venerdì 4 ottobre 2013

C'era una volta un blog, seduto sul sofà (feat. The Social Killed the Blog Star)

La prima testata del blog


C'era una volta un blog, seduto sul sofà, che disse alla sua bella: "Raccontami una storia"
E la storia cominciò.

La storia cominciò, ma poi a un tratto successe che la bella del blog iniziò a perdere le parole.
Una per una: una parola veniva lasciata nello straccio della polvere, una nell'andare a prendere i bimbi a scuola, un'altra in una fine, una quarta al recinto dei cani, la quinta su Instagram, e poi una ancora una parola per un pomeriggio con i figli, e almeno altre dieci su Facebook, una quindicina su Twitter, la trentunesima al bar con le mamme, la trentaduesima e la trentatreesima il primo giorno di scuola, e dalla trentatreesima alla quarantesima a preparare pranzi e cene, la cinquantesima a scrivere, la sessantesima ad ascoltare, e poi ancora altre dieci parole a fare lavatrici, e altre venti a ragionare con se stessa, leggendo quello che intorno a lei tutti opinionavano su Twitter e Facebook, e tante, tante altre parole le perse guardando i suoi figli che crescevano e quello che le accadeva intorno.

E così, la bella del blog rimase pian piano senza parole.
A quel punto, non le rimaneva che canticchiarsi una vecchia canzone: Ho perso le parole/Eppure ce le avevo qua un attimo fa/Dovevo dire cose/Cose che sai, che ti dovevo, che ti dovrei/Ho perso le parole, può darsi che abbia perso solo le mie bugie, si son nascoste bene/Forse però semplicemente non eran mie

Un po' ci era il fatto che la bella, davvero, non trovava il tempo di scrivere. Forse era stato proprio il tempo a portarle via le parole, chi può dirlo. Che la decrescita infelice che tanto bene ci racconta Barbara, ha anche questo inghippo - e potete vedere da voi, come usa bene le parole Barbara.

Poi ci era il fatto che la bella si guardava intorno, ed era perennemente grata ai web e ai social, ma un po' era  anche stordita da questo continuo vociare su tutto e tutto e tutto, e iniziava a chiedersi che peso stessero assumendo le parole, proprio quelle che non trovava più, fino a quando è incappata nel martirio mediatico del Beato Guido il Pastaio, reo di aver pronunciato alcune parole pericolose, quelle parole che oggi sono proprio perse, nel senso che non si sa bene che significato avranno tra un po' di tempo e di certo non si sa che significato hanno oggi  - e la bella non poteva non pensare a quando le parole latine, pian piano, furono svuotate del loro significato e riempite di significati diversi. E invece assisteva a una parodia dell'isteria del Pensiero Unico, da una parte e dall'altra, e pensava proprio che Twitter aiuta le rivoluzioni, se le persone hanno in testa la rivoluzione. Ma - e se le persone invece hanno in testa solo stereotipi e confusione, e neanche più parole da scambiarsi?

E quindi la bella  non era stata una blog star e non sarebbe diventata una social star, questo era poco ma sicuro. Ma il fatto era che c'erano in giro un sacco di parole scritte tanto per scrivere, che non pesavano un quarto di una parola detta per essere vissuta. E forse il problema era tutto lì, lei era troppo presa dalle parole da vivere.

E così la bella aveva in mente delle parole, le erano anche rimaste impigliate nella tastiera, ma poi vide cose come quelle che accadono davanti alle nostre coste, che la lasciarono di nuovo senza parole. E ancora una volta le veniva in mente di grandi movimenti di migranti del passato, che era un tempo in cui così in tanti avevano perso le parole, che sappiamo ben poco di quello che succedeva.

E poi perdeva le parole che le rimanevano ancora da scrivere, perché era tardi e doveva proprio scappare. Era indecisa, se pubblicare questo post o no, e poi schiacciò sul tastino arancione.

E la storia cominciò.

mercoledì 26 giugno 2013

Email Etiquette. Otto basilari regole per lavorare via mail

Nessuno, quindici anni fa, ci aveva detto che un giorno ci saremmo strafatti di email. Perché non ci sarebbe stato più il vicino di scrivania ma un gruppo inconsulto di persone sparpagliate ai quattro angoli dell'ufficio, quando va bene, che lavorano sullo stesso progetto.

Le norme civili della buona educazione ci sono state insegnate, più o meno, fin da piccoli (il risultato di tali insegnamenti vacilla paurosamente quando pranzo e ceno con i miei figli, a dirla tutta)

Nessuno, però, si è preoccupato di farci capire che le buone maniere servono, anche e soprattutto, per iscritto. E quindi, quando tra cent'anni scoveranno in qualche server sperduto nel deserti americano le nostre email, penseranno che eravamo dei veri barbari, verbosi da morire e senza la minima educazione.

