venerdì 16 marzo 2012

Tra sacrificio e martirio. La sottile linea rossa de' noantre





Ieri leggevo questo interessantissimo post di Mammamsterdam su Genitoricrescono: Ma che cos'è questa emancipazione (e se cliccate sul link giusto vincete un premio)

Una delle cose che mi ha colpito di più (al di là delle considerazioni socio-culturali di massima sul mercato del lavoro e dei servizi, che vi risparmio qui) è il tema del prendersi tempo per sé.

La questione della libertà personale (che può diventare individualismo becero, ma anche no - io, per esempio, prima di prendermi una vacanza da sola agognerei ad avere un weekend da sola con l'Ing., robe che si fanno solo per gli anniversari epici e poi i figli ti rinfacciano per tutta l'estate seguente), come è declinata in Olanda e come è declinata quaggiù.

Questo fa il paio con una serie di riflessioni sul tema del sacrificio (tema che sto affrontando sul versante delle scelte lavorative delle madri). Perché ogni tanto ho l'impressione che, quando si tratta di madri e figli, non si possa più parlare di sacrificio, vietato dire che i genitori fanno sacrifici per i figli, politicamente scorretto pensarlo, irresponsabile caricare i figli di cotanto fardello. Eppure, di fatto, è così: alzi la mano chi non ha rinunciato a qualcosa per i propri figli. Quello che non si può dire, è innanzitutto che si fanno dei sacrifici, e in secondo luogo che è che è bene che sia così, che il sacrificio come dono è una gran scuola per uscire da questo circolo vizioso di peterpanismo ad oltranza. Che il sacrificio è una cosa bella (per dirlo alla Padoa-Schioppa).

Perché mi viene da pensare che nella nostra cultura questa distinzione non sia per niente chiara, e che non potendo parlare di sacrificio (che fa troppo cultura cattolica, e quindi basta non se ne può più), il sacrificio finisca troppo spesso per diventare martirio: la madre dedita alla causa dei figli e del marito. Ma il martirio in questo caso è l'esatto contrario del sacrificio, che il martirio poi richiede risarcimento.

Che, invece, c'è una sottile differenza tra fare un sacrificio e farsi martirizzare dai figli (e dal marito, spesso e anzi sovente). Che c'è quella sottile linea rossa della libertà per sé, del rispetto per sé (e di un sano egoismo tipico delle persone che in qualche modo devono sopravvivere) che a queste latitudini ben poche donne (e nessun uomo) ci insegnano.

O ci vogliono insegnare con la ricetta standard, che poi è la stessa cosa che non insegnare un bel niente. Che ci sono donne che si martirizzano stando a casa a curare i figli, e donne che invece si sacrificano, lo sanno, e sono proprio contente di fare quella cosa lì; e donne che si martirizzano andando a lavorare a tutti i costi, e donne che invece vogliono proprio fare quella cosa lì. E donne che vorrebbero fare tutto, e quindi si martirizzano in tutti i campi ma non fanno sacrifici in niente.

Ma tra sacrificio e martirio, rimane la questione del tempo per sé: e allora io mi chiedo se le donne italiane hanno appreso il concetto del tempo per sé. O se gli fa troppa fatica.

11 commenti:

Lanterna ha detto...

Bella la tua distinzione tra sacrificio e martirio. Il problema della parola "sacrificio", secondo me, è il fatto che sia implicato il sacro. Quindi, per dirti, se mi parli di sacrificio io penso ad Abramo e Isacco, per dire. Oppure mi viene in mente qualcuno che sgozza un pollo. E invece sarebbe più bello pensare al sacrificio in termini di offerta, di dono, di scelta. Insomma, devo elaborare una terminologia per la mamma moderna :-)

Mamma in 3D ha detto...

Oh che bel post, Lorenza!
Facevo tempo fa proprio le tue stesse considerazioni sulla riduzione a tabù della parola sacrificio. E sono convinta anch'io che la rivalutazione del concetto di sacrificio come dono che nasce proprio dalla libertà farebbe un gran bene alla società dei bamboccioni (per continuare a dirlo alla Padoa-Schioppa).
Lo sai, io parlo da donna "che è proprio contenta di fare quella cosa lì", laddove questa orgogliosa dichiarazione comporta anche una bella assunzione di responsabilità e la consapevolezza di doverlo sempre fare col sorriso sulle labbra (perché il mondo non abbia l'impressione del martirio, appunto...).
Va da sé che di tempo per me non ne rimanga un granché... ma su questo sono dibattuta: non vorrei fosse l'ennesima fregatura, un altro dovere e potenziale sorgente di senso di colpa, o semplicemente un'altra veste da indossare ad uso e consumo di chi mi giudica, come il sorriso di cui sopra.
Ora, passando l'aspirapolvere, ci penserò ancora un po' su :-)

lorenza ha detto...

@Lanterna: sai cosa ho pensato leggendo il tuo commento? E se sacro invece di essere il "totalmente altro" (con la conseguente accezione negativa) avesse un valore simbolico originario di sovrabbondanza, e quindi di dono? Su questo bisognerebbe fare qualche studio approfondito di teologia e psicanalisi per rielaborare una terminologia più mother-friendly ;) [per inciso, pochi giorni fa al recinto dei cani mi hanno detto che sull'educazione canina ho un approccio junghiano, invece che freudiano. Non ho potuto dare torto a questa perspicace signora]

lorenza ha detto...

