martedì 20 dicembre 2011

Pezzettini di Natale

Quest'anno il nostro Natale è in tema dickensiano, A Christmas Carol.
"Mamma, pensi che stanotte possa succedere qualcosa?"
"Mh... No, direi di no. Non è neanche la vigilia di Natale. E cosa potrebbe succedere?"
"Tipo che l'Italia paga il suo debito pubblico!"
"Quello lo vedo difficile topo, dato che sono trent'anni che l'Italia ha il debito pubblico. Ma sarebbe sicuramente molto bello"

Mi sento tanto Emily Cratchit,
qui nella versione Miss Piggy

In questo periodo stiamo evolvendo verso altre forme di musica che non siano Lorenzo.
"Mamma, ma tu conosci anche canzoni antiche?"
"Antiche quanto? Tipo?"
"Tipo L'isola che non c'è"
"Ehm... Sì, conosco anche canzoni antiche"

Mi sento tanto il fantasma del Natale Passato,
eppure non mi pareva di essere così antica

E poi ci sono gli acquisti sbagliati, e chi può dire di avere una stella cometa in bagno?

Ecco, così mi sento tanto scema

giovedì 15 dicembre 2011

A Natale anche Barbie diventa Maestra Zen

Ho sempre adorato i film per bambini. Anche quando avevo ventiequalcos'anni e trascinavo il povero Ing. a vedere film iraniani, cinesi e con i sottotitoli in cirillico in cinema piccoli e scassati nel centro di Milano (cose che, adesso, non vedrei neanche sotto tortura, anche perché mi addormenterei alla seconda scena), anche allora, dicevo, in realtà attingevo le mie perle di saggezza da Mago Merlino, o da Balù, o dall'impareggiabile Lady Cocca. Fin da subito, ho capito che è nei film di Natale, è lì che si raggiungono le vette della vera sapienza.

"Mamma, è BELLISSIMONONHAIIDEALODEVIASSOLUTAMENTEVEDERE".

Mia figlia che mi trascina per la manica davanti alla TV, in uno dei (tanti) pomeriggi in cui siamo solo io e lei , essendo il fratello impegnato in un'imprescindibile session di Lego con l'amico suo. Non sono né Mago Merlino né tantomeno Lady Cocca a suscitare questa forsennata passione, ma è Barbie. Anzi, è il mix di Barbie e Natale, due cose che mandano letteralmente in estasi Piccoletta.

Ed eccoci qui, a vedere Barbie e il Natale Perfetto. E, cari miei, è un manuale di saggezza zen.

Prima regola zen di Barbie.
La vita non va come vorresti, ma come deve andare.
In genere, noi occidentali facciamo programmi, nella vita: ci immaginiamo, e pianifichiamo, le cose in modo che vadano in una certa direzione - che siano perfette. Ma non sempre le cose vanno come vorremmo o come noi pensiamo che dovrebbero andare. E tuttavia, è proprio nelle cose che non vanno come dovrebbero/come noi vorremmo, se ci stiamo dentro, che troviamo la chiave. E starci dentro vuol dire esplorare quei posti nei quali non volevamo stare. Lì c'è la soluzione. Trattasi dei concetti di fede/fiducia, provvidenza per i cristiani e karma per i buddhisti. A livello simbolico, concetti estremamente simili (ok, sparatemi).

Seconda regola zen di Barbie.
Imparare a chiedere è più importante che imparare a fare.
Fare e farcela da sole (e uso il femminile apposta) è una cosa di cui noi donne ci facciamo vanto. E' la cosa sulla quale molto spesso ci incartiamo, anche. Non aggiungo altro perché se ne parla da mesi, sennò finisce che mi annoio da sola, cercate con l'hashtag #donnexdonne. E tuttavia, la collaborazione si impara anche attraverso il conflitto.

Mentre mi beavo di cotanta saggezza, non potevo però fare a meno di notare alcuni particolari ben poco zen.

La mamma lo sa.
L'abbigliamento delle quattro sorelle è assolutamente diseducativo: niente cappello/guanti/sciarpa a dieci sottozero. Se mia figlia va in giro in montagna agghindata in quel modo il giorno dopo ha la polmonite.

Un'adulta ci pensa.
Non ho mai dato molto peso alla polemica sulla bambola Barbie come iper-stereotipo e strumento che incide sulla costruzione dell'immaginario del fisico delle ragazze (e sulle conseguenze in campo psicologico-alimentare). Perché Barbie è una bambola, e dunque un essere immoto e privo di vita che, come tale, rimane nell'immaginazione. Vedere però Barbie trasportata sullo schermo con due metri di gambe magrissime, pantaloni attillati, vitini da vespa (come si diceva una volta), ancheggiamenti, mi ha fatto un certo effetto. Non posso negare che uno strano senso di inquietudine si è impossessato di me: perché queste che vediamo nel film non sono bambole, sono esseri moventi e parlanti, nella testa di una bambina. E questa cosa mi ha dato un po' da pensare, devo essere sincera, anche perché mi sono accorta che molti altri film di Barbie sono in costume, e quindi questo aspetto non emerge in alcun modo.

"Chi è il tuo personaggio preferito del film, mamma?"
"Mah... Non saprei... Il tuo?"
"Il mio Skipper!"

Ah ah. Voi vi ricordate di Skipper come della bionda bimba con i codini. No care mie, è cresciuta, è castana con le ciocche viola, compone musica e canta, è una nerd pazzesca e ha un videoblog.

Sorrdo.
"Sì, anche la mia. E poi anche la mamma ha un blog"
"DAVVVVEEEEEERO?!?"

lunedì 5 dicembre 2011

Le donne con le rughe (e con le lacrime)


C'è un immaginario da ricostruire.

Me ne sono accorta qualche giorno fa, quando mio figlio, incuriosito, mi ha chiesto cosa fosse questo libro:

"Sembra Berlusconi", ha commentato lui, guardando il marziano.
C'è proprio un immaginario da ricostruire.

Ho le rughe.
Passo minuti inebetita davanti agli scaffali delle profumerie e dei supermercati, dove le creme antirughe si sono moltiplicate a dismisura, ognuna promette di toglierti quei tremendi segni, del tutto adeguati alla tua età, e strappare un attimo in più di giovinezza. Con il risultato che ho scoperto di aver acquistato la stessa crema di mia suocera: e non so ancora chi delle due ha sbagliato acquisto.

Ho in mente le foto del governo Monti. Non ho pensato che le donne fossero poche. Non ho pensato che fossero brutte. Ho pensato che erano ordinarie, vestite con sobria eleganza. Ho visto che avevano le rughe.

Ho pensato che fossero donne VERE

Non ministre dell'ambiente che si riempiono di botox, non ministre "che ci mancheranno" perché era talmente appagante solo restare a guardarle, che tutto il resto non importava. Niente autoreggenti che spuntano da minigonne. Niente collane di perle grosse come noccioline. Niente "falso dimesso".

E io lì, a contemplare gli scaffali delle creme antirughe.

Poi sono arrivate tre donne con le rughe, rughe che significano figli, lavoro, battaglie, convinzioni, studio, accanimento, pensieri, emozioni, sconfitte, vittorie. Donne che hanno lottato per tenersi la loro professione, forse un marito, magari dei figli. Non sono donne che devono sembrare simpatiche e compiacenti, perché sono abituate ad andare per la loro strada (diritta, appunto).

Che non sono Charlotte Rampling o Inès de la Fressange che ti dicono che "le rughe fanno chic" mentre ti contemplano agghindate da una fotografia di Mario Testino.

Poi capita che queste donne vere, ministre vere che sanno quello che dicono, piangano. Per sfinimento, secondo me. Perché volevano fare un'altra cosa e invece no, non si può. Perché bisogna anche essere pragmatici, nella vita, e arrivare a compromessi. Piangono perché sono donne? Evviva. Ve lo dice una che, in pubblico, non è capace di versare mezza lacrima. Ci vuole un gran coraggio, a piangere in pubblico.

Per cui non lamentiamoci se le donne sono poche, ma sosteniamole perché - e finché - sono vere e sono brave. E soprattutto, ci permettono di utilizzare più utilmente il nostro tempo, invece che contemplare gli scaffali delle creme antirughe.

mercoledì 16 novembre 2011

Visita dal gastroenterologo


"Buongiorno, prego, si accomodi. Cos'ha?"

"Dottore, sto male"

"Sì, ma più precisamente?"

"Da 9 mesi ho male qui in basso, a sinistra... No, già fatta radiografia alle ovaie, tutto a posto... No, non sempre... No, fermenti lattici. Veramente adesso mi fa male anche qui, qui e qui. Mi era passato ma da dopo l'estate..."

"Uhm... Signora, lei somatizza"

"Eh, lo so."

"Lavora?"

"Sì"

"Ha problemi sul lavoro?"

"Non le posso rispondere, è un blog pubblico"

"E il matrimonio?"

"Il blog lo legge quasi tutto il parentado"

"I figli?"

"Stanno bene, grazie al cielo."

"Guai in famiglia?"

"Al solito"

"Ma lei deve pagare l'IRPEF adesso?"

"Sì, e pure l'INPS"

"Signora, faccia dello sport, pilates le farebbe bene" "Uhm... Ci ho provato, col pilates. Mi stressa." "Signora, dunque, adesso lei deve fare questo, questo, e questo. E poi, dia retta a me. La smetta di scrivere un blog pubblico e si trovi un buon analista privato" Tutto questo succederà giovedì prossimo.


martedì 8 novembre 2011

San Martino al cioccolato

Non mi ero mai accorta che Giosue Carducci avesse scritto un rap. Eppure basta ascoltare due novenni. Potete provare anche voi.
La nebbia a gl'irti colli
Piovigginando sale,
E sotto il maestrale
Urla e biancheggia il mar;

Ma per le vie del borgo
Dal ribollir de' tini
Va l'aspro odor de i vini
L'anime a rallegrar.

Gira su' ceppi accesi
Lo spiedo scoppiettando:
Sta il cacciator fischiando
Su l'uscio a rimirar

Tra le rossastre nubi
Stormi d'uccelli neri,
Com'esuli pensieri,
Nel vespero migrar.
Quasi quasi la facciamo cantare a Marracash.

Poi potete provare a sentire leggere La Mucca Moka a una seienne che ha iniziato la scuola da un mese e che legge mezza parola, l'altra metà se la inventa. E quasi sempre ci azzecca (mia figlia è una paracula pazzesca, ed è una gran dote).

Poi potete provare a fare come me.
Prendete due fette di pane.
Spalmate la prima con la crema più famosa del mondo, e la seconda con una crema di nuova invenzione (che però dicono che sia anche un formaggio, quindi fa meglio). E fate come quello della pubblicità del famoso whisky.


Oppure potete darla in pasto a una banda di novenni a merenda.

giovedì 3 novembre 2011

Il mio cane e altri animali

Se pensavate che potessimo accontentarci di un cane, vi sbagliavate di grosso.
Da quando è arrivato Macchia, animali di tutti i tipi hanno preso a girare per casa. Per primo è arrivato un coniglietto: l'ho trovato che vagava per una piazza, mentre facevo il giro serale con il cane.

