martedì 24 novembre 2009

Di leggi e di cultura aziendale (e finiamola qui): il mio part-time vale comunque più del tuo


Ok, basta. Inizio ad annoiarmi da sola ma questa la devo scrivere, a conclusione della riflessione. Il prossimo post sarà una solenne cazzata, perché tutta questa seriosità a Novembre è devastante, anche se ho ben poche cazzate nel taschino, ultimamente. Comunque.

Paola propone di estendere il part-time per legge alle madri lavoratrici, con incentivi di varia natura. Come per la Legge 53 (nella quale peraltro sono stanziati fondi per la flessibilità che sono sempre stati allocati con estrema difficoltà), a parer mio questa cosa rischia di essere un boomerang: come fai ad "obbligare" un'azienda a concedere il part-time alle donne? (è una domanda vera, eh, me lo chiedo sul serio).

Tempo fa feci una ricerca sulla conciliazione famiglia-lavoro in alcune Grandi Aziende della Ricca Città del Nord. Interviste in profondità.

Intervistai alcune madri rientrate dalla maternità: facevano part-time, benedicendo il Cielo di questa portentosa opportunità concessa loro. Una di loro lavorava abitualmente anche da casa, la sera, quando il figlio dormiva: si portava avanti leggendo le email, così il giorno dopo arrivava in ufficio sapendo già cosa doveva fare. In azienda nessuno sapeva che lei lavorava anche di sera: perché se dici telelavoro hai detto quasi una parolaccia, perché è sconveniente farlo sapere, perché temeva che le togliessero il part-time...

Intervistai un sindacalista, perché quando vai nelle aziende a fare queste cose un sindacalista e un Grande Manager che deve controllare quello che chiedi ai dipendenti, te lo ritrovi sempre tra i piedi - e raramente hanno qualche esperienza di conciliazione da raccontarti. Chiesi al sindacalista: "Ma secondo lei il 3% di part-time fissato dal contratto nazionale è sufficiente?" "Certo, mi rispose lui. In fondo, in un team di 10 persone si tratta di 3 o 4 persone, mi sembra più che sufficiente". Al sindacalista avrei voluto rispondere che 3 o 4 persone in un team di 10 fanno il 30%, di part-time, ma non ero lì per far polemiche.

Poi uscii a pranzo con una cara amica single e senza figli, che passò mezz'ora buona a lamentarsi delle colleghe madri: tutte con il part-time, nessuna che poteva fermarsi a fare turni serali (forniscono un servizio fino alle 22, mi sembra), che stavano a casa quando i figli erano malati, quando c'era sciopero, quando nevicava...

Poi intervistai il giovane padre di famiglia. Il quale, ad un certo punto, si scagliò contro le donne che facevano ancora il part-time, pur avendo figli grandicelli. Erano atteggiamenti assistenzialistici che mortificavano le donne e non permettevano alle donne con figli piccoli (nella fattispecie, sua moglie) di ottenere il part-time.

Poi intervistai la giovane mamma che faceva part-time: e mi disse che in effetti era un problema, avere un part-time così rigido, c'erano giorni in cui doveva uscire pur non avendo finito il lavoro, e giorni in cui era in ufficio a far nulla.

Poi intervistai un uomo di 50 anni che aveva chiesto una specie di part-time verticale, per dedicarsi alla Grande Causa Umanitaria. Dopo un lungo sproloquio sul fatto che nel suo lavoro non è importante la quantità di tempo che si sta in ufficio, ma la capacità di creare, e quella non dipende dalle ore che si sta in azienda. Che potersi dedicare alla Grande Causa Umanitaria lo rendeva più contento e più attivo sul lavoro, anche se stava in ufficio meno ore. Alla fine dell'intervista (che le cose più interessanti vengono sempre fuori all'ultimo) mi raccontò che una sua collaboratrice, con un bimbo piccolo, aveva chiesto il part-time. Non le era stato concesso, e lei aveva traslocato in un'altra azienda più family-friendly, diciamo così. Lui rimpiangeva (a parole) la collaboratrice, ma mi guardò dicendo: "Ma capisce?!? Aveva chiesto il part-time PER SEMPRE!!!".