E così, dopo centinaia e centinaia di mail scritte e lette, ho pensato di fare sintesi in un post dedicato alla Email Etiquette, argomento forse un po' vecchiotto ma (a giudicare da quel che leggo) largamente attuale. Inizio io.

1.Salutate (lo fate, quando incontrate una persona?)
Non è necessario iniziare sempre una mail con "Carissimo" e "Gentilissimo" (termini abusati soprattutto in quegli ambienti in cui ci si accoltella a piè sospinto alle spalle, facendo finta di essere tutti buoni). Basta "Ciao", o (se si è molto incavolati) anche solo il nome della persona alla quale è indirizzata la mail (ti faccio capire che sono incavolato ma mantengo il giusto contegno). La stessa cosa vale in chiusura: quando ve ne andate da un posto, lasciate tutti senza dire niente? La mail è una conversazione, e come tale va gestita.

2. Utilizzate "grazie" e "prego". Fidatevi, non hanno mai ucciso nessuno
Questo rimane in assoluto il punto fondamentale di queste mie imprescindibili riflessioni. Usate la buona educazione, non costa niente. Davvero, è a gratis, credeteci.
E poi, mantenere un tono cordiale, anche se strangolereste chi vi sta scrivendo, aiuta. La buona educazione, in genere, aiuta a superare i differenti punti di vista e permette la convivenza civile. In fondo, pensateci: lavorando via mail potete leggere, iniziare a infuribondirvi, andare in bagno, urlare, e poi risedervi di nuovo al vostro PC e scrivere la mail più gentile e cordiale che vi esca dalla tastiera. In un meeting, non potreste giocarvi questa chance e sareste comunque obbligato a comportavi in un modo socialmente accettabile. Quindi.

3. Imparate a utilizzare i cc. Con parsimonia, e quando serve
L'utilizzo del cc è materia sulla quale si potrebbero scrivere manuali interi di filosofia della condivisione. Non inserite un cc di una persona che non è conosciuta alle altre o che finora non è intervenuta senza spiegare perché l'avete inserita nella conversazione e cosa ci fa lì. Non mettete persone in bcc (triste per chi lo riceve, come essere l'invitato di serie B). Se una mail è indirizzata a voi e a altre 5 persone in cc, rispondete a tutti, non solo al mittente (lo so, ogni tanto scappa. Ma stateci attenti)

4. Dalla mail al telefono, e ritorno
Esplicitate a tutto il gruppo di lavoro se ci sono state delle decisioni prese altrove (al telefono, o un altro meeting, o alla macchinetta del caffè).

5. Precisione, brevità
Le mail non sono il luogo di un comizio o di riflessioni filosofiche, devono essere uno strumento operativo. Inoltre, essere concisi e precisi non esclude il punto 2.
Se dovete scrivere una mail molto lunga, andate per punti (se la mail è indirizzata ai "Carissimi" e "Gentilissimi", scusatevi previamente per la sintesi ma spiegate che è per amore di chiarezza, e tutti si sentiranno estremamente ragguardati)

6. L'ironia. Usatela, ma solo con le persone fidate
Ve lo dice una che usa l'ironia troppo spesso. Purtroppo, il mondo è pieno di gente che scarseggia di senso dell'ironia e tende a prendersi molto sul serio. Usate l'ironia solo dalla quarta mail in poi, e solo con chi avete capito che vi capisce. Altrimenti, sono dolori.

7. Non cazziate una persona via mail, davanti a tutti
I panni sporchi si lavano in famiglia, e possibilmente a voce. Assistere a scenate via mail è quanto di più pietoso possa succedere (per quelli che leggono, intendo), quasi quanto vedere una coppia che litiga alla cena di Natale. Ci sono luoghi e momenti più appropriati.
Se qualcuno tenta di mettervi in difficoltà via mail davanti a tutto il gruppo di lavoro, risolvete la cosa in privato (anche via mail, ma in privato)

8. Firmatevi
Dopo il "grazie" e il "ciao" dei punti 1 e 2, mettete una cavolo di firma. Soprattutto se scrivere dall'account info@salacippa.it o segreteria@losoio.it, non è detto che chi vi legge, anche se è un plausibile collega, sia a conoscenza della vostra identità. Alla prima mail ci si firma con il nome completo (ed eventualmente il cognome, se scrivere a sconosciuti molto formali), nelle mail successive potete mettere la vostra amata sigla. Non fate sì che le persone vi rispondano chiedendosi "Chissà chi cavolo è".

