martedì 12 aprile 2011

La scuola che vorrei è una #scuolaitaliana


Per questo post volevo fare una cosa fichissima, e soprattutto non volevo scrivere io - perché può ragionevolmente scrivere qualcosa di davvero sensato una che inizia un post con "Per questo post volevo fare una cosa fichissima"? No.

Però non ce l'ho fatta (ma non ve la svelo, sia mai che poi riesca a farla, chissà quando) e quindi devo necessariamente smettere i panni della scema di guerra e vestire quelli della persona seria che porta il suo modesto contributo a un dibattito sulla scuola. Non sarà il contributo di un esperto di scuola, ma di un genitore che ormai vi ha trascorso qualche anno, diciamo di un genitore che legge qua e là e che per professione ogni tanto sorvola il tema. Anzi, ora che ci penso anche di un genitore che ha insegnato per un anno o poco più, una vita fa. E di un genitore che si fa sempre molte domande, senza dover per forza avere in tasca la soluzione.

Vado per macro-temi, un po' schematicamente. E cito liberamente da Togliamo il disturbo, il saggio di Paola Mastrocola edito da Guanda (da leggere)

INSEGNANTI - GENITORI- ALUNNI. Per dire che la scuola è fatta di persone e ognuno di costoro dovrebbe sinceramente farsi un esame di coscienza, in particolare le prime due categorie (perché, oggettivamente, gli alunni sono coloro che tristemente sguazzano in questa situazione). Diciamo che il tutto si potrebbe riassumere con un parolone poco usato in Italia di questi tempi: RESPONSABILITA'. Non voglio entrare negli infiniti cahiers des doléances che gli insegnanti stendono sui genitori, e che i genitori stendono (con ragioni uguali e opposte) sugli insegnanti. Il problema è che qui nessuno si prende più la responsabilità di fare il proprio dovere. Oltre ad esserci un tasso di conflittualità altissimo: è in corso una Guerra Fredda, una sorta di muro contro muro nel quale gli insegnanti mirano ad estromettere i genitori dalla scuola, e i genitori si guardano bene dal trovare forme collaborative di partecipazione. Anche solo la capacità di chiarirsi i reciproci obiettivi aiuterebbe, credo. Il che presuppone avere insegnanti così bravi e motivati e genitori così adulti da avere obiettivi che pendono sulle teste dei loro figli e alunni. Il che presuppone anche avere insegnanti che parlano con i genitori (cosa assai rara, per la mia esperienza) e che parlano con i genitori senza pensare che il giorno dopo arriverà la minaccia di denuncia. Il che presuppone avere modelli condivisi che non siano calciatori e veline (su questo tema ricordo un bellissimo articolo di Marco Rossi-Doria). Insomma, detto un po' mielosamente bisogna ricostruire un'alleanza. Ma prima bisogna avere in mente quale è lo scopo. Bisogna che le associazioni dei genitori non diventino il club esclusivo del "noi che siamo i genitori bravi che si danno da fare". Bisogna che i genitori, per esempio, chiedano che le prove INVALSI vengano pubblicate, istituto per istituto, per sapere quali sono i punteggi per ogni istituto: questo, almeno, potrebbe essere un minimo criterio oggettivo per poter scegliere una scuola. Bisogna che gli insegnanti decidano cosa vogliono: stipendi bassi, infornate che neanche l'Arca di Noè, lamentele infinite e quattro mesi di vacanza l'anno, o un altro sistema? Perché queste cose bisogna dirsele, prima o poi.
E poi ci sono loro, quelli che fanno le verifiche con le schede a crocette, che non sanno più studiare (pare) che studiano le tabelline per un anno e bastano tre mesi per fare piazza pulita. Come se niente fosse. Ecco, loro sono diversi da noi, altrimenti non sarebbero quelli nuovi. Loro vanno aiutati a studiare. A stare lì e a rileggere tre volte una pagina. Loro che tutto "eh mamma ma questo è facile" e che pensano che una volta che hai afferrato vagamente un concetto, allora hai studiato. E' una tortura inutile? E' un passaggio necessario? Rischiamo l'estinzione delle coscienze? Non lo so. So solo che far studiare 'sti ottenni è una tortura (non solo per loro, ma anche per noi) (ma in casa mia vige il metodo-meccanico, della serie: "Non hai voglia di studiare? Vai a riparare le macchine del meccanico sotto casa, rimarrai ignorante e tutti ti fregheranno". Sentita ripetere ai miei fratelli dagli 8 ai 18 anni, uscita dalla mia bocca davanti a mio figlio che mi guardava terrorizzato perché noi, per fortuna, il meccanico sotto casa ce l'abbiamo ancora)