Vi lascio a riflettere sul per sempre, e sul fatto che siamo davvero il Paese dei 100 campanili dove il mio part-time vale sempre e comunque più del tuo, e dove non esiste una cultura condivisa sulle politiche di conciliazione. E (ma questo non lo dico io) qui si continua a ragionare in termini di tempo, e non di obiettivi.

giovedì 19 novembre 2009

Di leggi e cultura aziendale, per un dibattito. Parte prima: storia di Anna e di una legge meravigliosa


Anna ha trent'anni. E' nata a Budapest, e ricorda che era bambina, quando il suo mondo cambiò. E' ingegnere, ha sposato un italiano, ora vive vicino a Milano, in un posto che in inverno diventa grigio, come la sua terra. Lavora come analista in una piccola società, ma ambisce a qualcosa di più. E' andata a fare un colloquio nella Grande Società di Consulenza, per un posto di lavoro che sembra essere fatto su misura per lei. Le sembra che il colloquio sia andato bene, i due consulenti con cui ha parlato sono stati molto gentili, forse un pochino distaccati. "Le faremo sapere", le hanno detto. Poi, però, non ha saputo più nulla.

E' sera, l'Ing. torna a casa e basta guardarlo in faccia per vedere che è stanco.
Stanno facendo colloqui per assumere una persona.
"Come vanno i colloqui?"
"Oggi abbiamo visto tre persone... C'era una ungherese. Bravissima."
"Quindi avete trovato?"
"No. Ha trent'anni e si è appena sposata. Manager dice che se l'assumiamo poi rimane incinta e sta a casa un anno. E poi Grandissima Manager gli fa il culo. E noi siamo daccapo".

La Legge 53/00 è una delle leggi più avanzate, a tutela della maternità.
L'Italia, dopo il Giappone, è il Paese in cui nascono meno bambini.
Il 58,7% dei lavoratori precari in Italia è donna. (Fonte: Yahoo!Finanza)


Questo è solo un post introduttivo. Vorrei iniziare una riflessione, stimolata da tante di voi e dalle posizioni di Paola, sul rapporto tra conciliazione, leggi e cultura aziendale.

Vorrei iniziare parlando della tutela della maternità, perché rimane per me una questione aperta: estendere le tutele per legge diventa davvero un'opportunità, o diventa invece un handicap?

La Legge 53/00 è una buonissima legge: ma c'è qualcosa che non mi quadra, in questa meraviglia, e non so cosa è, o meglio, lo so a pelle ma non a parole pensanti: è la storia di Anna, è la storia di tante di noi.

giovedì 12 novembre 2009

Di mamme e downshifting


Ho letto un libro molto interessante, Adesso Basta! Lasciare il lavoro e cambiare vita: filosofia e strategia di chi ce l'ha fatta. L'autore di questo libro dal titolo wertmulleriano è Simone Perotti, che in una vita precedente faceva il manager. Poi "ha fatto downshifting", che sembra un'altra di quelle cose fighe in inglese che fanno i milanesi.

Invece Simone ha fatto una cosa molto poco milanese, ha mandato tutto all'aria: lavoro, carriera, prestigio sociale. Una cosa di cui un milanese vero non si capacita. Ora vive di mare e di lavoro delle sue mani. E scrive.

Nel suo libro c'è una critica durissima al "lavorare per consumare", al consumismo ma anche al lavorismo forsennato. La cosa interessante è che questa critica non è ideologica o moralistica, ma è una critica strutturale, una critica che viene da uno che "stava nel sistema". Logici e filosofi sanno che non c'è niente di peggio.

Leggerlo, per una che ha rinunciato al suo "posto sicuro" per non dover lasciare la figlia di 4 mesi con la baby-sitter, e alla quale nessuno (ma proprio nessuno, eh) ha detto "brava, hai fatto bene" è stato davvero salutare.

Mi sono vista davanti tutte le donne che hanno lasciato il lavoro, in tutto o in parte, per stare con i propri figli. E ho pensato che tutte queste donne hanno fatto downshifting, con la differenza che non l'hanno fatto per se stesse, ma per qualcun altro molto piccolo. E con la differenza che molte altre donne le avranno guardate storto, che molte compagne dell'università le tratteranno con condiscendenza, che loro stesse si sentiranno a volte "fuori posto", soprattutto in questa città.