E' un coniglietto adolescente (che coraggio, direte voi, portarsi in casa un adolescente) che dovrebbe fare il coniglietto pasquale e invece no, vuole rincorrere il suo sogno: fare il batterista. Spiegateglielo voi che a fare il batterista in una band rock si finisce drogati (cito da qui). Per di più, ha un'azienda di famiglia da mandare avanti e c'è già un pulcino, il braccio destro di suo padre, che vuole fargli le scarpe per assumere il controllo dell'azienda. Questi figli di papà. Speriamo che metta la testa a posto e torni a fare il suo dovere, tanto più che ora girano per casa tre conigliette con il cappello rosa che cercano di convincerlo ad acconsentire al volere paterno. O che almeno Piccolo Ing. prenda lui, il controllo dell'azienda di famiglia, che è piccolo ma ambizioso e per di più adora il cioccolato, e questa fabbrica di uova pasquali è una meraviglia.

Comunque, questo coniglietto è davvero delizioso, guardatelo - e ditemi se non suona la batteria davvero bene - e ditemi se non è un bel film pasquale, che in giro il genere scarseggia:



Piccoletta, che vuol fare la veterinaria, la vedo meglio in compagnia dell'altra banda di animali che ha invaso casa nostra. Il capobanda è Otis, che sarebbe una mucca-manager, organizza la vita della fattoria. Personalmente, non ne avevo mai sentito parlare, ma ho saputo da fonti certe che si tratta di un manager famoso, che questa fattoria è una multinazionale e quindi si sa, i concorrenti-vicini sono invidiosi, ma che loro si divertono un sacco. Sia mai che riesca a organizzare anche qualche divertimento per il nostro povero cane cittadino.

E poi non è finita qui. Sono arrivati anche i criceti, e una topina bellissima, sebbene non sia un'amante del genere. Ma di criceti e topi ne parliamo un'altra volta, che questo post partecipa all'iniziativa Universal Mamma Blogger Club (e ne vedremo delle belle).

E, P.S. Il coniglio che gira per la piazza c'è davvero. Se inizia a parlarmi per davvero, però, stramazzo al suolo.

venerdì 21 ottobre 2011

Dog City (un post un po' pulp)

Cose che si imparano andando al guinzaglio.

Voi non avete idea (ma davvero non avete idea) della quantità di cani che girano in questa città.
Oddio sì che ce l'ho, basta vedere la quantità di cacche non raccolte che ci sono sui marciapiedi, cito.
Hai ragione, ettuar. Sono quegli stronzi dei padroni che non raccolgono le cacche dei propri cani.

Cani di tutte le taglie, di tutte le razze, di tutti i nomi: da Giulio a Mosquito, ditemene uno. C'è.
Uscite a qualsiasi ora del giorno e della notte, troverete un padrone (o una filippina o un'ecuadoregna) che zompettano sulle povere aiuole di questa città, sui quadrati d'erba con i loro pelosi, un sacchettino in una mano e oplà, olallà, a scansare le cacche degli altri pelosi in 2 metri quadrati di verde.

L. per esempio, che è filippina e che dovrebbe curare i miei figli, è molto più brava come dogsitter che come babysitter. Il che non è confortante, in effetti.

Ma soprattutto voi non avete idea di quanto sia voncia questa città, per dirla con Stefano Gabbana. Non avete idea di cosa possa tirare su un cucciolo di cinque mesi, tra gli oggetti non consentiti: abbiamo raccolto piatti e contenitori di tutti i tipi (plastica, cartone, alluminio), lattine, bottigliette di plastica, fazzoletti e scottex di ogni provenienza, pacchetti di dieci marche diverse di sigarette, un barattolino di vetro rotto con una polvere bianca (sicuramente zucchero), pezzi di mobili, pezzi di vestiti, e poi c'è la parte pulp (passare alla riga successiva i deboli di stomaco): cotton fioc, cotone, assorbenti (ma come ***** si fa a lasciare un assorbente per strada?!?!).

I bimbi hanno già trovato un nome per il nostro cane: cane-spazzatura. Potremmo munire i dipendenti AMSA di un cane, che ne dite? Cani da spazza-stano.

O, magari, reintrodurre l'educazione civica nelle scuole. Dai 15 anni in poi, un'ora alla settimana a pulire le strade e i parchi della città. 

lunedì 17 ottobre 2011

Metafore dal 15ottobre


Se un marito/fidanzato/compagno (o moglie/fidanzata/compagna) ti tradisce la prima volta, pensi sia un caso.

Se un marito/fidanzato/compagno (o moglie/fidanzata/compagna) ti tradisce la seconda volta, fai finta di non vedere.

Se un marito/fidanzato/compagno (o moglie/fidanzata/compagna) ti tradisce la terza volta, probabilmente inizierai a chiederti il perché.

E così succede che alcune (o alcuni) decideranno di cambiare le cose, senza sapere bene dove arriveranno.
Mentre altre (o altri) continueranno a far finta di niente, e a mantenere le apparenze di un matrimonio perfetto.

In questo 15 ottobre iniziamo forse a dividerci tra una società civile che inizia a interrogarsi sul perché, e uno stuolo di politici e commentatori che decidono di tirare avanti un matrimonio da teatrino. Tanto sono 40 anni che andiamo avanti con questo teatrino.

Riflessione mattutina dopo aver letto un'insostenibile (causa banalità) edizione del Corriere della Sera.

venerdì 14 ottobre 2011

Sapessi com'è strano, andare al concerto dei Negramaro a Milano


Volevo solo dirvi che.
Nutro un profondo senso di gratitudine nei confronti dei Negramaro, e non è un sentimento che di solito mi accompagna dopo i concerti. Gratitudine per la loro enorme bravura, per la dedizione e per non essersi risparmiati in oltre due ore filate di concerto - comunque. Perché mi rendo conto che la bravura non è un caso, è un talento ma è sempre una conquista, spesso faticosa - e anche dolorosa - come la citazione di Monicelli.

Ora, volevo anche dirvi che.
A scrivere 'ste cose mi sento un po' scema, perché non ho quindici anni e vado ai concerti al Forum di Assago. Anche se sono partita con la felpa da supergiovane (encomiabile regalo di Fratelli e Cognata), attraversavo il traffico di Milano con quella lieve sensazione del "fuori luogo" della tardona che vuole fare la ragazzina. Dato che nell'immaginario collettivo ormai c'è l'adolescente e la sessantenne, ma delle quarantenni nessuna traccia, mi riesce un po' difficile riuscire a collocarmi nel mondo da trenta-quarantenne.

Ma mi rendo conto che in questa età indefinita che va dai 15 ai 60 ci stiamo dentro tutti, anche al concerto dei Negramaro. E che dai 15 ai 60 non cambia niente, se sei uno che canta canti, se sei uno che balla balli, sennò ti guardi il concerto seduto. E che cavolo ci sei andato a fare, allora?

giovedì 22 settembre 2011

Paradigmi pedagogici a confronto (e un problema forse vero)


Primo giorno di scuola.
"Bimbi, c'è qualcuno che ha un fratello o una sorella più grande in questa scuola?"
Piccoletta, insieme a qualcun altro, alza la mano. Tutta la classe fa il giro della scuola e va a vedere dove sono le classi dei fratelli più grandi.

"Sai mamma, la maestra ha detto che Piccolo Ing. cammina sempre sopra le nuvole"
Piccolo Ing. cammina un po' più avanti, davanti a noi, e si gira:
"Sì, e ha detto pure che sono disordinato"
Non mi soffermo sul fatto che la maestra ha ragione, ma forse dire una cosa del genere davanti a tutta la classe del Piccolo Ing. e a tutta la classe di Piccoletta non è il massimo della vita (poteva almeno pareggiare con un difetto e un pregio, se proprio voleva affermare davanti a tutti l'evidenza lapalissiana che mio figlio è perennemente perso nel suo mondo).
Insomma, 'sta cosa mi fa incazzare da morire.
Ma faccio finta di niente, mantengo il tono tranquillo e cerco (al solito) di salvare capra e cavoli:
"Dirà anche che cammini sulle nuvole, però poi in pagella ti mette sempre e solo 10"
E chiudiamo l'argomento.

Ne parlo con Grande Nonna.
La quale, ovviamente, conosce perfettamente cause e soluzioni.
"Ci credo, E' TUTTA COLPA DEI FUMETTI. Questo bambino legge troppi fumetti, troppo Harry Potter, troppo Star Wars. Dovete TOGLIERGLIELI. Perché i fumetti e i libri ti coinvolgono, e lui non pensa a nient'altro, sempre con questo Topolino in mano. Fategli vedere un po' più di televisione, che rilassa. E fate sparire tutti quei fumetti da casa vostra."

E quindi ci troviamo di fronte a un bivio. Topolino o Maria De Filippi?

mercoledì 7 settembre 2011

Mal di pancia

"Ma e quindi mamma, oggi parti?"
"Sì Piccoletta"
"Ma potresti anche fare così. Chiami i signori e gli dici che hai mal di pancia, o la febbre, o qualcos'altro, e che non puoi andare. Fa niente se non è vero"
"Ma Piccoletta, se tu dovessi andare a scuola potresti fare una cosa del genere?"
"..."
"..."

Piccoletta va in prima elementare, e forse certe cose è bene chiarirle fin da subito.

E niente paura, per un incastro eccezionale di treni questo mal di pancia durerà meno di 24 ore (ma non si capisce come mai questo mail di pancia sia venuto proprio ora).

venerdì 2 settembre 2011

Come decidere di prendere un cane in cinque semplici mosse

Uno
Sapete di dover imbiancare la stanza dei bambini, avete scorto un'orrenda striscia di muffa nell'angolo del muro perimetrale. Essendo un'imbiancatura sostanziale e non formale, sapete che dovete svuotare la stanza.

Due
Andate lunghi sull'imbiancatura e finite per farla il 28 luglio, o giù di lì. Una settimana prima della partenza per le vacanze.

Tre
Riempite il salone di scatoloni e vi accorgete che i libri e i giochi dei vostri figli riempiono COMPLETAMENTE la stanza più grande della vostra casa. Non ci potete credere.

Quattro
Ci impiegate quattro-giorni-quattro a risistemare la stanza dei vostri figli, nella prima settimana di caldo tropicale del Milanistan. Avete (letteralmente) la nausea da giocattoli.

Cinque
Vi sedete esauste sulla sedia e un pensiero vi balena per la testa: "Tra 20 giorni mia figlia compie gli anni". Visualizzate torme di parenti che si presentano alla porta con larghi sorrisi e con scatole giganti di giocattoli. Vi chiedete: "Ma mia figlia cosa vuole per regalo? Cosa desidera veramente?"

Risposta: un cane.
E poi.
"Se', ti manca solo il cane" (amici, vicini e conoscenti vari, modulati in forme più o meno aggraziate)
"Ma hai idea di quanto costa? Ma sei sicura di potertelo permettere?" (Grande Nonna, ovviamente)
"Tutte le coppie che hanno un cane finiscono per separarsi" (Il Suocero)
"E i weekend?" (l'Ing.)

Sarei ipocrita se dicessi che l'ho fatto solo per mia figlia. Lo faccio perché lei lo desidera, perché un po' lo desidero anche io, ma anche perché penso (ne sono convinta, lo so) che  avere un animale domestico sia una gran cosa per i bambini (oddio, si cresce bene anche senza, eh). Un gatto poteva bastare? Abbiamo constatato che i gatti sono più pericolosi per la sussistenza del nostro maggiore bene domestico e investimento degli ultimi quattro anni: la collezione di Lego di mio figlio, abbondantemente foraggiata dal di lui padre, nonché mio marito. E quindi.