PROGRAMMI. Io non so chi abbia messo mano ai programmi ministeriali delle elementari (perché di quelli, per ora, posso parlare). Ma che alle elementari debba essere insegnata la grammatica italiana, a scrivere in italiano e a far di conto non sembra più così scontato. Mio figlio è in terza elementare e non ha MAI fatto un pensierino (OK, sarà stato particolarmente sfortunato). Obietto solo che per insegnare le suddette materie per prima cosa è necessario disporre di insegnanti che le conoscano. Il che, anche, non è scontato. Infine, alle elementari ormai si fa DI TUTTO: manca solo la reintroduzione dell'ora di ricamo e poi siamo a posto. I bambini stanno a scuola il doppio delle ore e imparano la metà delle cose NECESSARIE (la grammatica, la matematica e a scrivere in italiano). Le medie, che già erano sconclusionate 20 anni fa, sono diventate un guazzabuglio di nuove materie (tra cui una seconda lingua insegnata per due ore settimanali, spiegatemene voi il senso).
E arriviamo al programma di storia e geografia, la vera chicca della scuola che avanza, la spina nel fianco per una che si è laureata in storia di. Storia: in terza elementare un anno sulla preistoria, in quarta gli egizi, in quinta i romani, in prima media il Medioevo e via andare. Io vorrei vedere in faccia la persona che ha avuto questa genialissima pensata: uno che non capisce che la storia si studia in un MODO e con un METODO alle elementari, un altro MODO e un altro METODO alle Medie e un altro ancora al liceo, pagherei oro per poterci parlare. Per capire cosa ha in testa. Per chiedergli: "Ma perché?!?". Geografia: un anno passato a studiare IL fiume, IL mare, LA pianura... Complicatissimo: complicatissimo per bambini di 8 anni che non hanno ancora le capacità di astrazione per capire davvero la differenza tra una baia e un golfo. E che in compenso se dico "il Po" o "le Alpi" mi guardano come se venissi da Marte.
Cosa vorrei come genitore dalla scuola? Che insegni NOZIONI e METODO ai loro figli. Che insegni dove sta la Toscana e dove la Sicilia (anzi, non dimentichiamo che mio figlio NON SA che esiste una Toscana e una Sicilia), che insegni a leggere e a scrivere in italiano. Magari anche in inglese, ma prima in italiano (difficile, senza l'analisi grammaticale e logica, imparare una qualsiasi altra lingua).
Poi c'è la questione Internet e la questione dei Barbari (altra citazione, questa volta da Baricco, altro bel saggio che parla di scuola): ma qui sposo la tesi della Mastrocola, che ridetta a modo mio fa: se uno sa leggere Dante sa usare Internet, ma il contrario non si dà (lei predilige Torquato Tasso, a dire il vero). Quindi, che la scuola insegni a leggere Dante e a conoscere a menadito le tre leggi della termodinamica e la dimostrazione del teorema di Pitagora. E a Internet ci pensiamo insieme, semmai (ecco, Internet poi è proprio una di quelle materie in cui i genitori andrebbero formati molto di più dei bambini, e invece nisba - pensiamo a quanti bambini stanno su PC senza filtri e senza controllo).

Ecco, questa è la scuola che vorrei, e domani (oggi per voi che leggete), mentre sarò in treno su e giù tra Milano e Roma, ditemi che non è vero niente. Che tornerò a casa, e che mio figlio mi farà vedere la ricerca sulla Puglia e avrà finito di leggere I ragazzi della Via Pal, invece di Gol.Un'avventura nel pallone, preso dalla biblioteca della scuola.

martedì 5 aprile 2011

Gemelli Diversi


Sperimentare mi intriga, ripetere copioni mi annoia. Credo che sia così per la stragrande maggioranza delle persone (anzi no, mi sono accorta che esiste uno zoccolo duro di persone, forse la stragrande maggioranza chissà, che ha assolutamente bisogno di una scrivania, colleghi sempre uguali, routine ordinarie e vite preordinate. Io non ho una scrivania, non ho colleghi ma mi faccio molti nemici e qualche sincero amico, non ho un lavoro e quando una di quelle suddette persone guardò il mio CV, cinque o sei anni fa, la prima cosa che esclamò fu "Ma lei ha cambiato un sacco di lavori!" - vagliela a spiegare tu, l'antropologia della precaria). Comunque.

