare a casa.

  9. Da quando sono mamma, mi sento sempre un po' in colpa: capisco di aver commesso molti sbagli, e di commetterne in continuazione.

  10. Da quando sono mamma, ho capito che non si può sempre dare la colpa di tutto alla mamma: per quanto pessima possa essere stata la tua mamma, ha fatto quello che ha potuto.


Ora, il passaggio di testimone:
a Lanterna de Il mignolo con il Prof
a Maq di Io sono leggendo
a Manager di Me Stessa
al Presti di Le vie del Prestipino
a Mi sono pensata addosso
a MammacheFatica!

domenica 30 agosto 2009

Ritorno a Milano


Milano non ti dà mai il benvenuto. Milano è sempre un po' incazzosa, e di fretta. Milano sembra guardarti dall'alto in basso, come se ti chiedesse: "Ma sei proprio sicura?!?".

Oggi, alle 17.00 in punto, la famigliola rimette piede in casa. Quella di Milano.

Che, per la piccoletta, casa è dove si dorme: concetto diventato un po' aleatorio, in queste tre settimane di vagabondaggio.

Entro in cucina, a piedi scalzi. Il pavimento è appiccicoso.

Strano, penso, eppure mi sembrava che fosse pulito, quando siamo partiti.

Traffico, svuoto borse, ripasso in cucina. Mentre fisso il pavimento, cercando di mettere in fila le cose da fare e chiedendomi, in un angolo della mia mente, perché mai il pavimento sia appiccicoso, vedo per terra un tappo. Un tappo di una bottiglia di vino. Lo osservo, come si osserva una cosa strana: come ci è finito qui, questo tappo?

Non si capisce come i neuroni ricresciuti al sole del Sud facciano così fatica ad incontrarsi, ora che siamo giunti al dunque e devono servire a qualcosa.

Ma ecco, improvvisa, l'illuminazione: con il caldo è esplosa di nuovo una bottiglia di vino!!

DI NUOVO. Le bottiglie di vino stanno in un pensile sopra il frigo. Nei momenti meno propizi, tipo a luglio quando una è al quinto mese di gravidanza e ha la massima a 80, scoppia una bottiglia, o parte un tappo. In genere, quando non c'è nessuno in casa, in modo che nessuno possa intervenire prontamente.

Apro l'armadietto, implorando e imprecando nello stesso tempo: è partito il tappo di una bottiglia di pinot nero, che si è riversata per metà nel frigorifero e nel congelatore, lasciano la sua bella patina di appiccicaticcio. Almeno, niente pezzi di vetro da raccogliere.

Bel regalo di benvenuto, porcaccia la miseria.

A questo punto si risveglia la Cesira che è in me: armadietto, frigo, e congelatore, niente rimane immune dalla furia domestica. Quando apro il congelatore e vedo le stalattiti, decido che è il momento di spegnerlo e pulirlo. Ora o mai più.

Abbandono le stalattiti agli effetti del riscaldamento globale e calcolo che, nel frattempo, posso andare a fare la spesa della sopravvivenza. Con piglio milanese, prendo la skassona e vado all'Esselunga di Viale Piave, che tanto la domenica è sempre aperta.

Ora, narrano le leggende milanesi che, come l'Esselunga di Viale Papiniano è il luogo d'elezione per abbordare, così l'Esselunga di Viale Piave è il paradiso della spesa di modelle, modelline, bellezze radical-chic e fighetti milanesi, che tra l'altro vanno lì di fianco a fare l'aperitivo. Ma figuriamoci se dopo tre settimane di latitanza ci penso.

E così arrivo all'Esselunga con le mie ciabatte di cuoio, i piedi ancora sporchi di sabbia rossa del Giglio, l'occhio pallato e le mani di una che ha appena ripulito il mobiletto dei vini senza guanti, ed eccoli lì, tra la folla di extracomunitari e di turisti sperduti: loro, eteree fanciulle con la coda di cavallo perfetta e bionda, il trucco leggero, le pashmine, le tute in ciniglia beige, le ciabattine con gli strass, e loro, giovani e vecchi con il ciuffo fluente, le camice di lino (quanto tempo era che non vedevo un uomo in camicia?!?) e i pantolini lunghi. Tutti abbronzatissimi. Ecco il cretino sulla Smart che ti si piazza nel sedere anche se ha capito perfettamente che devi posteggiare. Ecco quello che sull'ascensore non sapeva se farti passare o meno, ma poi è andato lui.

"Ha la Fidaty?"
"Signora... Ha la Fidaty?"
"Signora?!?"
Sta parlando con me.
Faccio un sorriso al cassiere come una che ha perfettamente il controllo della situazione, lui mi guarda con uno sguardo tra il divertito e il compassionevole: "Eh... Stava pensando!".
Allungo Fidaty e carta di credito, e me ne vado.

Com'è faticoso, certe volte, vivere a Milano.

Torno a casa, abbandono la spesa accanto alle valige e faccio per andare a prendere da bere. Questa volta, metto il piede in una pozza d'acqua.

Welcome home, lorenza.

giovedì 6 agosto 2009

Rehab


Vado in rehab.

Vado a disintossicarmi da tutte le incazzature, per prepararmi alle mille incognite di settembre: e so che una volta passate Parma e Bologna, mi lascerò alle spalle molte frustrazioni.

Vado a coltivare tutti i neuroni che ho bruciato quest'anno, al sole del Sud. Che con il sole del Sud anche i neuroni crescono meglio, come le melanzane e i pomodori.

Vado a fortificare l'animo: senza PC, senza connessioni. So già che in un paio di occasioni avrò la possibilità di connettermi, e non so se resisterò alla tentazione.

Insomma, andiamo qui. E spero di godere davvero di questa magia.


Foto: Flickr

A settembre, tonici e disintossicati (non vedo l'ora di riaccendere il PC... Sarà terribile, questa rehab)

lunedì 3 agosto 2009

Federica Pellegrini, Luca Marin: quando lei è Wonderwoman, e lui non è Superman


I viaggi in macchina, quando i bimbi dormono o sono presi a fare altro, e quando non c'è coda e all'ingegnere iniziano ad uscire i fumi dalle orecchie ed è troppo preso ad incazzarsi per ascoltare alcunché, sono uno dei momenti più intimi nella nostra vita di coppia. Intimi nel senso che parliamo.

Ieri sera l'ing., a un certo punto, se ne esce con:
"Sai che Marin forse non si qualifica neanche per la finale? Nell'intervista ha detto che ne avrebbe parlato con il suo allenatore, per aggiustare le cose, magari si ritira..."
"Beh, ma è giovane!"
"Sicuramente è anche una questione psicologica..."
"... La Pellegrini in questi mondiali è stata davvero eccezionale..."
"Sì, è come stare con Wonderwoman, ma tu non sei Superman"

Parola di uomo: massima solidarietà maschile al "malcapitato" Luca Marin, che è andato a trovarsi una fidanzata tanto più brava di lui.

Perché l'inverso non vale: Superman sta benissimo con la segretaria, è Wonderwoman che non si metterebbe mai con il garzone. O, al massimo, se si mette con il garzone, nel giro di tre puntate si scopre che ha dei superpoteri eccezionali, oppure che è miliardario. La parità vale quasi sempre, e solo, in questa direzione.

Parola di donna: complimenti al coraggio di Luca Marin, che è andato a trovarsi una fidanzata tanto più brava di lui. Ma soprattutto, in bocca al lupo: dato che questa sceneggiatura non è scritta da un uomo, siamo curiose di vedere come andrà a finire. E di vedere se, anche in questo, avete qualcosa da insegnare a noialtri.