Voci mancanti cercasi, per davvero,
Grazie, ciao
Lorenza


lunedì 17 giugno 2013

Di nuove mamme (e di vecchie mamme con nuove ansie)



Mi è capitato di incrociare qualche nuova mamma, ultimamente.
E di sentire storie dell'orrore di pediatri che fanno terrorismo psicologico: "E' sicura di avere ancora latte?" "Questo bambino ha gli occhi strani" "Questa bambina ha le gambe storte" "Questo bambino non cresce" (reloaded). E, di fronte alle domande di mamme giustamente allarmate, come risposta un'alzata di spalle e un "Niente, ci vediamo tra una settimana/un mese/un anno".
Le nuove mamme se ne tornano a casa, con il loro bel carico di ansia, e iniziano a scrutare il pargolo.

Mi è capitato di passare dalla pediatra, ultimamente.
Entro in ambulatorio con i due scalmanati che vanno dalla pediatra come andare al parco giochi.
Mentre la prima sale con i sandali sulla bilancia e il secondo si accascia sul lettino, lei mi dà il là: "No ma non è possibile un'altra diagnosi sbagliata da Pronto Soccorso"
Segue pippone sulle diagnosi sbagliate e sulle neomamme che per ogni scemenza chiamano il servizio di PS pediatrico "h24". Servizio pediatrico h24? E perché io non ne so niente?

E poi io la butto lì, mentre una tenta l'arrampicata sulla bilancia e quell'altro le fa lo sgambetto
"Sento racconti preoccupanti di terrorismo psicologico su queste neomamme, però"

Segue conversazione sulle neomamme mentre i due tentano di menarsi, io tento di sbattere fuori dall'ambulatorio una figlia che non deve essere visitata, mentre quell'altro viene colto da irrefrenabile ridarola non appena lo stetoscopio lo sfiora.

Comunque, da questa visita mi sono portata a casa, oltre a un certificato di sana e robusta costituzione e assenza di pidocchi per spedire Junior al campus estivo, che:

1. Le nuove mamme cercano nei pediatri più sostegno di quanto i pediatri non siano disposti a fornire loro. Cercano nei pediatri, che sono ormai gli unici deputati a farlo, la possibilità di essere riconosciute come "brave mamme". E questo ve lo spiega bene anche il libro Il pianto delle mamme di Aurora Mastroleo (sì, ci ho scritto anche io, leggetelo, questa è una marchetta bella e buona ma il post davvero no, e se avete la pazienza di arrivare in fondo lo scoprirete). E' importante sapere di essere delle brave mamme? Sì.

2. Le nuove mamme cercano nei pediatri questa conferma, perché non esiste nella nostra società nessun altro che dica loro che sono brave mamme, e oggettivamente oggi dove si impara a fare le mamme? Dove sono le mamme dalle quali imparare? Non ci sono nonne, non ci sono zie, non ci sono conferme dall'esterno, i nuovi papà sono messi come le nuove mamme (sarò un buon padre? o è meglio che sia un buon marito? ma come si fa? devo lavorare di più o di meno? devo lasciarla in pace o mi devo intromettere? Leggete il libro). Bisognerebbe dire che le mamme sono brave per definizione, punto. Tanto più se hanno avuto il coraggio di mettere al mondo un figlio nel nostro paese, nel 2013. A queste donne andrebbe dato un premio a prescindere. Ah sì, dimenticavo le mamme abbandoniche, quelle irresponsabili, quelle immature, quelle che pensano solo a se stesse, e tutta la categoria. Ma quale madre non è abbandonica, irresponsabile, immatura ed egoista, se lo standard sociale è la mamma che non deve chiedere mai?

3. La maternità è diventata, come tutte le nostre vite, una questione più di prestazione che di relazione. Abbiamo cresciuto dei figli così, e forse è ora di darsi una regolata (ah per questo posso consigliarvi Non so niente di te, di Paola Mastrocola).

E così arriviamo alle ansie di noialtre, madri attempate. Che non passiamo la settimana a cambiare il pannolino e pesare al milligrammo perché il pediatra ci dice che "è cresciuto poco" ma siccome siamo mamme prestanti con figli prestanti, li spediamo a fare cose prestanti. Il figlio decenne è stato lasciato ieri al campus estivo a 100 km da casa, voi genitori prestanti gli avete dato il cellulare scassato, che una volta tanto si poteva dargli il cellulare, ma avete fatto la ricaricabile con quell'operatore lì, che non sempre e non dappertutto prende. E ovviamente, lì dove è lui, il cellulare scassato non prende.

