martedì 5 ottobre 2010

Un giorno. Noi che avevamo vent'anni negli Anni Novanta (Reloaded)

C'è un libro, che ho letto quest'estate (e sembra un secolo fa), del quale non riesco a scrivere, perché nessuna parola mi sembra appropriata.

Un commento molto figo potrebbe essere:
Una storia d'amore scritta dal miglior allievo di Nick Hornby

E' vero, Un giorno di David Nicholls è una bella storia d'amore. Ma i sentimenti e i pensieri che ho lasciato attaccati a quelle pagine non sono solo quelli di una storia d'amore, sono quelli di una generazione intera, la nostra.

Em e Dex si conoscono alla festa di laurea. E' un amore di un attimo, ma il libro dura vent'anni (e non vi posso raccontare come)

Lui le posò una mano leggera sulla nuca e nello stesso istante lei gli appoggiò una mano leggera sul fianco, e si baciarono lì per strada in mezzo alla gente che correva a casa nella luce estiva, il bacio più dolce che avrebbero mai provato nella loro vita. Ecco dove inizia tutto. Tutto parte da qui, oggi. E poi finì.


Cento anni fa (ma anche cinquanta) la storia sarebbe stata così: lui e lei si incontrano, si innamorano, ma lei deve sposare un altro/lui deve partire per la guerra. E quindi lei si oppone alle convenzioni/ma lui si ammala e muore, oppure lei si sposa/lui parte/lei rimane vedova/lui ritorna dalle Indie/lei e lui si sposano. Madame Bovary, per dire, non è mica stato un best-seller per niente.

E in fondo anche le nostre madri, e forse un po' noi, siamo cresciute a questa scuola di letteratura romantica. Invece qui no.

Ma il bello è che Em e Dex, i protagonisti del libro che a Milano sarebbero stati Lollo e Mati, anzi lollo e mati perché questi che avevano vent'anni negli anni novanta scrivono tutto minuscolo, siamo un po' tutti noi. Che oggi ci sbirciamo nello specchio e contiamo le rughe e, non importa se abbiamo alle spalle dieci fidanzati o tre figli, ma ci stupiamo, in fondo, di essere qui. Di come è andata, di come poteva andare, delle cose che non abbiamo mai iniziato e di quelle che abbiamo finito.

Ma, e non importa se abbiamo avuto cento fidanzati o cinque figli, se siamo scappati lontano oppure se la nostra vita appare solida e nitida, non rinunciamo alla possibilità di cambiare, e spesso non lo chiediamo neanche noi, di cambiare. E' che ci capita, e noi lo lasciamo capitare, e non è un fattuale, è un esistenziale. E' l'esistenziale del Carpe Diem (chi a 17 anni non si prese una cotta per Robert Sean Leonard ne L'attimo fuggente per poi ritrovarselo nel 2010 a fare da spalla a Dr. House?) e del Vivi ogni giorno come se fosse l'ultimo: ma nessuno ci ha mai spiegato che non tutti gli attimi sono uguali, e così ogni tanto ci siamo incasinati, e ci incasiniamo ancora.

Siamo un po' quelli della generazione del Non è tempo per noi, e raramente canzone fu più azzeccata: eterni adolescenti? Mah, forse. Ma forse è solo un po' più sottile, la differenza.

Tempo fa lessi L'Italia non è un Paese per giovani, nel quale l'autore, Alessandro Rosina, lancia un'accusa molto pesante nei confronti dei trentenni/quarantenni di oggi, ritenendoli una "generazione persa", una generazione che in fondo non ha concluso nulla: non ha fatto rivoluzioni (ci credo, ci hanno rotto le palle con il Sessantotto da quando avevamo sei anni a quando ne abbiamo compiuti 35), non hanno saputo conquistarsi posizioni di prestigio o di potere (è vero, siam sempre qui ad aspettare che ci dicano: "Prego, avanti, tocca a lei") sono completamente assenti dalla politica (vedi sopra alla voce Sessantotto, temo).

Beh, non è piacevole sentirsi bollati come perdenti, anche se questa (forse) sarà una verità storica. Ma avere una laurea in filosofia medievale serve anche a questo: a relativizzare le definizioni storiche. Il Medioevo è stato bollato per secoli come epoca "oscura e tenebrosa", e invece è stata un'epoca ricca e feconda, dal punto di vista intellettuale e artistico. Basta guardare La Spada nella Roccia, per rendersene conto.

D'altronde, anche leggendo Un giorno, mi sono resa conto di come siamo una generazione che ha dovuto affrontare (con superficialità, con leggerezza, con un profondo disincanto ma anche con molta fatica) un nuovo modo (dentro e fuori) di stare al mondo (e, per favore, non veniteci a raccontare che "anche noi del Sessantotto...").

Ma noi potremmo definirici la generazione di mezzo. Quelli che vi hanno portato fin qui, signori.

La salvezza del mondo verrà (come sostiene Rosina e i demografi e sondaggisti Oltreoceano) dalla Millenium Generation, da quelli che hanno vent'anni nel 2010 e che hanno votato Obama? Non lo so.

Bisognerebbe chiederlo ai menestrelli di oggi, dato che quelli di vent'anni fa ci avevano azzeccato.
Per ora, i miei figli ascoltano solo Jovanotti, anche "Mamma, quel disco del Millenovecento..."

7 commenti:

Lanterna ha detto...

Hai scritto cose giuste e sagge: dovevamo essere la generazione senza problemi, quella cresciuta nell'agio e col futuro davanti. Invece, ci ritroviamo col sedere per terra, per tutta una serie di motivi che dipendono in parte da noi e in parte dal resto del mondo. Speriamo almeno di essere un buon trampolino per i nostri figli, ma non speriamoci troppo.

lorenza ha detto...

:) Speriamo. D'altronde, anche nelle epoche "buie ed oscure" le persone non hanno mai rinunciato al loro personale sogno di felicità...

M di MS ha detto...

Avrei voluto scriverti delle cose intelligenti sulla nostra generazione. Invece ti dico solo che il pensiero di un bacio dato in mezzo alla strada a 20 anni, i brividi sulla schiena e perdersi per sempre in mezzo alla folla, beh, è quello che mi manca di più!

lorenza ha detto...

:)Come ti capisco...

Mamma Cattiva ha detto...

"Em e Dex si conoscono alla festa di laurea. E' un amore di un attimo, ma il libro dura vent'anni..."
Ecco, c'è tutto quello che mi esplode dentro. Basta che mi capisco io...

MammaMoglieDonna ha detto...

Ho un happy premio per te:
http://mammamogliedonna.blogspot.com/2010/10/happy-premio-per-me-e-per-voi.html

lorenza ha detto...

@MammaCattiva: ah, ecco, perché io non ho capito!
@MammaMoglieDonna: vengo subito a ritirarlo!