Non erano Top Manager, ma vale lo stesso (mi sembra).

Tutte queste donne, in fondo, costituiscono un problema, per il sistema. Sarà per questo che si parla con tanta ossessione del lavoro-delle-donne-e-Pil? No, non è solo per questo, certo, ci sono una marea di problemi correlati (la dipendenza economica, il costo dei figli, la stabilità coniugale ecc ecc ecc ecc ecc). Ma il dubbio, un po' ti viene.

Insomma, tutte queste donne hanno fatto una scelta ben precisa, e forse è ora che sia restituita loro la dignità di questa scelta - il che, a sentire la Trista Ministra Gelimini, non pare proprio - indipendentemente dal fatto che abbiano "un marito che le mantiene" o meno. E' ora che loro stesse si guardino con occhi nuovi e si facciano dire "brava" da tutti quelli che stanno loro intorno.

Così riflettendo, incappo in questo articolo di Gaby Hinsliff, segnalato da Calamity Jane, nel quale la signora si dilunga per pagine e pagine a spiegare i motivi per i quali ha abbandonato il suo meraviglioso, gratificante e all-the-time job (perché quando una lavora sempre, non si può parlare di full-time). E leggevo questo post di Luisa, di cui mi ha molto colpito la rabbia (ha fatto downshifting, Luisa, ma lei non voleva e per la verità non so se possa esistere un downshifting coatto).

E dunque, dopo aver letto Simone, Gaby e Luisa, la domanda che ora mi attanaglia è questa: il lavoro è diventato un disvalore? Perché capite che alla mia etica lombardo-veneta-cattolica, 'sta cosa crea degli scompensi, e seri, anche. E come si cambia, se tutti coloro che se ne accorgono se ne vanno (perché sempre la mia educazione lombardo-veneta-cattolica mi dice che le cose si cambiano davvero solo "da dentro")? Un altro modo di lavorare è davvero possibile?

A queste domande, davvero, non riesco a dare risposta.
E non ho ancora pagato l'F24.

mercoledì 11 novembre 2009

Uno dei tanti post che non ho scritto


Settembre (Ottobre?) 2008, al tempo della Riforma Gelmini.

Premessa: l'Ing. giocava a pallavolo nella squadra dei vecchietti del Gonzaga, una scuola privata di Milano. La maggior parte dei vecchietti pallavolisti è costituita da ex allievi del Gonzaga. A Milano, l'iscrizione al Gonzaga è una specie di eredità che si trasmette con orgoglio di padre in figlio (maschio, generalemte, ma i tempi si sono evoluti per tutti). L'ing., che difende strenuamente e con accanimento la scuola pubblica, era uno dei pochissimi a mandare i figli alla scuola pubblica.

"Ma lo sai che G. mi ha detto che doveva iscrivere il figlio alle elementari al Gonzaga e non c'è più posto? Quest'anno hanno avuto un boom pazzesco di iscrizioni. Tra l'altro, gli altri due vanno già lì e per lui adesso è un bel casino".

Conosco il Gonzaga, e dubito che abbiano davvero rimbalzato il terzo figlio iscritto.

Ma per dire che la notizia di oggi del Corriere Milano, da queste parti circola da un anno. E per dire che se mamma fosse un po' meno noiosa, scriverebbe post più interessanti in tempo utile.

A seguire, i post che ho nel taschino da almeno una settimana:
mamme e downshifting
genitori, scuola e sussidiarietà,
quello che le coppie non si dicono


Ne scriverò, prima o poi. Quando avrò capito come pagare l'F24.

martedì 10 novembre 2009

Mamma è noiosa


Ho il collo rotto. Ho tolto un dente del giudizio. Devo chiamare il fisiatra. Devo andare dal mio medico. Devo pagare l'F24 (online, da me, ti pareva). Devo chiamare quella che non mi ha risposto alla mail. Devo chiamare quella che ha risposto alla mail. Devo chiamare il medico legale. SantaK è latitante da 10 giorni, e in questa casa l'unica cosa che si produce in quantità sono panni sporchi e polvere. Devo preparare un CV "in formato europeo" (a morte chi ha inventato questa tortura) "con scritto Inglese Eccellente, mi raccomando" "Fluente va bene lo stesso?". Ieri piccoletta è uscita da scuola alle 14, perché c'era sciopero. Oggi piccolo ing. è uscito da scuola alle 13, perché il martedì esce sempre alle 13.