Per cui, alle 5.15 di un afoso lunedì mattina, davanti ai vostri occhi spalancati sfilano tutte le peggiori scene di bullismo e violenza che avete immagazzinato in anni e anni di serie TV, film e libri. Vi chiedete perché ne avete visti così tanti, poi, non potevate passare il tempo a leggere la Divina Commedia? (Ah no, pure lì ci sono genitori che molestano e ammazzano i figli, mannaggia). Immaginate il vostro pargolo piccolo e indifeso di fronte a tutta la brutalità del mondo (d'altronde quando avete salutato il ragazzo che fa il guardiano del piano e gli avete detto "Buona settimana" lui vi ha risposto proprio così, "Speriamo") e maledicete in cuor vostro tutti quelli che hanno definito il cellulare un "guinzaglio elettronico" (sa il cielo dove ho letto questa definizione), che avete già capito che è tutta una farsa, che quando serve la tecnologia non funziona mai.

Segue dettagliata analisi immaginifica di ciò che capiterà negli anni a venire, dai 13 ai 20, sempre che il pargolo torni vivo da quella specie di lager di nefandezze nel quale l'avete lasciato due secondi prima.

E così alle 6.35 capisci che l'unica soluzione è darci un taglio. All'ansia che domina questi tempi. E ti viene in mente il film che hai visto giusto sabato sera, Le cinque leggende, che è un meraviglioso film per bambini sulla paura. Ma ti sei detta che di questi tempi dovrebbero proprio farla vedere a tutti, quella scena lì quando sconfiggono il cattivo - e soprattutto come lo sconfiggono.

A questo punto potresti riaddormentarti serena, peccato che sia ora di portare fuori il cane. Che poi inizia la giornata con duemilamiliardi di cose da fare. Che ansia.

lunedì 20 maggio 2013

Una barchetta in mezzo al mar (sono i post)

Mi piace quando i post vanno da soli, come se tu avessi costruito una barchetta di legnetti e l'avessi messa in acqua, e poi lei va da sola al largo, portata dalla corrente.

Questo è un po' quello che è successo con il post di Maggio su Genitoricrescono.
Parliamo di conciliazione come questione di famiglia, e non di pari opportunità.

Join the debate!

venerdì 3 maggio 2013

Intanto, emigriamo. In un'altra era geologica

Ultimamente, succede così.

Con voce entusiasta
"Junior, andiamo all'evento XY!!!!"
Con sguardo che non ammette repliche
"Basta che tu non mi faccia fare un laboratorio, sia ben chiaro"
Ecco, figlio 1, un tenero virgulto di 10 anni e poco più, ce lo siamo giocato.

Ma con Piccoletta posso ancora emigrare.
In un'altra era geologica.


martedì 30 aprile 2013

Vacanze scolastiche: ho fatto i conti, e qualche considerazione


Dicono che arriverà l'estate.
Al di là di ogni previsione metereologica, abbiamo tuttavia la certezza che la scuola italiana chiuderà i battenti il prossimo 7 Giugno e li riaprirà intorno all'11 settembre (come sapete, le date di riapertura delle scuole nel nostro Paese variano a seconda delle Regioni).

Calendario alla mano, fanno, in settimane di vacanza:
3 a Giugno
4 a Luglio 
5 ad Agosto 
1,5 a Settembre 
per un totale di 13,5 settimane
per un totale di 94,5 giorni continuativi di vacanze scolastiche.

94,5.Giorni.Di vacanza.Di fila.

Considerato che il lavoratore medio italiano dipendente usufruisce di 3 o al massimo 4 settimane di ferie, rimangono 10 settimane scoperte.

10.Settimane.

Non esiste una statistica di quanto queste 10 settimane continuative di vacanze scolastiche costino, in termini reali, alle famiglie italiane tra campi estivi, campi sportivi, vacanze natura e via andare - né esistono dati su cosa succederebbe se i nonni entrassero in subitaneo e irrevocabile sciopero.

Magari, forse, semplicemente, i bambini invaderebbero le strade mandando il traffico in tilt e ricordando i passanti distratti e nervosi di queste città, che esistono anche loro.

Non esistono, peraltro, statistiche di quanto costino ai comuni le strutture e i corsi estivi (anche in questo caso, con un'ampia variabilità di investimento da comune a comune), né quanto in più costerebbero alla pubblica amministrazione, soprattutto nel Nord Italia, se non ci fossero gli oratori feriali, per i quali molti comuni non sborsano neanche un centesimo. Non esistono statistiche di quante aule diventino una fornace al primo caldo, e di quanti uffici di direttori scolastici siano climatizzati.

Questa serie di "non esistono" non è per puntare il dito contro nella solita guerra di tutti contro tutti, e alla fine nessuno ha la responsabilità di niente. Ma per far riflettere su come vengano disperse le risorse in un unico caos generalizzato, senza affondare il dito nella piaga delle pari opportunità nel nostro paese (perché sì, le pari opportunità sarà bene iniziare a farle valere anche per i bambini, o no?)