La cosa che mi ha fatto più pensare è che, più tutti mi dicevano che era una solenne pazzia, più io dovevo fare la faccia di quella convinta - che ormai a Piccoletta era stato promesso, e quindi - mentre dentro i dubbi che ho cullato per tutti questi anni tornavano a farla da padrone.

L'Ing. ha anche tentato di barattare il cane con un Nintento iDS 3D full optional ROSA. Piccoletta ha avuto un momento di tentennamento. Ma poi, niente da fare.

E quindi siamo entrati nel giro delle associazioni che danno i cani in adozione. Abbiamo contattato Marisa che ci ha fatto arrivare fino a qui.


Ok, sparate(mi). Sappiate che in quattro giorni ho consumato mezzo barattolo di Lysoform, ma in questo momento Piccoletta gli sta preparando il pranzo: sta pesando la carne. Non ha pianto neanche la prima notte, ma dobbiamo aggiustare la relazione con i bimbi. Costringerà l'Ing. a non considerare il pavimento la dependance del comodino, e i bimbi a mettere a posto i giochi (abbiamo già estratto un pesciolino e una spazzola di Barbie dalla fauci canine).

Il Piccolo Ing., che aveva già stilato un prezzario (35 € se mi morde, il valore del Lego con gli interessi se me lo rompe, 15 € se mi ringhia, e via di questo passo), finora è rimasto a secco.

Mi fa pensare alle cose della vita: non c'è mai qualcosa che va tutto bene, o tutto male. Ma bando alle ciance, vado a raccogliere la cacca.

martedì 30 agosto 2011

Ricominciare


"Basta Ing., ho preso una decisione. Basta andare in giro come una trottola, sono stufa."
"Va bene, basta che non lo fai per me"
"Certo che no, lo faccio per i miei figli."

Venerdì
"Ing., mi avrebbero confermato quella cosa che era in ballo ad Ancona, il 7 settembre."

Ieri
"Ing., ho vinto una gita a Trento all'inizio di ottobre."

Oggi
"Ing, veramente a metà settembre dovrei andare a Verona... Però è nel weekend... Se volete venire anche voi... A vedere il balcone di Romeo e Giulietta..."

L'Ing. non favella, il che non è un buon segno.
Soprattutto perché, nel frattempo, è arrivato Macchia.

Ma di come si arriva a prendere la decisione di regalare alla propria figlia, per il suo sesto compleanno, un cane - questo ve lo racconto la prossima volta.

giovedì 21 luglio 2011

#donnexdonne, da un minimo a un massimo


#donnexdonne, e intendo dire il gruppo su Facebook, è diventato lo spam peggiore nella mia posta, lo dico con affetto e non mi illudo certo che con oggi finisca. Segno di alto interesse e partecipazione, segno che in Rete ci sono tante donne che hanno voglia di stare insieme e confrontarsi. Purtroppo non sono riuscita a seguire tutte le conversazioni, il passaggio di consegne, i banner, i link, i video, gli articoli, le considerazioni su "Se non ora quando?" a Siena. Per cui non chiedetemi se sono d'accordo o cosa ne penso.

#donnexdonne è un progetto ambizioso, e infatti se dovessi proprio mettermi lì, spremere le meningi, pensare e ripensare, rovistare nel fondo della memoria e cercare qualcosa - cosa che peraltro in questo periodo di totale sfinimento non riesco proprio a fare - troverei ben poco che mi appartiene. Anzi, mi verrebbero in mente tutte le facce delle stronze che ho incontrato per strada. O, peggio ancora, di quando la stronza sono stata io.

E dunque, siccome certe cose rimosse stanno bene dove stanno, sono stata lì lì per non scrivere nulla. Fino a quando non mi è venuta in mente la migliore qualità al mondo che le donne posseggono: esistono. Esistono per parlarci. Perché quando a un uomo fai certi discorsi, se ti va bene ti dice che sei matta. Se ti va male ti chiede se sei in sindrome premestruale. Invece con le altre donne ci parli, e questo permette innanzitutto al pensiero di progredire. E non sto dicendo che devono essere per forza tue amiche, o che parlarsi sia sempre un bene: e infatti a volte ti parli, e poi per sei mesi non ti parli più. A volte ci si dice cose che fanno male, a volte no.

C'è uno stile, nel mettersi insieme (anche per tentare di realizzare idee di business), che è altamente deficitario (nei risultati, ci manca spesso quel killer instinct che fa di noi delle vere cacciatrici) ma altamente partecipativo. E questo è il minimo, che poi è stato anche la base di quello che è stato presentato come un massimo, ossia la manifestazione di Siena, "Se non ora quando?"

Ora, io ero a Siena quel sabato e sono passata dalla fantomatica piazza di Sant'Agostino. Sì, ci stavano duemila persone, in effetti. No, sono arrivata quando tutti erano già in fase di smobilitazione (con gli uomini che aspettavano vicino al muretto come una volta aspettavano sui gradini delle chiese, senza entrare). Sì, c'era una bellissima atmosfera di partecipazione (appunto). No, mi sono seduta e mi sono guardata intorno, a vedere le madri cinquantenni che trascinavano le figlie: le madri con quell'aria spavalda e la faccia di quelle che "finalmente si torna ai bei vecchi tempi" e le figlie... Le figlie vestite come le madri. O viceversa. Chissà. Amiche, o donne che sembravano amiche, viaggiare insieme.

Comunque. Quella che mi sono fatta è stata una domanda più radicale, è la domanda del massimo vero, è la domanda che mi è venuta spontanea guardando le facce delle figlie. E cioè: questo stare insieme sarà capace di produrre anche un nuovo pensiero, che sappia partire dai fallimenti di quello precedente? Un nuovo pensiero che sappia superare le secche dell'in-differenza tra maschile e femminile, tanto per citare un argomento che mi sta a cuore (quando sento parlare di ruoli di genere mi viene l'orticaria alle orecchie, e sapete che sono una persona tollerante).

Perché altrimenti tutte le manifestazioni di donne per le donne rischiano di diventare il "solito" ghetto (e io di ghetti, se permettete, me ne intendo). Perché partecipare è bello e poter tutte quante dire la propria è segno di alta democrazia, ma poi? Sappiamo ridare cittadinanza a noi donne e ai nostri uomini (femmine e maschi, non generi costruiti artificialmente in base a chissà quali e quanti stereotipi, che pure nella nostra società ormai abbondano, come una profezia che si autoavvera)? Che, come dire, anche gli uomini hanno i loro problemini  - ma se aspettiamo che facciano #uominixuomini...

Disclaimer:
Dato che sono una scolara disattenta e indisciplinata, so che dovrei (devo, Monica?) mettere tutti i link delle partecipanti, ma per brevità vi rimando a Pontitibetani, impareggiabile organizzatrice di questo web-evento, Facebook o Twitter

martedì 19 luglio 2011

Domande imbarazzanti

No, per dirvi che comunque la Summer School della Fondazione ForTes sulla comunicazione nel Terzo Settore è stata davvero interessante. Mi sono divertita a fare, come al solito, quella che non c'entra niente.

Ho dovuto rispondere infinite volte alla domanda più imbarazzante che mi si possa fare: "Che lavoro fai?".

Perché non ho risposte pre-confezionate tipo: "Ufficio Stampa del CSV di vattelapesca", "Coordinamento della Comunicazione Interna dei Circoli ARCI Toscana", "Misericordia di San Casciano" (ah LA Misericordia... Non ho capito cosa sia ma ho scoperto che in Toscana è una potenza), Fondazione TuttiBelli.

"Seguo alcuni progetti, mi occupo saltuariamente di conciliazione famiglia-lavoro, sto sul Web per passione e per lavoro". Luuuuuuuunga, a metà avevo già perso il mio interlocutore.

"Lavoro come freelance su alcuni progetti e mi occupo di comunicazione web". Complicato, risultato: sguardo da pesce lesso.

"Faccio la ricercatrice, o almeno dovrei, e la blogger". Ah, ok. Ma che c'entrano?

"Sto seguendo un progetto per il Forum delle Famiglie". Semina il panico e il sospetto. Un modo per tenere lontani gli scocciatori.

"Seguo progetti, faccio la blogger". Uhm.

"Faccio la precaria". Depressivo al massimo.

Tra presentazioni formali e informali, ne ho sfoderato una decina. Ogni volta diversa. Pensavo agli amici con i quali ho diviso il tavolo un paio di volte, che ogni volta ne sentivano una diversa. La dissociata della Summer School.

E mai nessuno che mi chiedesse solo come mi chiamo.

lunedì 4 luglio 2011

Tra mammità e buon senso


E così, con le unghie e con i denti, abbiamo strappato alla settimana e al lavoro e ai figli altri due giorni solo per noi, e per i nostri dieci anni insieme che fanno un tempo per riappropriarsi dell'essere in due, partendo pensando che in fondo, forse, i bambini potevamo portarli con noi e che in fondo, la prossima volta, li porteremo. Sbagliato: sono stati due giorni stupendi su un'isola senza macchine con l'aria profumata di pino e di mirto, il mare azzurro che scopri in tante calette nascoste, le strade sterrate, la luce calda del tramonto in una piazza piena di terra e di nulla. E alla fine ci siamo detti che sì, i bimbi li porteremo in questo posto meraviglioso, ma avevamo davvero bisogno di stare noi due.

Ma così, prima di partire ho fatto domanda (fuori termine) per una Summer School in Toscana. Una cosa che mi interessa e mi intriga, quelle mail che mandi sopprapensiero pensando: "Ma figurati...". Mi hanno preso. E così la Grande Nonna, che in prima battuta aveva accolto la richiesta di babysitteraggio ambulante, a mente lucida si è tirata indietro chiedendosi come avrebbe mai potuto gestire i bimbi in una landa a lei sconosciuta. E io mi struggo all'idea di iniziare un'altra settimana nomade durante la quale lascerò di nuovo i bimbi da una nonna. E questa volta ok, almeno c'è papà. Ma così tante notti lontano da casa, weekend compreso, non sono mai stata.

Inutile dire che l'Ing. già assapora un altro weekend rubato all'Ultima Spiaggia, invece di dover correre dietro a quella squinternata di sua moglie fino in Toscana per recuperare i figli, e quindi a colazione mi guarda e mi dice: "Io non capisco, ma che senso ha? Hai questa opportunità, sfruttala"

Mi vengono un sacco di dubbi: ne varrà davvero la pena? Devo rinunciare? Vado? E' giusto? E se poi non mi serve a niente? E se poi...