C'è la festa di Edu e non mi ricordo quand'è. Ieri sera ho acceso il PC per guardare la mail, e poi mi sono messa a giocare a Farmville. Mi chiama mamma R per chiedermi del regalo, che loro si sono già organizzate. Chiama cognata per dire che cugino è ammalato - niente pomeriggio a casa di cugino. Piccolo deve finire i compiti prima di andare a prendere piccoletta. Giovedì il piccolo va a giocare dal suo amico, ricordarsi di non andarlo a prendere. Lunedì c'è la riunione di classe del piccolo, devo chiamare Grande Nonna per andarlo a prendere a scherma, e organizzare per portarlo. Piccoletta esce da scuola e piange in sterofonia per tutta la via perché vuole un'amichetta a giocare a casa. Piccoletta arriva a casa e piange perché il fratello è arrivato per primo al portone. Martedì prossimo c'è la cena di classe di piccoletta. Piccolo riesce ad incastrare un pezzo di lego minuscolo e devo smontare tutta l'astronave - pippa di mezz'ora sul fatto che il lego va pulito e spolverato. Giovedì prossimo c'è cena di classe di piccolo ing. Organizzo una session culiaria per distratte piccoletta (realizziamo una via di mezzo tra Brownies e Pan di Via degli Elfi, ne mangi due grammi e ti basta per 3 giorni). Piccoletta piange perché vuole cenare in braccio a me. Pippa colossale a piccoletta che deve finirla di lagnare per qualsiasi cosa. Sono le 17.

Mamma è noiosa: si annoia da sola, a setirsi e a vedersi. O forse è solo stanca. Ma è stanca di dire che è stanca: che palle, queste mamme che dicono sempre che sono stanche. E si sente anche un po' stronza, se pensa ad altre mamme che hanno più diritto di lei, ad essere "stanche". Quindi, in sostanza, mamma è proprio noiosa.

venerdì 6 novembre 2009

Beauty Kids, di mamme e di falso moralismo


Non so se avete sentito la notizia del salone di bellezza per bambini che ha aperto a Milano, in Viale Gorizia, sui Navigli. Continuo a leggere post sdegnati di mamme sdegnate per cotanto lolitismo. E a me, quando tutte (ma proprio tutte, eh) iniziano a battere sulla grancassa dello sdegno e del "dove andremo a finire di questo passo", viene la pecolla.

Mercoledì sera la titolare del salone è stata intervistata su Radio Deejay, a Pinocchio, da La Pina, che ascolto sempre mentre affetto cipolle e zucchine e butto la pasta. Non conosco la titolare di questo centro, non so se sia una gran furbona o una maga del marketing, ma la signora ha detto una cosa.

La signora titolare, che ha dichiarato di aver frequentato il centro sociale lì di fianco e di non essere neanche lei tanto d'accordo su questo gusto kitsch delle nuove generazioni, ha detto semplicemente che hanno iniziato a fare questa cosa perché le mamme che andavano "a farsi belle" non sapevano dove lasciare i figli e le figlie.

Ecco, secondo me questo è il punto. Che una mamma che vuole andare a farsi la piega e la pulizia del viso può andarci solo il sabato mattina, perché durante la settimana lavora, o se non lavora e va al centro estetico, non paga la baby-sitter. E (in ogni modo) non sa dove lasciare il figlio. Poi possiamo stracciarci le vesti e dire che le mamme non devono andare a farsi belle, solo home spa, che fa tanto figo. E che lavorano tutta la settimana, il sabato dovrebbero dedicarsi anima e corpo (appunto) ai figli. E che è immorale spendere soldi per far fare la manicure alla bimba di 4 anni (ma se penso a mia figlia, impazzirebbe di gioia). Che questo lolitismo che passa ormai di generazione in generazione è inaccettabile. Che le mamme dovrebbero passare il sabato mattina in Feltrinelli, e non al centro estetico, e il mondo sarebbe migliore.