Tra gli esperimenti che sto conducendo in questo periodo c'è una cosa che mi porterà allo sdoppiamento definitivo della mia già doppia, tripla, quintupla personalità (non è colpa mia, sia ben chiaro, è l'Oroscopo che è così) ma che mi sta divertendo un sacco. Se volessi dare un nome pomposo alla vicenda, potrei chiamarla così: "Studio comparato dell'utilizzo e dei trend dei social network in Italia: Facebook e Twitter. Esperienze di una che non lavora in Rete" (questo bisogna dirlo sennò gli "esperti della Rete" si incazzano).

Due account che ho aperto insieme, uno con nome e cognome e l'altro con il nome del blog. Massiccio utilizzo iniziale di Facebook. Twitter mah, boh, bah. Probabilmente all'inizio ho pensato di essere troppo vecchia per Twitter, che è sostanzialmente anorcoide nell'impostazione grafica e nel concept. Non riuscivo a coglierne il lato social, davvero. Linkato il blog e via andare, questo era il massimo di social che Twitter poteva ottenere da me, distratta frequent-attrice della Rete.

Nel frattempo sono passati due anni (Oddio no, ne sono passati quasi tre! Questa auto-coscienza mi fa venire un capello bianco in più). E.

Facebook è diventato una sorta di social suq, e lo dico da venditrice di tappeti: blogger che diventano libraie, comunicati stampa, attività commerciali di ogni tipo, iniziative buone ma anche no, pagine e pagine di "cose" e - anche, va bene, sì relazioni social (può una relazione essere non-social? Mah, forse sì. Comunque anche questa cosa fa pensare). La discussione si districa tra una folta foresta di offerte simil-commerciali (tipo andare al mercato con la tua amica pretendendo di fare conversazione tra il pescivendolo che tenta di venderti l'orata a prezzo ribassato e il fruttivendolo che ti rifila nel sacchetto il cestino di fragole-primizia che tu non volevi). Per carità, io sono sempre lì. Conversare, si conversa (meno di prima, mi pare). Diciamo che il paesaggio urbano di Facebook (per noi simil-quarantenni, almeno) è molto cambiato in questo ultimo anno.

E poi c'è Twitter. Dove mi sono ritrovata, per caso, con i post unificati sulle #quoterosa (ecco, poi Twitter ha questa cosa degli hashtag che è meravigliosa, io l'adoro come potrei adorare un oggetto di design, è proprio qualcosa che mi richiama al bello della parola). Quella è stata la scintilla che ha segnato il mio sbarco su quest'altro mondo. Dove per la maggior parte ho contatti che non ho su FB. Dove tutto è davvero pubblico (cosa che un po' mi terrorizza e che costringe a pensare bene a quello che scrivi, soprattutto se sailcielo quando hai inserito i feed di twitter su LinkedIn, e poi ti ritrovi in questo guazzabuglio sociale nel quale quello che pensi lo devi pensare sul serio, e se lo scrivi poi lo devi difendere, e devi pensare alle conseguenze di quello che scrivi, forse anche) e qualsiasi scemenza o genialata appare come sul rullo dell'Ansa. Pure conversazioni con persone che non conosci (anzi no, contatti o anche twitteri. Questa cosa dà da pensare, in effetti, di come una persona si trasformi in twittero ma come questa relazione non sia bi-univoca, non è detto che un twittero si trasformi in una persona).

Comunque l'esperimento più divertente è scrivere la stessa cosa su FB e su Twitter. Quando lo faccio, succede spesso che su uno parte la conversazione, sull'altro rimane lettera morta. Dipende dal network nel quale sono inserita? Dipende da quanti annunci semi-commerciali sono apparsi su FB e quante notizie su Twitter? Mah.

Su Facebook si possono condividere i video, su Twitter è più divertente vedere la TV in modalità social. Su Facebook rimane un residuale concetto di privacy (scusate, mi scappa da ridere a scrivere questa parola ma non me ne vengono in mente altre), su Twitter tutto, ma veramente tutto, goes public. Su Facebook stai in un modo, su Twitter in un altro (se ci vuoi stare intendo dire, perché poi ci sono persone che sono ovunque ma da nessuna parte, eh).

Quello che rimane, dunque, è la capacità di usare in modo diverso mezzi diversi (perché viviamo in un'epoca in cui in tanti sono ancora convinti che si possa usare Internet come si usa un volantino pubblicitario) - è anche quella scintilla che fa scattare una relazione, una presenza - un po' casuale, un po' preordinata, un po' che se uno non ha voglia o non è capace non lo fa comunque.

Perché, diciamocelo: per stare sulla Rete ci vuole un fisico bestiale, è una faticaccia psico-fisica, e ogni tanto uno si chiede se per caso gliel'ha ordinato il medico, e che senso ha. Ma poi, sai quanto uno si diverte, anche.