Insomma, lo strazio della mammitudine non ha fine: quando non lavoravo pativo di tutto quel tempo (mal) speso con i miei bimbi piccolissimi e pensavo a cosa ne sarebbe stato di me, adesso mi inquieto per queste assenze prolungate e mi chiedo cosa ne sarà dei miei figli e di me, in questa precarietà che assume varie forme di upgrading mai scontate. Forse, verso la loro adolescenza, arriveremo a un equilibrio. Forse. Intanto, rubo il copy a qualcuno, ma in un vario gioco di specchi mi sento anche una mamma un po' cattiva.

mercoledì 29 giugno 2011

No Title, #citazioni

«Accettare l'ambivalenza è come accettare di essere umani e questo ci rende più autorevoli svincolandoci da comportamenti autoritari, ma soprattutto dà un senso alla nostra "naturale" incoerenza. Essere contenti e allo stesso modo un po' malinconici quando vediamo nostro figlio entrare finalmente all'asilo senza piangere, così come quando esce da solo per la prima volta o sempre da solo parte per la sua prima vacanza, diventeranno sentimenti a noi familiari, condivisibili e meritevoli di essere rivelati.
Ciò che dovremmo evitare è l'ambiguità, che veicola un messaggio confuso e mai rispecchiante il nostro reale punto di vista.
(...)
L'ambiguità alla lunga ci fa sentire in colpa e spesso, a parte internet, sono proprio i sensi di colpa a determinare quella distanza che sentiamo da loro. In certi casi i sensi di colpa nascono da quello che facciamo, a volte inconsapevolmente, per fare in modo che essi siano esattamente come ce li siamo immaginati (neanche fossero i nostri avatar!). (...) Ma se tale comportamento diventa eccessivo, fatalmente distoglie la nostra attenzione da particolari momenti della loro crescita, dove hanno necessità di sentire rispecchiata la propria spontaneità. Non ci accorgiamo più di quell'istante preciso in cui hanno bisogno di essere visti e considerati, e non semplicemente guardati senza partecipazione. Quell'istante rappresenta, secondo me, il massimo della vicinanza possibile, una specie di fusione emotiva che ce li fa conoscere e sentire vicini come nessuna forma di controllo potrebbe fare».

Federico Tonioni, Quando Internet diventa una droga. Ciò che i genitori devono sapere, Fetrinelli, 2011.

martedì 28 giugno 2011

Il silenzio è sempre d'oro?


Tempo fa Lanterna dedicò un post al suo "peggior difetto". Un bel po' di tempo fa. Non ricordo cosa commentai allora, ma quel post mi ha fatto molto riflettere su quale sia il mio peggior difetto.

Alla fine di questa lunga elucubrazione, sono giunta alla conclusione che uno dei miei peggiori difetti è il silenzio. (Che, scritto da una che ha un blog che "so tutto di te perché leggo il tuo blog", fa ridere).

Molti, anche molti proverbi popolari, affermano che il silenzio sia una virtù: potremmo stilare una lunga lista di detti sul fatto che "il silenzio è d'oro". E' vero, il silenzio ci protegge e ci semplifica la vita. Ci sono periodi (anche storici) in cui è probabilmente così, ma ci sono momenti (anche storici) nei quali il silenzio è in realtà una colpa senza perdono.

E quindi, come tutti i difetti e i peccati, anche il mio silenzio assume varie gradazioni a seconda della gravità della situazione. C'è un silenzio veniale, e c'è un silenzio capitale. E' il silenzio di chi accumula silenzi veniali e silenzi meno veniali. Potrebbe essere il silenzio prima della tempesta: prima o poi arriva la classica goccia che fa traboccare il vaso, e allora si salvi chi può.

Ma la tempesta potrebbe non arrivare: perché prima della tempesta, c'è l'ultima spiaggia del silenzio come peccato capitale, c'è il silenzio del distacco, dello scivolare via. Non sono attaccata ai posti, non sono attaccata ai lavori, forse l'unica cosa alla quale sono attacata è un'idea di me (perché sì, per scrivere un blog bisogna essere un bel po' narcisisti): e quindi, il mio silenzio è un lento scivolar fuori da luoghi, persone e situazioni che, nel silenzio, mi hanno stremato, rotto le palle, deluso, fatto incazzare, o semplicemente non mi hanno voluto. Può essere anche un silenzio fatto di sorrisi, frasi di circostanza, relazioni civili tra persone, per carità. Mi rendo conto che questo silenzio "salva" le relazioni formali, e in certi contesti le relazioni formali sono sostanziali. Ma mi chiedo anche quanto siano sostenibili, e per quanto tempo, e a discapito di quale sanità mentale.

Raramente le persone mi vedono veramente incazzata (io sono una che mentre stava partorendo la ginecologa la guardava e le diceva: "Ma no signora, niente epidurale, non sta soffrendo, non vede che bella faccia che ha?" e dopo un'ora mia figlia era nata in sala travaglio davanti a una platea di ostetriche).

E quando sono davvero molto, molto, molto incazzata mi chiudo in un mutismo tombale. La mia pancia tenta di elabora modi civili e non banali di esprimere la rabbia e la mia mente si rende conto che forse qualche piatto o qualche libro volante a volte sarebbero la soluzione migliore. E forse sarebbe più corretto che la pancia ragionasse come pancia e facesse volare i piatti, e la mente ragionasse come mente e capisse come elaborare razionalmente le incazzature, ma insomma.

E così, alla fine, mi rivolgo a lei: Carol-l'estetista, che sulla battaglia contro il brufolo dell'incazzatura silenziosa sta costruendo la sua fortuna.

venerdì 24 giugno 2011

Quanto vale un sms


Ci sono persone, amiche, che ti insegnano la passione per la vita.

E ci sono persone, ragazzi e ragazze vere (non come noi che facciamo finta di esserlo ancora) che in fondo non hanno passioni nella vita. Ma forse quello che aspettano è qualcuno che faccia capire loro quanto vale avere una passione.



Ieri sera sono stata a un aperitivo per la raccolta fondi di Invertiamo la rotta, un progetto di scuola vela per adolescenti che non hanno passione per la vita. E mi sono chiesta quanto può valere un sms. Tanto più che oggi è l'ultimo giorno a disposizione per mandarlo.


sabato 4 giugno 2011

Un po' mamma, un po' tigre


Ho iniziato a leggere Il ruggito della mamma tigre in treno, aspettandomi l'ennesimo manuale materno-pedagogico scritto da Amy Chua, docente a Yale, mamma cinese di seconda generazione alle prese con due figlie. Ho scoperto una storia ironica e appassionante, un libro a volte estremamente divertente (imperdibile il capitolo nel quale l'Autrice tenta di applicare il proprio metodo educativo al cane scemo), a volte commovente. E' la storia di un mezzo fallimento e di un successo ancora più grande, di come in fondo è la vita a cambiarci, ed è una riflessione autobiografica sull'incontro di due sistemi educativi estremamente differenti, quello cinese basato sull'imperativo del dovere e del massimo impegno e quello americano (definito genericamente e un po' ironicamente "occidentale") basato sulla (falsa e accomodante?) preoccupazione per benessere dei figli.

Ho letto questo libro in un momento del tutto particolare, alla fine di un anno scolastico che mi lascia con molte domande irrisolte, molte fatiche, molte cose da "risistemare" nella dis-organizzazione sia familiare sia mia personale. Ma leggere questo libro tutto d'un fiato mi ha regalato alcuni spunti di riflessione molto utili che voglio condividere con voi.

1. TEMPO. Amy Chua, docente a Yale, mamma terribile e cattivissima, dedica una quantità di tempo e di attenzione alle proprie figlie che noi neanche immaginiamo. Quella del tempo da dedicare ai propri figli è una grande questione irrisolta delle mamme italiane, mia in particolare avendo un figlio che frequenta il modulo e che quest'anno, per il primo anno, ha iniziato a dover fare i compiti a casa in modo serio. Il momento dei compiti si è trasformato alternativamente in momento di supplizio, momento di assenza (mia), momento di sfuriate, momento zen, momento di mal di pancia (di mio figlio). Sento moltissimi genitori che si lamentano del tempo che devono dedicare ai propri figli per lo studio. Vedo molti ragazzini delle medie che trascorrono il pomeriggio da soli. Anche io ho trascorso questo anno in modo altalenante: una parte di me a ripetere che mio figlio deve fare i compiti da solo, e che con tutto quello che ho da fare non posso certo passare pomeriggi e mattine a fare i compiti con lui, mentre l'altra parte intuisce che lui ha bisogno che gli venga insegnato a concentrarsi, a stare lì, a mettere la testa su una cosa un filo più difficile. Direi che dopo aver letto Il ruggito della mamma tigre ho preso qualche importante decisione su come gestire la questione, e non perché "lo fa lei", ma perché prima del punto 1 c'è il punto 2.

2. UN'IDEA Amy Chua ha un'idea ben precisa sull'educazione che intende impartire alle proprie figlie, sui sì e sui no, su cosa è importante e cosa non lo è (importante: eccellere; non importante: passare i pomeriggi a giocare con gli amici). Io mi stupisco sempre quando un genitore prende una posizione netta rispetto a qualcosa che sta diventando molto mainstreaming (dal cellulare a dormire fuori di notte), in fondo lo trovo così desueto e affascinante. E sapete perché? Perché ha la forza di sottrarsi all'imperativo dell'"integrazione a tutti i costi". Una delle grandi ansie dei genitori di oggi è che i figli crescano "socialmente ben integrati", e alla fine il conformismo dilaga. Che i figli non debbano soffrire troppo, che il loro benessere psicologico sia sempre tutelato, che "stiano bene". Personalmente, credo che sentirsi dire di no a volte, per un bambino, sia impagabile: quantomeno, dimostra che i tuoi genitori pensano a te e hanno in mente un'idea di educazione per te, hanno degli obiettivi, vogliono che tu possa arrivare proprio là. Non è bellissimo?

Insomma, la morale della favola è che da una settimana a questa parte stresso il povero Ing. cercando di convincerlo a leggere Amy Chua. Che, se proprio devo fare la mamma tigre, almeno la facciamo in due.

venerdì 27 maggio 2011

Prove di pericolante mammità: test su strada (milanese) di seggiolino per bici


Essere mamma di due bimbi e non avere tate né nonni a disposizione ogni pomeriggio della settimana vuol dire condividere la maggior parte del tuo tempo con entrambi i tuoi figli. La sfida bella e difficile è riuscire a ritagliarsi un momento di unicità: tu e solo uno dei due, un momento per stare vicini senza creare incontrollabili gelosie nell’altro, senza discorsi interrotti, senza cose da fare - non importa se poi stiamo zitti e non si fa niente.

E questo succede per lo più quando carico uno dei due sul seggiolino della bici, e partiamo.

Ok, stop. Dimenticate gonne svolazzanti, rossetto senza sbavature e stradine di campagna. Arranco con una media di 20 kg sul sellino posteriore, ben imbragati e dotati di caschetto, su strade sconvolte da ogni tipo di scavo e rappezzamento (fibra ottica, teleriscaldamento fase 1, teleriscaldamento fase 2, posteggi interrati, gas, luce e non so che altro), schivando macchine in doppia fila e tassisti isterici.

Mentre pedalo, il mantra è: "Bimbi non muovetevi, sennò ci ribaltiamo e ci facciamo male".

Piccoletta, che ha il dono della sfida alle convenzioni, ha imparato ad agitarsi sul seggiolino e ad alzarsi d’improvviso: e quindi quando siamo in bici la devo impegnare in un discorso-confessionale ("Sai che Amica e Piacione si sono baciati di nascosto?") oppure in una cantata corale di “Cocco e Drilli”, una delle più belle canzoni d’amore di tutti i tempi.

Piccolo Ing. è più tranquillo ma, dall’alto dei suoi 8 anni e mezzo, ormai del tutto imprevedibile: inizia discorsi moccicati e poi si distrae ("Mamma, sai che oggi... .... ..." "Oggi?" "... ... ..." "Topo?" "Sì?" "Cosa mi stavi dicendo?" "Cosa ti stavo dicendo?" "Mi hai detto: 'Mamma, sai che oggi...' "Ah, sì. Boh, non mi ricordo più" "Va bene" "Mamma?" "Sì?" "..." "Topo?" "Sì?" e via di questo passo), canticchia, saluta gli amici che incrocia per strada sporgendosi pericolosamente, mentre il mantra "Non muoverti" diventa qualcosa a metà tra l’urlo di Tarzan e la supplica a Padre Pio.