Il calendario scolastico è un'invenzione del 1599, e quello italiano è, tranne alcune operazioni di make-up, immutato da quasi quarant'anni (sì, quarant'anni fa le scuole iniziavano a Ottobre invece che a Settembre e non esistevano le vacanze a carnevale). Non importa se il mondo è cambiato, la scuola italiana rimane ferma e immobile. Una vera istituzione, di quelle granitiche, proprio, che lascia ancora il tempo ai suoi studenti, d'estate, di andare a lavorare nei campi (perché così è stato concepito, il calendario scolastico italiano).

Che poi finirà, avanti di questo passo, che la scuola italiana riformerà il calendario quando saremo ormai ritornati a essere una società contadina.

Faccio una proposta politicamente scorretta: baratto i vecchi programmi ministeriali spariti dalla circolazione - sì, quei programmi un po' nozionistici in chiave back to basics, quelli pensati per sottrarre le persone dall'analfabetismo e insegnare loro che vivevamo in un Paese che dovevamo amare chiamato Italia, in cui si imparavano le date in storia e i fiumi e i monti e i settori economici in geografia e l'analisi grammaticale in italiano e si sfiancavano i poveri studenti di operazioni con il riporto, mi riprendo anche tutta la retorica dell'impero romano e del Risorgimento e Pascoli e Carducci - con un nuovo calendario scolastico che metta una vacanza alla fine del quadrimestre, che li tenga sui banchi fino alla fine di Giugno, che gli faccia fare qualche giorno in più a Pasqua.

Non un calendario che li lega al banco per sempre. Ma un calendario diverso, diversamente gestibile sia dalle famiglie sia dagli studenti, un calendario insomma che ci tolga almeno da questa emergenza nazionale. L'emergenza delle vacanze scolastiche.

Ma forse è solo un'emergenza di alcuni. Voi che ne dite?

mercoledì 3 aprile 2013

Altro che sabbatico. Cenerentola va al Colle


Da lettrice distratta di giornali quale sono diventata, scopro quasi per caso che il Presidente Napolitano ha nominato dieci saggi per salvare il Paese, dopo i tecnici e prima dei diplomatici. Tutti uomini, età media direi sopra i cinquanta, un po' vecchi per essere precari con un contratto di soli 10 giorni, ma insomma.

Nessuno si è chiesto se la riforma del lavoro ricomprenda nella propria casistica "il contratto del saggio", ma tutti lestamente hanno notato che, ohibò, neanche una donna tra i saggi. Neanche-una-donna.

Stracciamoci le vesti, analizziamo la questione "le donne non sono capaci di fare lobby", chiediamo che allora, niente donne sagge, ma suvvia, una donna Presidente proprio sì. Ah, quello sì. La donna Presidente (o la Presidente donna?) ci vuole proprio.

Perché non abbiamo donne direttori di giornale, di ospedali, di associazioni, di fondazioni, rettori all'università o anche, semplicemente, quando si costruiscono i tavoli per un convegno piazzarci una donna diventa a volte un'impresa da fondamentalisti delle quote rosa, non perché le donne non le vogliamo, ma semplicemente perché non ci sono o, se ci sono, non si vedono. Però una donna Presidente, vuoi mettere.

Per cui, a Cenerentola questa storia delle donne che non sanno fare lobby appare un po' astrusa, per la verità (d'altronde capitela, poveretta, è cresciuta con le due sorellastre e la Fata Turchina l'ha piantata lì, nel bel mezzo del ballo, con una zucca al posto della carrozza). E quando sente parlare di "Una donna al colle", con corredo di due o tre punti esclamativi, alza il sopracciglio. A Cenerentola pare piuttosto che in questo Paese, per quanto riguarda le pari opportunità, le donne hanno ancora tante cose da imparare e bisogna proprio ricominciare dall'ABC. A come rispetto, B come onestà, C come....

C come... Provate a dirmelo voi!

lunedì 18 marzo 2013

Cinderella goes on sabbatical. Appena ha finito il bucato



Novembre 2012
Umida serata milanese, sedute a un tavolino su un marciapiede molto milanese, mangiando bagel (molto milanesi anche quelli?).
Momento di ritrito sfogo personale.

"Mi prendo un anno sabbatico"
"Sei matta?!? Poi non riesci più a tornare a lavorare"
"Mh... Direi proprio di sì, hai ragione."

Marzo 2013
Nevoso pomeriggio milanese, a casa con due figli malati, a leggere le mail del lunedì.
Mail da un'antica collega statunitense, ritornata in patria

"Hi Lorenza,

Early last year I embarked on a six-month sabbatical that included intense training in everything from yoga and meditation to ukelele and kiteboarding.

Through that experience I gained a deeper appreciation for how experts and coaches run their businesses, and ultimately arrived at the concept for my new professional pursuit"

No, ma parliamone.