@Mamma in 3D: infatti ti pensavo mentre scrivevo ;)
Hai mille volte ragione, le tue considerazioni sull'"ennesima fregatura" mi fanno molto pensare, così come l'"ennesima veste indossata a uso e consumo degli altri". La polemica è rovente, e io francamente non so come uscirne: perché continuiamo a dirci che la vera emancipazione femminile sta nel lavorare (in opposizione al "sacrificio di stare a casa"), che è indubbiamente vero, ma forse anche no. Mah, chissà se le nostre figlie ne verranno a capo!

supermambanana ha detto...

e' strano come certe grandi verita' della vita ti capitino fra capo e collo non nei momenti piu' sublimi, ma a tavola, fra una cotoletta e un pomodoro, e dette da un cugino di una decina d'anni piu' grande di te, cosi', senza preavviso. Ero alla fine dei superiori, e una mia compagna di classe mi aveva chiesto di aiutarla con la matematica. La dovevo vedere al pomeriggio ma ero molto seccata per la cosa - non per la mia amica, ma proprio non mi andava di veder nessuno, ecco (ero una tipa molto particolare). Cosi' sbotto col mio cugino che era venuto a pranzo quel giorno che uffa, se capiscono che sei bravo a far qualcosa la gente poi fa la coda. E insomma, io che mi aspettavo comprensione, mi sento rispondere, gentilmente ma con fermezza, che se uno deve fare un favore, allora lo deve voler fare, senno' e' meglio non farlo affatto, non ce n'e' bisogno, basta dire no. La cosa mi ha fulminata devo dire allora, e ancora adesso se c'e' qualcosa che non mi va di fare mi chiedo se "lo voglio fare", il che non vuol dire che rinuncio a fare cose o dico piu' no, anzi, ma proprio che mi accorgo che quando penso in questi termini, il 90% delle volte l'atteggiamento da "martirio" lascia il posto al "sacrificio", che non chiamerei tale neanche io, ma magari con un altro termine preso in prestito al mondo del sacro, una offerta. L'offerta e' una cosa bellissima, lo sappiamo tutti quando viene qualcuno a casa e mettiamo su il caffe, io ho una cosa, e mi fa piacere darla a te, nessuno me lo sta chiedendo, sono io che lo voglio fare, anche se mi e' scomodo in questo momento tirar fuori le tazze dalla credenza, accendere il fuoco, sporcare il fornello che avevo appena pulito, tutto cio' mi pare di importanza esigua rispetto al sedermi poi con te davanti alla tazzina fumante. Il problema di molte donne e' che sentono invece che quello che fanno non e' un'offerta volontaria. A volte e' solo questione psicologica e di auto-martellamento maroni, come direbbe mammamsterdam, nel senso che, come nel mio episodio a scuola, certe volte ci pensi un attimo e ti accorgi che in realta' tutto 'sto martirio non ci sta, che te la stai raccontando, o peggio magari stai usando questo per far leva sugli altri (quante mamme poi tirano fuori al momento meno opportuno il "con tutti i sacrifici che ho fatto per te"?). A volte e' proprio perche' nessun altro e' pronto a offire niente, e pare che a sto giro tocca a te. E tocca sempre a te. E ma allora e' compito tuo, e solo tuo, dire no. Non e' quasi mai impossibile dire no, o dirlo in modo parziale, non ci credo a questa ineluttibilita'. La cultura che questo invece lo sia, ineluttabile, pero', fa parte della coazione a ripetere che dovremmo scrollarci di dosso.

Mammamsterdam ha detto...

Allora ditelo e chiamatemi pure guru se vi piace. O gura, che sono femmina.

Che belle elaborazioni la tua e quella di supermambanana, mi ci volevano.

Monica mimangiolallergia ha detto...

Beh mi viene in mente la nonna di Calabresi (era la nonna giusto?) in Cosa tiene accese le stelle... la lavatrice = tempo per leggere, quindi tempo per fare ciò che si desidera, per sé...
p.s. passa da me, c'è una micro sorpresa per te:)

monica mimangiolallergia ha detto...

scusa, avevo dimenticato il link: http://mimangiolallergia.wordpress.com/2012/03/18/grazie-del-premio-grazie/

lorenza ha detto...

@supermambanana: bellissima riflessione e sì, era proprio quello che volevo dire! Il problema del fare ciò che non si considera come "un'offerta volontaria", come dici tu, ma come imposto (dalla società, dal contesto, da una serie di idee preconfezionate che noi stessi ci impacchettiamo) è un tema che ho trovato a tutte le latitudini (testimonianze di donne svedesi "costrette ad andare a lavorare" mentre volevano stare a casa con il figlio...). Ci vorrebbe un cugino per ogni donna - fuor di metafora, ci vorrebbe qualcuno che ti aiuta a capire davvero che ciò che fai è meglio che sia scelta consapevole, e che offrire qualcosa, e smenarci anche, è una cosa che ha valore

lorenza ha detto...

@mammamsterdam: grazie gura!

@mimangiolallergia: nonna geniale, mi ha molto colpito. Quante di noi si sarebbero tenute (l'inutile) macchina perché sennò il nonno "si sarebbe offeso" o "ci sarebbe rimasto male", senza avere il coraggio di dire che cosa era davvero necessario per sé stesse?

Passo a vedere cosa c'è!

M di MS ha detto...

Forse semplificando molto c'è una definizione che mi piace: prendersi delle responsabilità che gratificano. Azioni in cui tu dai e ricevi.

Io mi sento così.