E quindi, altro che seggiolino super leggero.

Qui ci vuole un seggiolino che sia sì leggero, ma che me li tenga lì, fermi inchiodati quanto basta per arrivare incolumi a destinazione: un seggiolino con le barre laterali. Un seggiolino che sembra una Ferrari sulla mia bici che assomiglia più a una 500 (ma non quella supercostosa che hanno fatto ora, quella della mia mamma quando io ero piccola, eh). Che sia comodo per loro, bello e leggero per me.

Un seggiolino che sembra una Ferrari, io l’ho trovato - e l'ho anche provato, insieme a Piccoletta (guardate il video, e fatevi due ghignate):
Seggiolino BodyGuard, Caschetto Sunny e occhiali da sole, tutto OKbaby.


In attesa che ci invitino per un Rally di mamme pericolanti, vi segnalo che Blogmamma ha lanciato un concorso letterario online, in premio proprio questo seggiolino.

venerdì 20 maggio 2011

Dietro l'angolo: quando ti rubano il posto dove vivi (ditemi dove sbaglio)


La portiera è persa dietro il rebus della raccolta differenziata.
Il lattaio aspetta che arrivi agosto per andare a ballare a Rimini.
La parrucchiera pensa alla sua casa sopra Camogli.

Cammino per strada con il Piccolo Ing. che mi chiede perché Milano verrà invasa dalla droga e non dai marziani, quando incrociamo due ragazzi. Lei è in canottiera e ha un tatuaggio gigante, mi passa un foglio. La considerazione è che difficilmente possa essere un volantino elettorale - anche se ho appena visto all'asilo una mamma araba con al collo un portachiavi di "Forza Milano!", quindi smetto di farmi inutili idee preconcette e di trovare un senso alle cose e sbircio, mentre spiego a Piccolo Ing. che settimana prossima si va ancora a votare, e quindi lui ha un altro lunedì di vacanza assicurato e che a Milano la droga c'è già, quindi nessuna invasione.

Ci sono dei ragazzi sul tetto delle villette-Aler.
Le villette-Aler sono un agglomerato di ville degli anni Venti ormai in semi abbandono (c'è o c'era, non so più, un sert e poco altro, oltre a qualche ufficio e qualche pensionato, pure lui in stato di semi-abbandono). Non solo. Le villette-Aler sono luogo di immaginaria speculazione edilizia di tutto il quartiere.

Tutti gli abitanti del quartiere hanno speso almeno cinque minuti della loro vita pensando (in ordine):
A. Pensa che spreco economico possedere un simile patrimonio immobiliare e lasciarlo lì vuoto e decadente (perché il vero milanese per prima cosa monetizza)
B. Come potrei fare ad accaparrarmene una a prezzi Aler (perché il vero milanese monetizza e vuole fare il furbo come tutti gli altri);
C. Lasciamo perdere, prima che le abbattano per farci un grattacielo o le diano ai Rom (perché il vero milanese deve mantenere comunque il low-profile).
Credo che la stragrande maggioranza degli abitanti del quartiere non sapesse, fino a ieri, che le villette-Aler sono oggetto di riqualificazione-Expo. Cosa questo voglia dire, nonostante abbia cercato qui e là (anche sul sito dell'Aler), non sono riuscita a capirlo. I ragazzi del tetto sostengono che le villette verranno risistemate e rivendute o affittate ai soliti amici di "all'interno di un piano connesso ad Expo 2015 gestito da una holding della Regione".

Al ritorno abbiamo fatto il giro lungo, siamo passati dalla cartolaia (esasperata da due giorni di tubo di scarico della camionetta della polizia davanti all'ingresso del suo bugigattolo) e siamo passati a vedere i ragazzi sul tetto (ma non ditelo a nessuno).

La cosa assurda e triste è che i ragazzi del tetto son lassù e non hanno nessuna richiesta da fare. Io invece una richiesta ce l'avrei. Ed è una richiesta di informazione: possibile che debba aspettare che gli anarchici salgano sul tetto per sapere che le villette-Aler sono/saranno oggetto di riqualificazione?

Non mi piace. Non mi piace stare in un posto dove devo venire a sapere che le cose mi cambiano sotto il naso perché gli anarchici son saliti sul tetto. Non mi piace un posto dove la notizia è che ci sono gli anarchici sul tetto, ma cosa ne sarà di quel tetto non è notizia importante (basta che lo sappiano i pochi informati, per il resto chissenefrega).

Non è un posto mio, ma è il posto dove abito.
E io vorrei abitare in un posto mio.

martedì 17 maggio 2011

L'incantatrice calva


Interno sera, a tavola.
Ing: "... E quindi sembra un po' un nerd"
Piccolo Ing: "Cos'è un nerd?"
Ing: "E' uno che è un genio, ma che sembra un po'... Insomma uno che non sa tanto come comportarsi, uno che..."
Lorenza: "Uno sfigato.... Uhm... Sai che cos'è uno sfigato?"
Piccolo Ing: "Veramente no"
Lorenza: "E' il contrario di quando dici 'Fico!' Hai presente quando tua sorella dice fico?"
Piccolo Ing.: "....."
Lorenza: "Fico vuol dire che è ganzo"
Piccolo Ing.: "....."
Lorenza: "Una cosa o una persona che piace a tutti, ma proprio a tutti!"
Ing: "E' cool"
Piccoletta: "E' cul come il sedere?"
Lorenza: "No, quello è cùl, cuul vuol dire fico, è la stessa cosa"
Piccoletta: "E finocchio?"
Lorenza: "Finocchio è una verdura"
Piccolo Ing: "E allora fico è un frutto"

mercoledì 11 maggio 2011

La Milano che vorrei: considerazioni di una bambina di 5 anni


Ieri a Milano era una di quelle giornate di afa padana che non vorresti mai.

Noi a Milano, quando Piccoletta e io andiamo in bici e i tubi di scappamento delle macchine ci sparano addosso i loro fumi, ci diciamo: "Vedi? Non produciamo nessuna puzza."

Noi quando siamo su, sui bricchi dell'Ultima Spiaggia, Piccoletta mi chiede: "Mamma, ma qui è meno inquinato che a Milano, vero?"

Ieri ero a prendere Piccoletta e la stavo caricando sulla bici.

"Mamma, ma i motorini fanno puzza, vero? Ecco, io vorrei delle macchine e dei motorini che non facessero puzza."

"Che bello, nana. Magari, quando quando voi sarete grandi, li avremo."

"E poi vorrei una città dove non c'è l'inquinamento. E poi colorerei di tutti i colori i palazzi."

Ecco, e poi non mi ricordo cosa le ho risposto, perché in realtà mi sono un po' commossa, pensando ai palazzi colorati dai desideri di una bimba.


martedì 3 maggio 2011

La Milano che vorrei: considerazioni postume sul Fuorisalone 2011


Era sabato, c'era il sole, era una settimana che l'Ing. lasciava parcheggiata la macchina sotto casa perché "C'è il salone del Mobile, un traffico pazzesco". Era sabato, e la sottoscritta a colazione, momento del brainstorming familiare su "Cosa facciamo oggi" ha deciso che SI DOVEVA andare al Fuorisalone. Eccchediamine.

Sono passate tre settimane, la città è tappezzata di cartelloni elettorali. Leggo slogan, guardo facce (ogni tanto no, guardo loghi, disegni, stemmi). Le facce hanno sorrisi incerti e tirati, gli slogan suonano come lattine vuote: parlano di futuro, bambini, boh. Non me ne ricordo neanche uno.

Era sabato, tante persone in giro. Il nostro Fuorisalone è finito ben presto, praticamente subito, da Ingegnoli: un luogo magico, che ben presto sparirà. La zona è area di recupero e quindi, indovinate?, al posto di questo enorme negozio-serra, che in casa nostra è diventato "Il giardino di Edera Velenosa", verrà costruito un avveniristico palazzo che sarà sede di una prestigiosa Fondazione di una grande casa editrice. Chi l'avrebbe mai detto.

Guardo i cartelloni e continuo a chiedermi a chi servano, tutti questi uffici e tutte queste case, in una città sempre più vecchia e più tirata, dove le signore la mattina contano gli spiccioli alla cassa del supermercato, dove c'è un cartello di Affitasi Ufficio appeso un portone sì e uno no.

Era sabato, e bighellonavamo in bicicletta per una Milano piena di persone: era - è stata per una settimana - una città un po' diversa. Una città dove si poteva vivere di cose belle, aperte a tutti o a chiunque avesse voglia di uscire di casa a scoprire, senza troppe pretese ma con un enorme sforzo organizzativo delle aziende, degli sponsor, degli artisti. In cui le persone di buona parte del mondo erano in giro - gente venuta per il Salone del Mobile, ma non blindate dietro un taxi alla volta dell'aeroporto.

Mi sono accorta di quanto il Fuorisalone sia stato capace di restituire alla città che lo ospita spazio, titolarità, coinvolgimento: e mi sembra che la formula abbia funzionato. Un'immagine positiva di sé che non è solo immagine, ma è tecnologia, scoperta, contenuto, sfida. Non è una cosa improvvisata: sono anni che ci si lavora, e tanto.

Il paragone con le settimane della moda mi è venuto spontaneo: la Moda, anche quando Milano era (o credeva di essere) la "capitale della Moda", non è mai stato tutto questo - non è stata capace di questo sforzo di coinvolgimento della città.

In coda in macchina vicino a Via Tortona, quello stesso sabato sera di Fuorisalone, partita a SanSiro e sailcielo cos'altro, ho esposto il mio pensiero all'Ing., il quale ha ribattuto che la moda è una cosa élitaria, il design no. Ecco, secondo me non è vero: anche il design è élitario, perché tutti andiamo al Fuorisalone ma poi dobbiamo accontentarci dell'Ikea.

E' proprio una concezione diversa della città: una città da usare e basta, o una città da vivere. Un mondo autoreferenziale, o un mondo aperto. Qualcosa da tenere per sé, o qualcosa da condividere e costruire insieme (perché in entrambi i casi devo vendere, sia ben chiaro).

La moda non è stata capace di crearsi intorno una città, semplicemente perché questa cosa non interessava. Forse adesso sì, la lezione del Fuorisalone è passata - non abbiamo più solo taxi off-limits e traffico impazzito, abbiamo qui e là qualcuno che timidamente si affaccia sulle strade dai palazzi superblindati delle griffes milanesi. Creando forse perplessità, e qualche grattacapo in più.

In quella settimana sono incappata in un giornale di moda iper-chic e l'ho sfogliato per la prima volta. Mi hanno turbato le immagini, ho pensato: forse il problema della moda è che ormai sta riciclando l'immagine di un mondo che non esiste più - un'immagine che è diventata l'immagine triste e strafatta di se stessa che si dipinge, in effetti, come un mondo elitario quando le masse non hanno più né la voglia né i soldi per fare finta di essere come le élite, e le élite boh. (sempre se di masse e élite dobbiamo parlare, cosa che mi si potrebbe contestare a prescindere)

Non voglio fare l'apologia del Fuorisalone, per carità. Ma in quella settimana, Milano a me è piaciuta davvero. E vorrei che le facce di cera dei cartelloni vedessero e imparassero - quantomeno, da chi ha saputo tirar fuori i milanesi di casa senza che andassero a manifestare o al mare e in montagna per il weekend.


martedì 12 aprile 2011

La scuola che vorrei è una #scuolaitaliana


Per questo post volevo fare una cosa fichissima, e soprattutto non volevo scrivere io - perché può ragionevolmente scrivere qualcosa di davvero sensato una che inizia un post con "Per questo post volevo fare una cosa fichissima"? No.