Soprattutto di come l'ukulele e il kitesurf possano imprimere una svolta alla propria vita professionale.
E ti chiedi perché dall'altra parte dell'Oceano prendersi un sabbatico o rimanere un anno senza lavoro causa maternità non pregiudichi inevitabilmente la possibilità di rientrare nel mondo del lavoro. 

Delle ultime frontiere del marketing.
Alla seconda lettura hai già capito che ti ha preso per i fondelli. E tu, che eri quella che voleva prendersi un anno sabbatico, ci sei cascata come una pera.

E del fatto che per il corso di yoga potrei anche attrezzarmi.Appena finisco di lucidare i corrimani in ottone delle scale e di fare il bucato delle sorellastre, che alle feste si sporcano sempre.

La foto è da Ignite Light

venerdì 8 marzo 2013

È una favola per donne



Abbiamo bisogno di favole, di questi tempi.
Non solo per capire, ma anche per sognare  un po' di futuro.

E così, grazie a Silvietta, a Serena e a Silvia, il mio post di questa settimana è su Genitoricrescono, dove mi troverete ogni mese, a parlare di famiglia e lavoro.

Crediamoci, donne.

venerdì 1 marzo 2013

Lezioni da Cinderella Mood: due o tre cose sul ritrito "investire su se stessi"


Scrivere quello che si pensa e si prova è un mestiere pericoloso, ma è un mestiere che aiuta la riflessione. E dunque, ripensando non solo lungamente al Cinderella Mood, ma anche ad Effe, mi sono accorta che hanno un tratto in comune, ed è il tratto per cui detestiamo profondamente Cenerentola - non perché è giovane, e bionda, e ha un paio di scarpe fenomenali - no, la detestiamo perché è una che "ha centrato l'obiettivo" - cosa che, evidentemente, né Effe né la sottoscritta sentono di essere riuscite a fare.

Tecnicamente, si chiama ottenere un successo.

Lascio alla psicanalisi femminile la riflessione sul fatto che Cenerentola si è aggiudicata il Principe Azzurro, l'unico del Regno, giacché la merce Principe Azzurro scarseggia, sconfiggendo le due orribili sorellastre.

Riflettendo su Cinderella Mood, ha iniziato a frullarmi ossessivamente in testa questo mantra: "Investire su se stessi, Investire su se stessi, Investire su se stessi"

Il concetto "investire su se stessi" è un po' come quello di "essere imprenditori di se stessi", fa molto vetero-anni Ottanta. Il successo, la carriera, quelle cose lì. Cose che oggi, per buona parte di noi, suonano proprio come la musica dei Duran Duran, le spalline e le felpe della Best Company: bellissime, ma vestigia di un glorioso passato che difficilmente indosseremo nuovamente (ecco, colgo l'occasione per lanciare un appello ai signori Naj Oleari, le nostre figlie stanno crescendo e volete che noi mamme non acconsentiamo all'acquisto di una di quelle meravigliose borse? E' giunto il momento, sappiatelo).

Comunque.

Investire su se stessi è un concetto che, mentre passi lo straccio sul pavimento o fai la parte di quella che deve essere salvata dalla Fornero, ti fa anche un po' incazzare, a dirla tutta. Eppure, è lì che Cenerentola frega tutte le altre. E' nel momento in cui dice alla Fata Madrina: "Ma io volevo andare al ballo e non ho il vestito adatto. E poi mi serve la carrozza. E poi i cavalli". E va al ballo, anche se è in ritardo pazzesco e quante altre avrebbero detto: "No, ma ormai cosa vi vado a fare, è troppo tardi"

Cenerentola aveva ben chiaro dove voleva andare, e cosa le serviva per arrivarci.
Quante di noi possono dire altrettanto di se stesse?

(Ok, abbiamo cresciuto i bambini, abbiamo appena spatellato/svezzato/curatolabronchite-lavaricella-ipidocchi-eanchelostreptococco/lavorato//cambiatocasa/cambiatoscuola/cambiatotrelavori/ecc. Siamo nella situazione di Effe, in cui dobbiamo lavorare, senza poter fare troppa filosofia, siamo in una situazione avvilente, il nostro lavoro non viene riconosciuto.)

Cenerentola insegna che c'è sempre tempo, se sai dove vuoi - e non dove devi - andare.

(Il prossimo post lo dedichiamo alla dialettica tra dovere e volere o alla resilienza delle donne?!?)

Poi c'è l'altro aspetto vetero-anni Ottanta del concetto "investire su se stessi", che è il successo. Un concetto che oggi va forse un po' rivisto, insieme al linguaggio, in chiave un po' più minimalista, come si addice ai tempi. Pensa in grande e muoviti nel piccolo, mi verrebbe da dire. E arriva a fine mese.