Va bene, diciamolo. Ma queste mamme, comunque, non "sanno dove lasciare i figli". Con tutto quello che significa.

martedì 3 novembre 2009

In presa diretta: orgoglio maschile di ritorno


A casa tutti e due semi-ammalati (qui circola il virus A, secondo me, ma non diciamolo a nessuno).

I due, chiaramente annoiati dalla montagna di giochi che giace nella loro camera, hanno spostato il divano in mezzo al soggiorno, a mo' di astronave spaziale.

"Mettete a posto quel divano che facciamo l'aerosol!"

Il piccolo inizia a spingere penosamente il catafalco, con la sorella stravaccata sopra.

"Scendi immediatamente e aiuta tuo fratello!!"

"NO! Noi uomini facciamo tutto da soli! Così facciamo vedere a quella giornalista che ha fatto l'intervista a papà, che si sbaglia di grosso!! NOI UOMINI FACCIAMO TUTTO SENZA L'AIUTO DELLE FEMMINE!!"

Vediamo quanto dura.

lunedì 2 novembre 2009

Tracolli finanziari


Sabato mattina, a colazione.
"Mamma, ma se tu sei intelligente..."
"Sìììììììì?" E già mi immaginavo di sentire dal mio piccolo cavaliere qualcosa che avrebbe mandato il mio ego in sollucchero.
"... Perché sei senza soldi?!?"

Oggi, mentre osserva la copertina di una rivista di automobili.
"Mamma, guarda!!!!"
"Che c'è, piccolo?"
"Un'automobile che costa addirittura più del tuo F24!!"

Il piccolo ingegnere, a casa malato nei giorni scorsi, è stato fedele testimone del tracollo finanziario che si è abbattuto sulla sottoscritta, brillantemente appoggiata da un commercialista che dovrebbe essere denunciato all'ordine per manifesta incapacità ad assistere il suo cliente (cioè, sempre la sottoscritta). In compenso, a differenza di sua madre, non arriverà alla tenera età di 36 anni per scoprire l'esistenza di un mostro succhiasangue di nome F24.

domenica 1 novembre 2009

Di Halloween e mostri metropolitani


Halloween è una di quelle (poche) cose che segna un gap generazionale tra i nostri figli e noi.

Da vera bacchettona quale sono, inizialmente questa festa suscitava in me la massima riprovazione: per 4 anni buoni, abbiamo potuto far finta di niente. Poi, pian piano, il piccolo ingegnere ha mostrato sempre più affetto nei confronti di zucche e fantasmi, tanto che lo scorso anno, in un momento un po' difficile per lui, Halloween è stata ufficialmente sdoganato, con tanto di travestimenti fatti in casa e qualche amichetto invitato per l'occasione.

Quest'anno mi sono scoperta a riflettere sugli archetipi che in questa occasione saltano fuori: streghe, fantasmi, folletti, zucche... un bel modo per i bambini, per esorcizzare le paure, per rimanere affascinati dall'ignoto, per sondare quella dimensione fantastica e oscure alle quali dedichiamo davvero troppo poco tempo e attenzione, ormai.

Ieri sera abbiamo "festeggiato" con una Halloween Symphony: un concerto di musica al Teatro dal Verme, prima data di una stagione concertistica interamente dedicata ai bambini (anche l'Orchestra è formata da ragazzi, infatti si chiama I Piccoli Pomeriggi Musicali). Brani recitati e brani musicali, un'ora in tutto: ero molto entusiasta, ho pensato che fosse un bellissimo modo per avvicinare i bambini alla musica (e ricordare ai genitori quanto era bello andare a sentire i concerti al Conservatorio) e al teatro. Lo spettacolo è stato all'altezza delle aspettative (soprattutto perché con tutti quei bimbi in giro, era davvero impossibile pretendere il silenzio sacrale della Sala Verdi), basato proprio sulla paura, e sulla capacità di vincere qualsiasi ostacolo pauroso, con fiabe da vari continenti e filstrocche che hanno fatto centro. Con la musica di Dukas (quella dell'apprendista stregone, per intenderci) che ci ronzava ancora nelle orecchie, siamo saliti in macchina.

In via Broletto, dove da 30 anni ormai campeggia il murale di Armani, ho visto i veri mostri di Halloween: uno scheletro popputo che cercava di azzannare un fantasma muscoloso tutto tatuato.