Però non ce l'ho fatta (ma non ve la svelo, sia mai che poi riesca a farla, chissà quando) e quindi devo necessariamente smettere i panni della scema di guerra e vestire quelli della persona seria che porta il suo modesto contributo a un dibattito sulla scuola. Non sarà il contributo di un esperto di scuola, ma di un genitore che ormai vi ha trascorso qualche anno, diciamo di un genitore che legge qua e là e che per professione ogni tanto sorvola il tema. Anzi, ora che ci penso anche di un genitore che ha insegnato per un anno o poco più, una vita fa. E di un genitore che si fa sempre molte domande, senza dover per forza avere in tasca la soluzione.

Vado per macro-temi, un po' schematicamente. E cito liberamente da Togliamo il disturbo, il saggio di Paola Mastrocola edito da Guanda (da leggere)

INSEGNANTI - GENITORI- ALUNNI. Per dire che la scuola è fatta di persone e ognuno di costoro dovrebbe sinceramente farsi un esame di coscienza, in particolare le prime due categorie (perché, oggettivamente, gli alunni sono coloro che tristemente sguazzano in questa situazione). Diciamo che il tutto si potrebbe riassumere con un parolone poco usato in Italia di questi tempi: RESPONSABILITA'. Non voglio entrare negli infiniti cahiers des doléances che gli insegnanti stendono sui genitori, e che i genitori stendono (con ragioni uguali e opposte) sugli insegnanti. Il problema è che qui nessuno si prende più la responsabilità di fare il proprio dovere. Oltre ad esserci un tasso di conflittualità altissimo: è in corso una Guerra Fredda, una sorta di muro contro muro nel quale gli insegnanti mirano ad estromettere i genitori dalla scuola, e i genitori si guardano bene dal trovare forme collaborative di partecipazione. Anche solo la capacità di chiarirsi i reciproci obiettivi aiuterebbe, credo. Il che presuppone avere insegnanti così bravi e motivati e genitori così adulti da avere obiettivi che pendono sulle teste dei loro figli e alunni. Il che presuppone anche avere insegnanti che parlano con i genitori (cosa assai rara, per la mia esperienza) e che parlano con i genitori senza pensare che il giorno dopo arriverà la minaccia di denuncia. Il che presuppone avere modelli condivisi che non siano calciatori e veline (su questo tema ricordo un bellissimo articolo di Marco Rossi-Doria). Insomma, detto un po' mielosamente bisogna ricostruire un'alleanza. Ma prima bisogna avere in mente quale è lo scopo. Bisogna che le associazioni dei genitori non diventino il club esclusivo del "noi che siamo i genitori bravi che si danno da fare". Bisogna che i genitori, per esempio, chiedano che le prove INVALSI vengano pubblicate, istituto per istituto, per sapere quali sono i punteggi per ogni istituto: questo, almeno, potrebbe essere un minimo criterio oggettivo per poter scegliere una scuola. Bisogna che gli insegnanti decidano cosa vogliono: stipendi bassi, infornate che neanche l'Arca di Noè, lamentele infinite e quattro mesi di vacanza l'anno, o un altro sistema? Perché queste cose bisogna dirsele, prima o poi.
E poi ci sono loro, quelli che fanno le verifiche con le schede a crocette, che non sanno più studiare (pare) che studiano le tabelline per un anno e bastano tre mesi per fare piazza pulita. Come se niente fosse. Ecco, loro sono diversi da noi, altrimenti non sarebbero quelli nuovi. Loro vanno aiutati a studiare. A stare lì e a rileggere tre volte una pagina. Loro che tutto "eh mamma ma questo è facile" e che pensano che una volta che hai afferrato vagamente un concetto, allora hai studiato. E' una tortura inutile? E' un passaggio necessario? Rischiamo l'estinzione delle coscienze? Non lo so. So solo che far studiare 'sti ottenni è una tortura (non solo per loro, ma anche per noi) (ma in casa mia vige il metodo-meccanico, della serie: "Non hai voglia di studiare? Vai a riparare le macchine del meccanico sotto casa, rimarrai ignorante e tutti ti fregheranno". Sentita ripetere ai miei fratelli dagli 8 ai 18 anni, uscita dalla mia bocca davanti a mio figlio che mi guardava terrorizzato perché noi, per fortuna, il meccanico sotto casa ce l'abbiamo ancora)

PROGRAMMI. Io non so chi abbia messo mano ai programmi ministeriali delle elementari (perché di quelli, per ora, posso parlare). Ma che alle elementari debba essere insegnata la grammatica italiana, a scrivere in italiano e a far di conto non sembra più così scontato. Mio figlio è in terza elementare e non ha MAI fatto un pensierino (OK, sarà stato particolarmente sfortunato). Obietto solo che per insegnare le suddette materie per prima cosa è necessario disporre di insegnanti che le conoscano. Il che, anche, non è scontato. Infine, alle elementari ormai si fa DI TUTTO: manca solo la reintroduzione dell'ora di ricamo e poi siamo a posto. I bambini stanno a scuola il doppio delle ore e imparano la metà delle cose NECESSARIE (la grammatica, la matematica e a scrivere in italiano). Le medie, che già erano sconclusionate 20 anni fa, sono diventate un guazzabuglio di nuove materie (tra cui una seconda lingua insegnata per due ore settimanali, spiegatemene voi il senso).
E arriviamo al programma di storia e geografia, la vera chicca della scuola che avanza, la spina nel fianco per una che si è laureata in storia di. Storia: in terza elementare un anno sulla preistoria, in quarta gli egizi, in quinta i romani, in prima media il Medioevo e via andare. Io vorrei vedere in faccia la persona che ha avuto questa genialissima pensata: uno che non capisce che la storia si studia in un MODO e con un METODO alle elementari, un altro MODO e un altro METODO alle Medie e un altro ancora al liceo, pagherei oro per poterci parlare. Per capire cosa ha in testa. Per chiedergli: "Ma perché?!?". Geografia: un anno passato a studiare IL fiume, IL mare, LA pianura... Complicatissimo: complicatissimo per bambini di 8 anni che non hanno ancora le capacità di astrazione per capire davvero la differenza tra una baia e un golfo. E che in compenso se dico "il Po" o "le Alpi" mi guardano come se venissi da Marte.
Cosa vorrei come genitore dalla scuola? Che insegni NOZIONI e METODO ai loro figli. Che insegni dove sta la Toscana e dove la Sicilia (anzi, non dimentichiamo che mio figlio NON SA che esiste una Toscana e una Sicilia), che insegni a leggere e a scrivere in italiano. Magari anche in inglese, ma prima in italiano (difficile, senza l'analisi grammaticale e logica, imparare una qualsiasi altra lingua).
Poi c'è la questione Internet e la questione dei Barbari (altra citazione, questa volta da Baricco, altro bel saggio che parla di scuola): ma qui sposo la tesi della Mastrocola, che ridetta a modo mio fa: se uno sa leggere Dante sa usare Internet, ma il contrario non si dà (lei predilige Torquato Tasso, a dire il vero). Quindi, che la scuola insegni a leggere Dante e a conoscere a menadito le tre leggi della termodinamica e la dimostrazione del teorema di Pitagora. E a Internet ci pensiamo insieme, semmai (ecco, Internet poi è proprio una di quelle materie in cui i genitori andrebbero formati molto di più dei bambini, e invece nisba - pensiamo a quanti bambini stanno su PC senza filtri e senza controllo).

Ecco, questa è la scuola che vorrei, e domani (oggi per voi che leggete), mentre sarò in treno su e giù tra Milano e Roma, ditemi che non è vero niente. Che tornerò a casa, e che mio figlio mi farà vedere la ricerca sulla Puglia e avrà finito di leggere I ragazzi della Via Pal, invece di Gol.Un'avventura nel pallone, preso dalla biblioteca della scuola.

martedì 5 aprile 2011

Gemelli Diversi


Sperimentare mi intriga, ripetere copioni mi annoia. Credo che sia così per la stragrande maggioranza delle persone (anzi no, mi sono accorta che esiste uno zoccolo duro di persone, forse la stragrande maggioranza chissà, che ha assolutamente bisogno di una scrivania, colleghi sempre uguali, routine ordinarie e vite preordinate. Io non ho una scrivania, non ho colleghi ma mi faccio molti nemici e qualche sincero amico, non ho un lavoro e quando una di quelle suddette persone guardò il mio CV, cinque o sei anni fa, la prima cosa che esclamò fu "Ma lei ha cambiato un sacco di lavori!" - vagliela a spiegare tu, l'antropologia della precaria). Comunque.

Tra gli esperimenti che sto conducendo in questo periodo c'è una cosa che mi porterà allo sdoppiamento definitivo della mia già doppia, tripla, quintupla personalità (non è colpa mia, sia ben chiaro, è l'Oroscopo che è così) ma che mi sta divertendo un sacco. Se volessi dare un nome pomposo alla vicenda, potrei chiamarla così: "Studio comparato dell'utilizzo e dei trend dei social network in Italia: Facebook e Twitter. Esperienze di una che non lavora in Rete" (questo bisogna dirlo sennò gli "esperti della Rete" si incazzano).

Due account che ho aperto insieme, uno con nome e cognome e l'altro con il nome del blog. Massiccio utilizzo iniziale di Facebook. Twitter mah, boh, bah. Probabilmente all'inizio ho pensato di essere troppo vecchia per Twitter, che è sostanzialmente anorcoide nell'impostazione grafica e nel concept. Non riuscivo a coglierne il lato social, davvero. Linkato il blog e via andare, questo era il massimo di social che Twitter poteva ottenere da me, distratta frequent-attrice della Rete.

Nel frattempo sono passati due anni (Oddio no, ne sono passati quasi tre! Questa auto-coscienza mi fa venire un capello bianco in più). E.

Facebook è diventato una sorta di social suq, e lo dico da venditrice di tappeti: blogger che diventano libraie, comunicati stampa, attività commerciali di ogni tipo, iniziative buone ma anche no, pagine e pagine di "cose" e - anche, va bene, sì relazioni social (può una relazione essere non-social? Mah, forse sì. Comunque anche questa cosa fa pensare). La discussione si districa tra una folta foresta di offerte simil-commerciali (tipo andare al mercato con la tua amica pretendendo di fare conversazione tra il pescivendolo che tenta di venderti l'orata a prezzo ribassato e il fruttivendolo che ti rifila nel sacchetto il cestino di fragole-primizia che tu non volevi). Per carità, io sono sempre lì. Conversare, si conversa (meno di prima, mi pare). Diciamo che il paesaggio urbano di Facebook (per noi simil-quarantenni, almeno) è molto cambiato in questo ultimo anno.