Per cui, come esercizio pratico mi è piaciuto questo articolo su PinkDNA (che va spogliato di tutti gli orpelli vetero-anniOttanta, appunto), e come bigino non posso che segnalare nuovamente la sezione di Coaching di VereMamme, che è una vera miniera per la riflessione e di cui dobbiamo ringraziare Flavia.

Se avete altre segnalazioni sono le benvenute, perché l'argomento ha iniziato ad intrigarmi!

lunedì 18 febbraio 2013

Cinderella Mood e la sapienza della quasi quarantenne


Il buon proposito per il 2013 consisteva nel pubblicare un post alla settimana, su questo blog, che non parlasse dei fatti miei e che possibilmente ripresentasse qualche ragione per tenere in piedi questo blog con un po' di dignità (e ok, non iniziamo subito a divagare su cosa si intenda per dignità di un blog).

Bene, oggi è lunedì e non giovedì, io sto scrivendo un post sui fatti miei (e per di più assai lamentoso, nelle intenzioni) e continuo a chiedermi cosa farne di questo spazio, che è pure davvero prezioso e tuttavia così trascurato. Avrei potuto parlare di SMW, di Sanremo, del Papa, del meteorite. E invece no.

Per fortuna che c'era quello che diceva che i buoni propositi sono fatti per essere infranti.
Non ditemi che era il solito Oscar Wilde.

Il buon proposito per il 2013 era, ed è, "SI CAMBIA". 
Cinderella Mood On vorrebbe che arrivasse la Fata Madrina e mi rifacesse nuova, meglio che tre giorni alla spa. La quasi quarantenne in un solo mese di 2013 ha visto porte chiudersi e aprirsi, e poi richiudersi, con una velocità impressionante. Poi ci sono le porte che lasciano sempre uno spiffero. La quasi quarantenne sa che non ci si può fare nuovi da un momento all'altro, ed è piena di gratitudine verso le persone che aprono porte nuove, e che la stimano.

Cinderella Mood On vorrebbe che il Principe Azzurro arrivasse e la liberasse da tutta la fatica di questi tempi. La quasi quarantenne sa che i Principi Azzurri non esistono, e che nessuno farà le cose per lei al suo posto. Quindi, bando alle ciance e rimbocchiamoci le maniche.

Cinderella Mood On dice che bisogna essere umili, passare lo strofinaccio e stare zitti, e aspettare il momento giusto facendo buon viso a cattivo gioco, e che la forza sia con te. La quasi quarantenne, invecchiando, diventa sempre meno tollerante e sempre più irriverente, e ogni tanto sospira davanti all'immaginetta di Darth Vader, sognando di diventare cattiva come lui - il lato oscuro della forza ha un fascino pazzesco, si sa.

Cinderella Mood On e la quasi quarantenne litigano incessantemente da un mese a questa parte.
A parte il disturbo bipolare ormai pubblicamente dichiarato, la sottoscritta non sa più che pesci pigliare, in mezzo a queste due. 

Possiamo sperare solo nei topini, che anche i saldi sono finiti, nel frattempo.

L'immagine viene da Flickr

giovedì 31 gennaio 2013

Liberiamo una ricetta: timballo di riso della Nonna

Per #liberericette ho pensato di liberare una ricetta che non esiste, una ricetta che non ho trovato mai su nessun libro di cucina, di cui non ho le dosi precise, semplicemente perché è una di quelle ricette di famiglia, che impari dalla mamma perché la mamma la fa, ma non sai neanche dove l'abbia trovata lei.


E dunque, ecco a voi il Timballo di riso della nonna

Ingredienti per 4 persone:
8 manciate di riso (noi le misuriamo così, 2 manciate di riso a testa, ma belle colme)
1 cipolla
2 cucchiai di olio di oliva
100 g di pancetta a dadini
1 confezione di wurstel
1 scodella di piselli
1/2 bottiglia di passata di pomodoro
burro e parmigiano grattuggiato q.b.


Preparazione:
Fate soffriggere la cipolla nell'olio, aggiungete i piselli e fate rosolare. Quando i piselli iniziano a prendere la cottura, aggiungete la pancetta a cubetti, tagliate a rondelline i wurstel e aggiungete. Fate rosolare cinque minuti, poi aggiungete la passata di pomodoro. Coprite, abbassate la fiamma e fate cuocere a fuoco lento per circa 30 minuti. Nel frattempo bollite in riso in abbondante acqua salata (15 minuti circa, controllate il tempo di cottura che varia a seconda del riso). Fate scaldare il forno a 180°. Scolate il riso, conditelo con il sugo e versatelo in una pirofila precedentemente imburrata. Completate aggiungendo dei fiocchetti di burro e abbondante parmigiano grattuggiato. Passate in forno per 30 minuti circa, fino a quando la superficie del riso non sia gratinata. Sfornate e servite

Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia.Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web. 