E poi c'è Twitter. Dove mi sono ritrovata, per caso, con i post unificati sulle #quoterosa (ecco, poi Twitter ha questa cosa degli hashtag che è meravigliosa, io l'adoro come potrei adorare un oggetto di design, è proprio qualcosa che mi richiama al bello della parola). Quella è stata la scintilla che ha segnato il mio sbarco su quest'altro mondo. Dove per la maggior parte ho contatti che non ho su FB. Dove tutto è davvero pubblico (cosa che un po' mi terrorizza e che costringe a pensare bene a quello che scrivi, soprattutto se sailcielo quando hai inserito i feed di twitter su LinkedIn, e poi ti ritrovi in questo guazzabuglio sociale nel quale quello che pensi lo devi pensare sul serio, e se lo scrivi poi lo devi difendere, e devi pensare alle conseguenze di quello che scrivi, forse anche) e qualsiasi scemenza o genialata appare come sul rullo dell'Ansa. Pure conversazioni con persone che non conosci (anzi no, contatti o anche twitteri. Questa cosa dà da pensare, in effetti, di come una persona si trasformi in twittero ma come questa relazione non sia bi-univoca, non è detto che un twittero si trasformi in una persona).

Comunque l'esperimento più divertente è scrivere la stessa cosa su FB e su Twitter. Quando lo faccio, succede spesso che su uno parte la conversazione, sull'altro rimane lettera morta. Dipende dal network nel quale sono inserita? Dipende da quanti annunci semi-commerciali sono apparsi su FB e quante notizie su Twitter? Mah.

Su Facebook si possono condividere i video, su Twitter è più divertente vedere la TV in modalità social. Su Facebook rimane un residuale concetto di privacy (scusate, mi scappa da ridere a scrivere questa parola ma non me ne vengono in mente altre), su Twitter tutto, ma veramente tutto, goes public. Su Facebook stai in un modo, su Twitter in un altro (se ci vuoi stare intendo dire, perché poi ci sono persone che sono ovunque ma da nessuna parte, eh).

Quello che rimane, dunque, è la capacità di usare in modo diverso mezzi diversi (perché viviamo in un'epoca in cui in tanti sono ancora convinti che si possa usare Internet come si usa un volantino pubblicitario) - è anche quella scintilla che fa scattare una relazione, una presenza - un po' casuale, un po' preordinata, un po' che se uno non ha voglia o non è capace non lo fa comunque.

Perché, diciamocelo: per stare sulla Rete ci vuole un fisico bestiale, è una faticaccia psico-fisica, e ogni tanto uno si chiede se per caso gliel'ha ordinato il medico, e che senso ha. Ma poi, sai quanto uno si diverte, anche.


mercoledì 30 marzo 2011

Quello che non ti aspetti. Riflessioni sulle donne a margine del Royal Wedding


Più che un post è un intermezzo di riflessioni forse un po' banali su un argomento stracotto.

Questa mattina stavo scrivendo un post per Inglese Precoce sull'imminente Royal Wedding e sono incappata in questa pagina Wiki dedicata a Lady Diana. Ok, su Lady Diana sono stati scritti fiumi e fiumi di parole. Ok, la foto è davvero bella.

Leggendo di traverso la biografia (a Sevenoaks ci sono passata per caso e me lo ricordo: un posto meraviglioso con un grande bosco) ho pensato che questa donna era stata programmata per fare la moglie di Carlo. Per essere la Regina di Inghilterra. Il classico matrimonio combinato, come da secoli si combinano i matrimoni reali.

Ma ve la ricordate, finta o vera impacciata (non so, non ho idea) e timida principessa sul praticello di casa?

Era tutto perfettamente programmato e sotto controllo.

Poi qualcosa è saltato, in questo meccanismo così ben oliato e sperimentato ormai da centinaia di anni. Cosa?

Lei, quella "programmata per". Quella che in pochi anni aveva già sfornato due splendidi figli maschi. Quella che tutti si aspettavano diventasse la regina.

Poi è finita come è finita (ma, come commentiamo cinicamente noi del club dei cinici, non è che i monarchi inglesi ci vadano giù leggeri, con le mogli che si mettono di traverso, vedi alla voce Anna Bolena. E quindi, lei cosa si aspettava?).

L'ingenua e dolce Lady di una famiglia nobile ancora più antica della casata di Windsor diventa un'Head of Communications di quelle che ci ricorderemo per sempre, a discapito del povero Charles che, stritolato tra madre, moglie e amante passerà probabilmente alla storia come quello che ha aspettato tutta la vita di diventare re (e alla fine abdicò in favore del figlio).

[Ecco, parliamo di Carlo. Io su una figura così e sul suo rapporto con le donne ci scriverei un manuale per l'uomo contemporaneo]

E ora arriva a Kate, con la scritta Ambition bella stampata sulla fronte (vabbe', possiamo aggiungerci anche Brown, se volete). Kate che da piccola aveva la stanza tappezzata di poster di William (e probabilmente lo vede ancora bello come quando era uno splendido bambino). Kate che ha programmato di diventare regina - e si accettano scommesse riguardo alla riuscita del suo progettino imprenditoriale.

Ecco, non so se sta tutta qui la differenza. Tra una che "era stata programmata per" e una che "ha programmato di".

[E vedremo come finirà il povero William, tra madre, nonna e moglie]

Ma senza Diana, col cavolo che Kate sarebbe potuta diventare regina. Ed è stato questo il bello di Diana, che era una di quelle che non ti aspetti.


P.S. C'è un film che adoro e che racconta tutto questo. E' The Queen, lo avete visto?

mercoledì 23 marzo 2011

Re Fiordilegge, i diritti e i doveri (e ancora, di scuola)


"Sai mamma, oggi abbiamo la maestra Carla solo per due ore IU-HUUUU"

Mamma benedice la maestra Carla che ha fatto dell'insegnamento dell'ortografia e della grammatica italiane la sua missione professionale. Piccolo Ing., dopo due anni di stravaganze letterarie (tra cui fioccavano i qual è con l'apostrofo), si trova giustamente a dover fare i conti con alcuni concetti a lui del tutto ignoti, quali: serietà, rigore, fatica, impegno. Il suddetto gioisce dunque per i momenti in cui può nuovamente sperimentare le sensazioni dell'infanzia ormai perduta.

"Ah sì, e come mai?"

"Perché oggi viene una maestra speciale che ci farà fare il gioco di Re Fiordilegge e del Mago Cuorenero"

Segue dettagliato racconto delle vicende di Re Fiordilegge, che vi consiglio di leggere qui, dato che mio figlio possiede molte doti ma non quella della sintesi.

Circa 10 minuti dopo:
"E quindi abbiamo fatto due grossi cartelli con su scritto 'Cose che dobbiamo fare' e 'Cose che dobbiamo avere' e li abbiamo riempiti con quello che ci veniva in mente"

Ma che meraviglia questo mini-progetto per insegnare ai bambini che hanno diritti e hanno anche doveri.

"E cosa ci avete messo?"

"Dunque, nelle cose da fare ci abbiamo messo la scuola..."

"Beh, ma la scuola è anche una cosa da avere. Se non hai una scuola che ti insegna non puoi andare a scuola."

"Noi l'abbiamo messa solo tra le cose da fare. E nelle cose da avere abbiamo messo... Il tempo per giocare, per divertirci, per costruire, per inventare".

E io, nella bella mattina di primavera mentre andavamo a scuola percorrendo la via lunga e diritta, mi sono un po' commossa pensando a quanto poco tempo e spazio hanno i nostri bimbi per giocare, per divertirsi, per annoiarsi e per creare.

Alla fine, non so se Re Fiordilegge abbia messo tra le cose da avere anche la scuola. Ma dato che Re Fiordilegge sconfigge il mago Cuorenero, credo proprio di sì.

martedì 15 marzo 2011

Fabio Fazio vs. MaryStar Gelmini: parlare di scuola si può (?)


Sui social network accadono cose strane. Tipo postare innocentemente il video di una (bella) intervista di Fabio Fazio al Ministro Gelmini, e trovarsi in un guazzabuglio multimediale.

Lesson number 1 (for dummies):
Impossibile postare innocentemente con la faccia della Gelmini sopra.


ECCO IL VIDEO INCRIMINATO:



Fabio Fazio manda i figli alla scuola privata ma, nondimeno, è un convinto paladino della scuola pubblica. Fa dunque parte di quella serie di vip radical-chic additati dalla Rodotà sul Corriere qualche tempo fa, e prontamente rimbeccati dalla Gelmini (che non ha perso occasione, anche qui). Dalla disamina psico-socialnetworkiana emerge dunque che il nostro Fabio Fazio appare tormentato dai sensi di colpa, poiché manda i figli alla scuola privata.

E io mi chiedo. Ma vi sembra normale vivere in un Paese nel quale uno che manda il figlio alla scuola privata non può difendere la scuola pubblica? O che si debba sentire in colpa perché può permettersi di mandare il figlio alla scuola privata (o sentire in colpa perché NON può mandare il figlio alla scuola privata)? A me, francamente, no. Mi fa pensare che quando si parla di scuola pubblica e scuola privata, purtroppo, parliamo di altro: parliamo di noi e dei nostri status-symbol (come sostiene la Rodotà) o parliamo aprioristicamente di un sistema ideale che vorremmo imporre a tutti (... ideologia?).

Intermezzo familiare: l'Ing. è un accanito sostenitore della scuola pubblica e una delle peggiori onte, per lui, sarebbe mandare il proprio figlio alla scuola privata. La sottoscritta ha frequentato scuole pubbliche e scuole private e, in merito, si è fatta un'idea molto pragmatica: le scuole private non necessariamente sono didatticamente migliori delle scuole pubbliche (soprattutto per alcuni cicli, come per esempio scuole elementari e superiori). Ma nelle scuole private c'è una diversa gestione delle risorse, un diverso modo di lavorare, e un attenzione all'alunno che nelle scuole pubbliche non esiste. E, permettetemi, nell'educazione sta anche una buona dose di attenzione.

Lesson n.2 (intermediate):
Tenere dritta la barra su "buonsenso"

Quello che mi spiace di più, in tutto questo parlare di scuola, è che non se ne può mai parlare in modo costruttivo. Perché se difendi la scuola pubblica allora difendi tutto aprioristicamente, e se ragioni di tutte le cose che non funzionano nella scuola pubblica (MaryStar ne cita qualcuna, evitando peraltro accuratamente di dire che il problema delle Università, per esempio, non è il numero di corsi attivati ma l'abnorme numero di sedi universitarie nel nostro Paese. Ma sul risparmio dello Stato per la copertura scolastica delle scuole private (perché questa è una cosa che in Italia non si può dire senza che qualcuno si stracci le vesti?), o sugli sprechi, e sulla mancanza di mobilità sociale, ha ragione - peccato che sia solo propaganda, se poi le azioni intraprese non sono in alcun modo conseguenti) allora NON sei per la scuola pubblica.

Purtroppo, quello che temo è che anche questo atteggiamento fa il gioco della propaganda, il cui unico scopo non dichiarato è quello di demolire quel poco che resta dell'istruzione pubblica in questo Paese (aiutata abilmente dai sindacati del "salviamo il salvabile" e che tutto vogliono immobile), negando a sua volta che ci siano tagli, o che ci siano problemi.

Insomma, in questo gioco di negazioni e di specchi rimaniamo qui a citare il Sessantotto. E a parlare di centrali nucleari TRENT'ANNI DOPO, gli stessi discorsi di trent'anni fa.

Lesson n.3 (advanced):
Chi va a scuola impara che i fatti storici non si contestano. Voler fare piazza pulita del Sessantotto è come essere nel 1815 e voler fare piazza pulita della rivoluzione francese. E sicuramente ci sarà anche una legge della fisica che ci dice che chi non si muove, muore (io però in fisica avevo 5)


giovedì 24 febbraio 2011

La madre, il sacrificio




Quanto ha sacrificato alla famiglia per il suo lavoro?
«Sacrificio è una parola che non conosco».
Allora mettiamola così: quanto ha sofferto la famiglia per il suo lavoro?
«Alle donne è sempre associato il sacrificio... Mia figlia è andata presto ad abitare a Roma, forse per sfuggire alla mia presenza un po' forte. Io ho divorziato e oggi abbiamo delle famiglie un po' fuori dal costume: forse per questo siamo più unite di chiunque altro. Boh!».

Gae Aulenti in un'intervista al Corriere della Sera, 21 Febbraio 2011.

lunedì 21 febbraio 2011

Quote rosa (e dintorni): rivoluzionare il lavoro?


Questo post a blog unificati nasce da un'idea e uno scambio di vedute su Twitter e in Rete tra Monica Cristina Massola, Stefania Boleso, Lorenza Rebuzzini, Manuela Cervetti, Benedetta Gargiulo, Maria Cimarelli, Paola Liberace e Mariangela Ziller.

Dopo uno stralcio di scambi in Rete
"Non basta essere donne per essere candidate, anche questa è strumentalizzazione"
"Mi piacerebbe molto però se chiedendosi 'Chi c'è di bravo?' venissero in mente donne"
"Il punto è: basta questo per introdurre gente a caso (come avverrà in CdA banche) purché donna?"
"Sono sicura che ci siano donne in gamba pronte per assumere ruoli importanti. Come far avere la chance?" "Sempre più mi è chiaro che non si tratta di part-time o di conciliazione: che bisogna rivoluzionare il lavoro, nulla di meno"
"Rivoluzionare il lavoro!! E' l'unica. Ma partendo dalle donne (dalle mamme!), non dall'imitazione degli uomini"
(seguendo su Twitter l'hashtag #rivoluzionareillavoro troverete alcune tracce di frasi che ci hanno fatto riflettere...). 
Abbiamo pensato di scrivere sugli argomenti delle reali opportunità per le donne nel mondo professionale, come rivoluzionare l'organizzazione attuale del lavoro e la legge attualmente in discussione sulle quote rosa nei CdA.

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Questo post è, come potete facilmente intuire, il seguito di quello precedente. Se il mio post dello scorso giovedì era scritto sull'onda della discussione, questo post nasce dallo scambio su Twitter, da un po' di ricerche, da qualche scoperta (poco bella) e da una presa di posizione.

E' in discussione al Senato la proposta di legge "cosiddetta" sulle quote rosa: il Disegno di Legge 2482  porta in realtà il nome di battesimo di: "Modifiche al testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria (...) concernenti la parità di accesso agli organi di amministrazione e di controllo delle società quotate in mercati regolamentati". Tiè - vuoi mettere, come sono più nobili i nomi di battesimo.

"Il genere meno rappresentato deve ottenere almeno un terzo degli amministratori eletti", dice il testo del DdL, pena la decadenza immediata dell'intero CdA - cosa che fin da subito ha sollevato qualche perplessità tra gli Amminisitratori Delegati delle banche, che hanno dovuto affrontare l'evento con sorrisi di circostanza e compite dichiarazioni sull'estremo ritardo in cui l'Italia versa nella parità di genere.

Non si dice, non si fa n.1:
Se le donne al lavoro sono un "male necessario" (come ritiene la stragrande maggioranza degli uomini in Italia, peccato che su questa cosa non si possa fare un sondaggio), le donne nei CdA sono una vera e propria sciagura. O no?


Non si dice, non si fa n.2:
Le quote rosa sono un po' come pagare le tasse, in Italia: va benissimo, ma se lo fai tu va meglio


Così al Senato sono stati presentati 53 emendamenti (52 PdL e 1 IdV) e lo scorso 16 Febbraio Confindustria, ABI e ANIA hanno pubblicamente chiesto di rivedere il testo di legge, introducendo una maggiore gradualità e rendendolo meno coercitivo (decadenza immediata del CdA in caso non sia presente il 30% delle donne).

Ora, su questo passaggio desidererei fermarmi due secondi.

Non si dice, non si fa n.3:
Per amore di gossip vi dico che le signore dell'AIDDA si sono (giustamente) incazzate.


Credo che questa presa di posizione congiunta delle associazioni imprenditoriali, bancarie e assicurative dovrebbe far riflettere tutte le donne sulla qualità e possibilità dell'essere rappresentate, eventualmente promosse e casomai difese, nel mondo imprenditoriale e bancario - credo che debba farci seriamente riflettere sul fatto che allora, se le quote rosa spaventano così tanto, se creano queste reazioni così estreme e un po' scomposte, allora c'è una possibilità vera che possano cambiare qualcosa che finora è stato difeso con le unghie e con i denti. Allora c'è qualcosa che è stato difeso con le unghie e con i denti.

Non si dice, non si fa n.4:
Attendiamo comunque con ansia di conoscere il Marcegaglia-pensiero, in proposito.


Non sono mai stata una pasionaria delle quote rosa: non ho mai creduto che avrebbero cambiato dall'oggi al domani il mondo del lavoro, né tanto meno evitato il butta-fuori delle donne che decidono di fare un figlio (sappiamo tutti che una donna può essere molto peggio di un uomo, in questo campo), o provocato un uragano di part-time.

Ma, devo essere sincera, il fuoco di fila aperto contro le quote rosa mi ha fatto molto riflettere. Mi sono convinta così che, nel 2011, in un Paese con il tasso di occupazione femminile come quello dell'Italia, questa legge minuscola e semplice (persino io l'ho capita, leggendola) rappresenta una reale possibilità - quantomeno, la possibilità di sovvertire delle logiche del potere talmente cristallizzate da temere anche solo che una piccola crepa possa creare un enorme terremoto - quantomeno la possibilità per le donne di affermare apertamente che sì, echeppalle, il potere lo vogliamo pure noi.

Non si dice, non si fa n. 5:
Perché lo vogliamo, il potere, siamo sicure? O stiamo bene così?


Si dice spesso che le donne non siano capaci di fare massa critica, di organizzarsi tra di loro, di sponsorizzarsi a vicenda e questa è, in definitiva, una delle ragioni per le quali non fanno carriera all'interno delle aziende. Mai verità fu più sacrosanta. Ma forse anche questa verità appartiene al tempo passato. Forse le donne stanno iniziando a capire e carpire le logiche della collaborazione e del fare lobbying - e forse questo post ne è un piccolo esempio.

In questo ultimo anno mi è capitato di assistere a lunghe discussioni sulla differenza e sull'efficacia dei cambiamenti top-down (i cambiamenti "dall'alto", come quelli imposti da questa legge, per esempio) sia per quelli bottom-up (come il necessario aumento delle donne che lavorano, senza dover per forza diventare amministratore delegato, ma che costituirebbero una base per realizzare quei cambiamenti tanto necessari nel mondo del lavoro). A me sembra che questa [delle quote rosa, della partecipazione delle donne al mercato del lavoro] sia la classica situazione nella quale entrambi i cambiamenti sono necessari: per avere donne davvero preparate ad entrare nei CdA è necessario avere una "massa critica" di donne che lavorano. Per avere una "massa critica" di donne che lavorano è necessario cambiare regole e cultura, e questo lo possono fare solo le persone che hanno il potere (e il coraggio) di farlo.

Per salvare questa legge calata dall'alto, Lella Golfo e Alessia Mosca (le due prime firmatarie del DdL) hanno chiesto un aiuto "dal basso": fare pressione con un'email al presidente del Senato e al presidente della Commissione Finanze per chiederne l'approvazione del DdL. La trovate sul sito di Alessia Mosca.

Non sarà una rivoluzione del lavoro, ma servirà a rivoluzionare il lavoro.

P.S. E' stato anche detto che non ci sono donne abbastanza preparate da entrare nei CdA. La Fondazione Belisario ha preparato un database con oltre 1000 curricula eccellenti al femminile. Che so, nel caso Corrado Passera o Cesare Geronzi ne avessero bisogno.

giovedì 17 febbraio 2011

Cinque minuti, qualche domanda, discutiamone qui (di donne, quote rosa e carriera in azienda)


stavo discutendo sulle quote rosa:sarebbe bello se pensando a gente brava anche in politica venissero in mente donne, non in quanto tali ma in quanto brave.
Nei miei cinque minuti di pausa su Facebook sono incappata in questo post di Maria.

Orbene, questo post dall'apparenza innocua ha scatenato in realtà dentro di me una serie di domande e di reazioni probabilmente dovute a quello che vedo e osservo intorno a me.

Le domande sono le solite, trite e ritrite, ma vorrei vedere se riusciamo a dare qualche nuova risposta:
- le donne sono brave ma hanno un problema di riconoscimento del fatto che sono brave. Per lo più (e non sto facendo un discorso maschilista, ma un discorso, come dire "di fatto") un uomo non considera mai una donna come potenziale partner, ma come la segretaria, quella che fa le cose. Le donne si ritagliano grossi ruoli di prestigio non riconosciuto o del tutto interno all'azienda, con poca visibilità ma grande prestigio personale. E quando poi si viene al dunque, è difficile che "facciano fuori" l'uomo in questione. Per dire, l'ha fatto Angela Merkel con Helmut Kohl, e per un po' son rimasti tutti scioccati (o come cavolo si scrive).

- Perché forse il problema sta lì: è più facile per un uomo accettare di passare il testimone (a malincuore) a un altro uomo? O sono gli uomini capaci di prenderselo e le donne no?

- Quanto le donne sanno stare al gioco e quanto invece, non scelgono altre strade? Per esempio, quante donne che scelgono la libera professione o di fare le imprenditrici sarebbero state altrettanto "utili" in azienda ma, arrivate a un certo punto, hanno deciso di "svicolare" (per noia, per stanchezza, per mancanza di riconoscimenti)?

- Non è che continuiamo a ragionare sulle quote rosa in termini di potere "al maschile"? Siamo sicure che le donne vogliono questo (perché ogni tanto mi pare un po' il ragionamento dell'"armiamoci e partite")? Ma dove sono tutte queste donne volenterose desiderose di cambiare l'Italia e fatte fuori da un sistema maschilista?

Della serie: dietro a un grande uomo c'è sempre una grande donna. E ok. Obama non sarebbe presidente se non ci fosse stata Michelle. Ma Michelle, cara, TU volevi fare il presidente degli Stati Uniti, diciamocelo (e questa cosa non me la toglierà mai nessuno dalla testa).

- Come si fa a uscire dal binomio donna/brava, un binomio che per gli uomini di fatto non esiste? (UnO è bravo o è incapace, indipendentemente dall'essere maschio, è proprio un altro approccio alla questione. Quando avremo una presidentessa del consiglio ultrasettantenne e uno stuolo di toy-boy a fare i ministri delle pari opportunità, ne riparleremo)

Ecco, mi rendo conto, come dire, di non aver sollevato questioni da poco.
I miei cinque minuti di pausa sono finiti, a voi la parola.

mercoledì 9 febbraio 2011

Guarda fuori dalla finestra: paesaggi metropolitani

"... E quindi questa è la differenza tra esseri viventi e esseri non viventi. Poi il compito diceva: guarda fuori dalla finestra, ed elenca tre esseri viventi e tre esseri non viventi che vedi dalla tua finestra"

"E tu cosa hai scritto, topo?"

"Dunque, tra gli esseri non viventi il vaso delle piante, la chiesa e la macchina"

"E tra gli esseri viventi?"

"Una pianta, un vecchio signore e un piccione"

Gli esseri viventi connotano decisamente il paesaggio come milanese.