#Liberericette è una bellissima cucina virtuale sul web. E dato che mangiare da soli è cosa triste, ringrazio Chiara e Lucia per averci proposto di condividere le nostre ricette anche con la mensa dei rifugiati del Centro Astalli.
Potete farlo anche voi, se volete.

venerdì 18 gennaio 2013

Storia di Effe, la donna che la Fornero voleva salvare con la sua riforma


Oltre alla tua categoria 'incasellabile', a quella delle 'placide madri di famiglia' e a quella delle 'impareggiabili madri-manager', ce n’è almeno un’altra, anch’essa enormemente sfigata, quelle delle 'libere professioniste' – senza tredicesima, senza ferie, senza malattia – ma che lavorano come dipendenti – leggi: obbligo d'ufficio e d’orario, e che quindi non hanno nessuno degli aspetti positivi di entrambe le categorie, ma la somma di tutti gli aspetti negativi di entrambe, e che, ultima fantastica news, dopo aver faticato con orari folli, si sentono dire che il proprio già misero stipendio verrà ridotto del 20% per gennaio febbraio marzo e poi si vedrà, ma ovviamente l’orario NON verrà minimamente ridotto, anzi (e che non hanno ancora visto una parte di stipendio arretrato). Vabbè, era tanto per sfogarsi adesso e non ammorbarvi stasera... Effe.
Effe è una libera professionista a tutti gli effetti, una di quelle che hanno un albo professionale al quale essere iscritte (mica come la sottoscritta). Effe è una sintesi di tutto quello che la Fornero voleva salvare con la sua riforma: è una donna, è una madre alla quale non è riconosciuto nessun diritto di conciliazione, è una finta partita iva, ha pochissime tutele. E' lei, quella da salvare. Quella da far assumere a tempo indeterminato. Quella che si arrabbia perché il collega maschio fa il cavolo che gli pare, e i capi non gli dicono nulla, e se invece lei va a dire: "Devo stare a casa, ho il bambino malato", i capi le dicono: "Sai che c'è? Stai a casa per sempre".

E, ovviamente, Effe a casa non può rimanere - che non è che si mettono via i risparmi, a fare la parte di quella che deve essere salvata dalla Fornero.

Mentre Effe ed io, acquattate in cucina, parlavamo di questo suo sfogo, marito-di-Effe è arrivato, ha annusato l'aria e ha esclamato: "Ma Effe, tu ti devi mettere in testa una cosa. Tu non sei una libera professionista. Tu sei un fornitore".

Ho chiesto a marito-di-Effe di declinare la definizione di fornitore e lui, annusata l'aria, ci ha lasciato con questa definizione: "Il fornitore è colui che abitualmente fornisce o provvede alla consegna di merce a negozi, a un'azienda o a privati, quindi la differenza tra socio/dipendente e fornitore è che sei l'ultimo nella scala dei pagamenti e sei sacrificabile in quanto fuori dall'azienda." Quindi siamo rimaste tutte due a guardarci con un bel punto di domanda sopra la testa.

Perché la situazione è più o meno questa. C'è la la Fornero che con la sua riforma vuole salvare tutte le donne come Effe facendole assumere a tempo indeterminato. E c'è la realtà di un lavoro che va proprio nella direzione opposta, in cui ci sono sempre meno lavoratori e sempre più fornitori, pagabili o meno, rinnovabili o meno, bistrattabili o meno. Insomma, sempre più Effe da salvare.

E dato che la Fornero non è stata in grado di salvare Effe, io mi chiedo chi può salvarla - o, meglio, mi chiedo in quale modo lei, "da sola", possa salvarsi. E le risposte non ammesse sono: emigrare, trovare un amante milionario, vincere alla lotteria.

La foto è di Lissy

giovedì 10 gennaio 2013

2013, credici

#duemilacredici @milanoelorenza
Dicono che tutto ciò che stiamo cercando, sta cercando anche noi e che se rimaniamo quieti, ci troverà. E 'qualcosa che ci attende da molto tempo. Mentre arriva, non agitarti. Riposa. Vedrai cosa succede dopo.
Questo è stato il mio inizio 2013, e avevo in mente un post molto zen, per la verità.
Poi la vita, al solito, ha preso il sopravvento.

Ma questa foto (fatta da me, eh) e queste parole (mandate a me, in risposta a un augurio che avevo fatto anni fa e che neanche ricordavo più, ma come ha commentato l'amica che me li ha rigirati, "ci vuole sempre un po' di tempo per realizzare i buoni propositi") me le voglio tenere strette per tutto l'anno. Vada come vada.

Continuiamo a crederci, anche se poi, la vita, prende il sopravvento.